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“Il tempo non cambia molte cose nella vita”. Venti anni di messa. Auguri

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L’ordine sacro raccontato da un prete di mezza età

Se qualche tempo fa avrei cantato con convinzione questi versi della celebre canzone di F. Battiato “Segnali di vita” (Il tempo cambia molte cose nella vita), oggi sento con un pizzico di libertà in più di aggiungere nel mezzo del verso un bel “non”, che ovviamente stravolge il senso stesso della canzone.
Lo faccio in questo bell’anniversario che segna il primo ventennio della mia ordinazione sacerdotale. Torno con gratitudine a lodare il Signore per la sua fedeltà che è da sempre, per la sua misericordia che dura in Eterno, per la presenza e l’Amore costante di Gesù che è lo stesso ieri, oggi e sempre.
Nel fluire del tempo trovo un ritmo costante di vita sacerdotale nei vari luoghi dove ho svolto il mio ministero. Esso è fatto di gesti ripetuti, di cicli liturgici, di feste che si replicano, di bambini che prima battezzati poi cresciuti, vengono avviati alla comunione e alla cresima, di genitori, stanchi spettatori di un copione che li relegano (o si relegano) a semplici comparse e di attese deluse per un cambiamento d’interesse e di partecipazione da parte di fedeli, che alla fine si accontentano di pensare al Signore. Sono stato catturato dal suadente e provocante titolo del libro Così non posso più fare il parroco. Vi spiego perché, in cui un presbitero tedesco, stanco della “pastorale dell’inutile”, racconta che ha voluto mettersi da parte, in un monastero, per manifestare, pur rimanendo contento della sua vocazione e del suo essere prete, il suo rifiuto verso una chiesa vecchia, che gli richiede di continuare tradizioni e disposizioni che non servono a nessuno.
Ho pensato che è veramente difficile mantenere la vocazione originaria e l’identità di presbitero, cioè di guida saggia di una comunità cristiana che desidera vivere secondo il Vangelo di Gesù, aiutata dalla Parola, dall’Eucarestia e dai Sacramenti, mentre la folla dei battezzati vuole un sacerdote, ministro del culto e mediatore del sacro, con l’aspersorio in mano, atto a benedire oggetti utili alla vita comune e presenza richiesta nel ciclo della vita, cioè nella nascita e nella morte.
All’immagine poetica ed eminentemente spirituale del prete come Ostensorio del Volto e dell’opera di Cristo, si può più ironicamente attribuire al prete del mondo contemporaneo, quella di Aspersorio vivente, pronto ad essere maneggiato nel momento del bisogno e del pericolo, per poi essere riposto in qualche cassetto, fino a nuovo bisogno o pericolo incombente. Sembrano rivendicazioni sindacali plausibili, e giustificabili una fuga nel monastero, in attesa di una terra promessa, una Chiesa diversa.
Eppure come presbiteri dobbiamo accettare il rischio di essere senza nessun potere di cambiare il mondo con le nostre forze, continuando ad amare questo mondo che non cambia con le nostre belle prediche, pur preparate con premura ed impegno.
La religiosità molto spesso non cresce con le nostre belle celebrazioni (per la gente sono cerimonie!!!) che ci impegniamo a rendere piacevoli e ordinate. Le persone non migliorano immediatamente con le nostre direzioni spirituali, che piuttosto ci fanno prendere consapevolezza della nostra inadeguatezza ai gravi problemi della gente.
Il tempo non cambia molte cose.
E se la quotidianità di un prete, non gli riserva di anno in anno tangibili ed evidenti cambiamenti interni ed esterni, lui non cambia neanche la sua volontà di servire i suoi fratelli ed amare il suo Dio. Questo è il miracolo che contemplo dopo vent’anni di ordinazione sacerdotale, di continuare a sperare, a fidarmi ad amare nonostante niente sia ancora del tutto convertito. In questo riscopro la chiamata di Dio, perché solo se Lui c’è, può continuare la sua opera attraverso di me, senza far prevalere le stanchezze, le fragilità, i peccati. Si può spesso confondere il cambiamento con l’inesorabile e velocissimo passare del tempo: vedo nelle immagini di venti anni fa sfilare tanti confratelli ormai nella liturgia celeste, tanti parrocchiani battezzati ormai giovani universitari e tanti ricordi di momenti belli o tristi condivisi con migliaia di persone conosciute. Sì il tempo è veloce e può a volte farci cadere nel pessimismo di chi si domanda, come il cantautore V. Rossi: “che cosa è servito, che cosa è cambiato e anzi che cosa ho guadagnato” soprattutto se ci si volge indietro e si guardano errori, fallimenti o mancanze di coraggio che hanno ritardato il ritmo dell’entusiasmo e della fede. Accettare con serenità che il tempo passi per essere espropriato della propria sete di dominio ed essere totalmente al servizio di Dio e dei fratelli, con una santa libertà; questo il mio cuore desidera: “Nelle tue mani metto la mia vita; tu mi liberi, o Signore, Dio fedele” (Sal 31,6).
Grazie… ripetevo venti anni fa dopo aver presieduto la prima eucarestia e dopo venti anni continuo a ripeterlo al Signore e ai fratelli e sorelle che accompagnano il mio cammino umano e cristiano. Il tempo non cambia molte cose… e soprattutto non cambia la Misericordia del Signore. •

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