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RITRATTI: Alfredo Laviano

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Simpatico, semplice, immediato. È la prima impressione che ho di Alfredo Laviano: musi-cuoco e pittore. Una professione che per capirla occorre andare al fondo.
Capelli neri con qualche spruzzo di grigio, camicia coreana bianca che forse indossa in antitesi alla giacca nera da cuoco di quando si esprime artisticamente. Occhi marroni da saraceno. Eppure, è di stirpe normanna. La sua famiglia, originaria della Lucania, risale al 1200. Il cognome s’è modificato nel tempo.
Alfredo è nato ad Amandola, 50 anni fa. Casa sua è stata sempre un via vai di artisti, come artisti erano quelli della sua gente. Suo nonno Eugenio Laviano suonava il clarinetto da professionista ed era diplomato anche in strumentazione da banda. Tra le esibizioni spicca La Fenice di Venezia. Suo padre Francesco Paolo era paroliere e poeta, ma per passione. Sua nonna materna Valentina Mentili era una cuoca abile. Alfredo se la ricorda a novant’anni preparare i maccheroncini e il coniglio alla cacciatora, di cui rimpiange la mancata ricetta.
Ora, gli elementi che hanno originato le capacità di Alfredo ci sono quasi tutti. Musica e gastronomia. Manca la pittura. Quella l’ha imparata da Giuseppe Pende, suo insegnante all’Istituto d’Arte di Fermo (gli tolse il saluto quando Laviano decise di non proseguire al terzo anno), e da un prozio che disegnava nature morte e paesaggi.
Eccolo, allora, il pittore e musi-cuoco. Un intreccio, un amalgama.
Lo racconto a partire dal recente suo libro Le Pentole Narranti. Quattro Primi per Quattro Stagioni. Alfredo ha riproposto una serie di sue opere pittoriche accanto a 17 (16 più una) personalissime ricette culinarie. Il libro è arricchito anche dai racconti di Laura Ricci, dalle foto di Andrea Rotili e dall’abbinamento dei vini di Stefano Isidori.
Ma Le Pentole Narranti sono prima di tutto uno spettacolo dal vivo che Alfredo porta in giro per l’Italia. Sono una narrazione dei piatti abbinata a una sonorizzazione e ad un’attenzione agli odori. Sono un ricordo, magari una nostalgia, magari uno sfondamento di dimensioni esistenziali: ieri oggi domani.
Laviano cucina e suona e diffonde aromi. Gli astanti assaggiano, ritrovano profumi dimenticati, ascoltano musiche diverse. Armonie diverse.
Non è un cuoco professionista. Anzi, dinanzi agli chef, Alfredo si toglie tanto di cappello. Ma quella nonna che tirava i maccheroncini e quel blu blu blu del sugo che bolliva, gli sono rimasti dentro, come cibo, come espressione artistica e come musicalità.
Oggi, che ha superato i cinquant’anni, è come «se vivessi una nuova vita» spiega. Così tutte le sua passioni sono state rimesse insieme, non scisse ma integrate.
Quando gli vengono le idee? «Nel dormiveglia: la sera e al mattino presto. A volte, di notte, mi alzo e faccio uno schizzo oppure invento una ricetta tutta mia, valorizzando i prodotti del luogo. Oppure, avverto un suono particolare». Non muore certo di specializzazione, Alfredo.
In queste settimane, e sino all’otto settembre, le sue opere pittoriche sono esposte a Palazzo Andreani di Carassai, mostra curata da Sibilla-Arte di Adriana Braga. Ha da poco terminato un impegno come batterista (è diplomato in percussioni-batteria al Conservatorio di Fermo) insieme all’attore Sebastiano Somma. Ha suonato in teatro in una serie di eventi con Alessandra Tomassini (voce recitante) dal titolo La Sirenetta. Sta preparando un disco con il pianista Angelo Comisso dedicato alle Opere d’Arte e alla Cinematografia. Sono improvvisazioni dinanzi ai grandi artisti.
E le sue Pentole Narranti si avvalgono della voce di Laura Campisi e di ottimi musicisti.
Simpatico, semplice, immediato. Confermo la prima impressione. Con una aggiunta: appassionato.•

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