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Senza scuola non si cresce

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Visso: il terremoto cancella anche i segni di una scuola fortemente voluta dalla popolazione

“Il cuore ha il suo ordine, la mente il suo”. Facciamo nostra una frase di Angelo Antonio Bittarelli per significare che un edificio scolastico che in più di ottant’anni ha visto passare nelle sue aule tante generazioni di vissani non può non entrare nella logica del cuore.
Un censimento emotivo, una confessione laica, un messaggio nella bottiglia, un grido di dolore e qualche lacrima perché oggi quel complesso, gravemente danneggiato dal terremoto, viene demolito pezzo per pezzo. Sono tanti i motivi per cui l’edificio della scuola elementare e materna suscita fascino e ora anche dolore per la sua perdita definitiva. Anzitutto non è la solita costruzione che si aggiunge a raggiera alle altre già esistenti, perché nasce autonoma, in un contesto non ancora urbanizzato ed entra subito nella vita della città, con i suoi tre ingressi, il suo giardino e la sua ampia scalinata centrale, in un tutt’uno con la strada d’accesso a Visso, per il cui allargamento fu necessario abbattere alcuni edifici in pietra nei pressi dell’albergo Roma, oggi complesso residenziale.
C’è poi da aggiungere la memoria delle sue origini, che ci porta subito indietro di ottant’anni ed è come addentrarci nella storia recente di Visso dove scorrono rivoli occulti, che vediamo solo con il cuore perché invisibili agli occhi, ponendoci quindi l’obbligo della ricerca: la mente cerca, il cuore trova, soprattutto se le cose riguardano il proprio paese.
Sono fotografie, cartoline, registri, lettere consultati nell’archivio di famiglia del compianto preside Mario Benedetti e in parte nella casa di Vincenzo Sordi, per essere l’uno il figlio di Vincenzo Benedetti che diresse i lavori di costruzione della scuola e l’altro il nipote omonimo dell’appaltatore che con una volata finale, condotta sul filo della candela, riuscì ad aggiudicarsi i lavori, buggerando l’antagonista Tobia Altarocca, quello noto alle cronache vissane per aver eseguito nei primi del Novecento l’ammodernamento del Palazzo Varano.
Con la gentilezza che gli era propria il preside Mario Benedetti collegò i documenti della raccolta con parole di spiegazione che sembravano farsi diga per fermare la corsa del tempo: sempre con la logica del cuore mi descrisse i momenti salienti della costruzione dell’edificio, voluto dall’amministrazione comunale dell’epoca guidata da Antonio Fattori. Si parte con la progettazione degli ingegneri Filippo Amici, vissano, e Peppino Maurizi, maceratese con radici vissane, i quali delinearono una felice e ardua sintesi di un tema affrontato sotto il profilo logistico (vicinanza al centro abitato), pratico (locali ampi e luminosi), architettonico (richiamo ai palazzi del centro storico). Sintesi supportata da sperimentate tecniche di arte muraria e di lavorazione della pietra, arricchite all’esterno da segni artistici e scultorei che riconducono al significato specifico per cui l’intera struttura è stata costruita.
Dalla progettazione si passò ai lavori il 20 aprile 1933. I tecnici e le maestranze ebbero subito un bel daffare per risolvere i problemi posti dalla natura argillosa del terreno e dalla presenza di infiltrazioni d’acqua a cui si pose rimedio con 180 passoni di quercia del diametro medio di 15 cm e della lunghezza di 1,25 m forniti da Angelo Rinaldi di Ussita (padre di Nicola Rinaldi) e da Vincenzo Aureli di Visso, al prezzo unitario di 4,50 lire. I passoni furono piantati in corrispondenza degli angoli dell’edificio, prima di gettare le fondazioni.
Per l’occasione fu riesumato quel battipalo di legno di quercia che un tempo era esposto all’ingresso del municipio. Come Dio volle le fondazioni in calcestruzzo larghe 1,20 m e alte 1,80 furono gettate dal 12 maggio al 13 giugno 1933. Di tutt’altro livello, comunque, furono i problemi che s’agitarono più tardi a causa del maltempo, che fece interrompere i lavori dal 1 novembre 1933 al 15 maggio 1934, e dalle sanzioni conseguenti alla guerra d’Etiopia che costrinsero l’appaltatore a gettare di nuovo la spugna il 14 novembre 1934 per mancanza di ferro e cemento.

A questo punto Antonio Fattori, forse desideroso di fare capire a tutti da che parte spirava il vento dei tempi nuovi, si tolse l’abito dell’amico e indossò quello del podestà grintoso, scrivendo al geometra Benedetti una lettera perentoria quanto esilarante: «I lavori sono fermi, dovete continuare!».
S’infervorò con piglio da imprenditore anche Vincenzo Sordi che rispose a muso duro, chiedendo al podestà se per caso non fosse al corrente delle sanzioni o se volesse dimostrare agli amministrati che niente e nessuno poteva fermare le italiche virtù. Gli animi si calmarono il 15 marzo 1935, quando con la ripresa dei lavori cominciarono ad arrivare i blocchi di pietra bianca forniti dai fratelli Scuderini, che li prelevavano dalla cava posta al di là del Nera, lungo la strada di Castelsantangelo, in prossimità dell’attuale allevamento trote.
Man mano che la pietra veniva dirozzata e ridotta pulita da gente pratica di scalpello di cui Visso non faceva difetto, prendeva anche corpo la bella cortina esterna con gli eleganti portali d’ingresso. Per quest’ultimi occorrevano blocchi di pietra molto lunghi e siccome alla cava vissana “non si potevano chiedere fuochi d’artificio”, come si disse allora, fu giocoforza ricorrere alle cave e agli scalpellini di Cagli. I lavori proseguirono spediti fino alla copertura – eseguita con tecnica mista di travi in legno e capriate – e alla messa in opera degli infissi forniti da Tito Santacchi e delle balaustre in ferro eseguite da Tullio De Alis. Il 25 agosto 1937 è la data ufficiale del termine dei lavori e l’8 novembre 1937 quella della cerimonia d’inaugurazione che ebbe luogo con largo accorso di popolo e di organizzazioni, sventolio di bandiere e suono di campane, alla presenza del prefetto Raimondi, dell’on. Polverelli di Visso, del podestà Felice Venanzoni e di altre autorità convenute da Macerata e da Roma.
Sistemati i lavori, le date e le cerimonie il preside Benedetti mi fornì infine il costo complessivo dell’opera che fu di 1.609.233 lire, compreso il lavoro di decine di scalpellini e muratori, di cui vogliamo ricordare per tutti Betto e Nicola Rampielli, Mario Armoni, Ugo Marinelli, Ernesto Martini, Domenico Valentini, Perfetto Tomassoni e Armando Sordi che, al seguito del padre, si fece le ossa da imprenditore.
Con la logica del cuore non è un caso che proprio un ex insegnante di quella scuola elementare sia qui a chiedere con forza che sia restituito presto alla collettività un prezioso bene comune, un significativo tassello della sua storia recente, un compendio del fare umano, dove il lavoro di squadra aveva un ruolo decisivo per portare a termine progetti e operazioni difficili.
Dove mestieri e saperi si incontravano, imparando a conoscersi e a rispettarsi l’un l’altro, lontano dalle mode e dai traffici dell’architettura contemporanea, vicini invece alle vicende e alle storie degli uomini nella loro personale, malinconica e talvolta tragica casualità. •

Valerio Franconi

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