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Imparare a ricostruire

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Cosa vuol dire salvare un luogo sacro dalla distruzione

La Chiesa della Cona non c’è più, La Chiesa della Cona è da cancellare, La Chiesa della Cona è irrecuperabile. La Chiesa della Cona siamo noi che ce ne andiamo sfollati verso il mare. Tutti ne parlavano così dopo il terremoto, tristemente, impietosamente, molto spesso con le lacrime agli occhi: una chiesa alla deriva con poche speranze di rinascita. Ma cosa ne dicono oggi gli abitanti di Castelsantangelo sul Nera? Sarà un caso, ma negli ultimi tempi, con l’inizio della raccolta fondi per la ricostruzione del tempio, si avverte un risveglio, rabbioso, pungente, tinteggiato di tristezza, ma anche di attesa e di malcelata speranza. Già alcuni mesi fa lo studio fotografico Serini di San Severino Marche, con una felice sponsorizzazione della Ranton – un’impresa sempre attenta alle problematiche del territorio – fasciava le mura perimetrali della chiesa tramite un racconto fotografico lungo ventotto metri e largo uno, conducendo l’intervento in modo estremamente misurato, mediante un insieme di rappresentazioni rievocative in grado di esaltare la materia originale ridotta in rovine. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’ininterrotta serie di immagini felicissime, nella varietà del rapsodico andare dell’obiettivo fotografico, che scopre talora scene votive e talora si fa memore di un sogno di fede; talvolta delinea suggestivi orizzonti di riti processionali, talvolta prospetta tradizioni e spazi di aggregazione sui quali passa veloce un diapason di fratellanza e di fede.

Nodo d’emozione o fiato della memoria; recupero e antico abbandono; sorpresa e ricordo; stupefazione o appagata attrattiva, questo racconto. Segno fra altri segni ancora, che rabdomantico evidenzia l’iniziativa della Ranton, ma scava anche il grembo delle rovine su cui s’iscrive in cerca di altre verità della fede, soffermandosi sullo spazio di accoglienza dove il sindaco Mauro Falcucci ha scritto parole di verità: “Il tempo, rapido e inesorabile è il compagno silenzioso e fedele della vita in montagna, che obbedisce a leggi precise e immutabili. Su tutto domina la voce della Natura, madre amorevole ma anche molto severa”. I fedeli che tornano per la festa della prima domenica di luglio guardano la chiesa ferita e fasciata di foto che sembra rivolta verso di loro, fanno gesti devozionali antichi, pregano a bassa voce con le lacrime agli occhi. Cosa potranno proteggere o sacralizzare ancora gli sguardi pietosi e afflitti della Madonna dell’Icona? Eppure queste celebrazioni, rese nuove dal racconto per immagini, non annullano, forse, il dolore delle recenti distruzioni, ma sicuramente inseguono e consolidano un legame che non passa e un futuro che si vorrebbe progettare attraverso le foto dello studio Serini: il fluire del tempo, l’uomo, la memoria, il ricordo come trasformazione di intime convinzioni intrise della poesia dell’esistenza. Si direbbe un viaggio tra il passato e il futuro, una mostra scandita dai ricordi dove tutto sembra rinviare alla cifra affascinante del tempo, con pause, respiri, sospensioni, smarrimenti emotivi che si rinnovano ad ogni attimo nel susseguirsi delle fasi fotografiche. Si realizza insomma un legame dei tanti frammenti di un universo che è esploso da tempo, le cui schegge sono simbolicamente sparse nel mucchio di pietre sul prato retrostante la chiesa.
Fa sempre un certo effetto vedere questo posto, solitamente deserto dopo il terremoto, affollato di nuovo. Si stanno forse disturbando i fantasmi e le ombre del passato che ancora sembrano aggirarsi in questo luogo, o non si sta attuando invece – attraverso il racconto fotografico, gli sguardi, le voci, le processioni e la presenza del sindaco Falcucci – un inizio di rinascita? La prima domenica di luglio la gente di Castelsantangelo sul Nera, gli abitanti sparsi in altri luoghi hanno tentato ancora di conoscersi e di riconoscersi. La chiesa colpita dal terremoto sembra non volersi rassegnare alla sua sorte. Manda segnali. Consegna memorie.
Un tuffo nel mare del tempo, giù a capofitto per otto secoli e più, fino a sfondare a ritroso la data del 1185, quando per ricordare l’incoronazione del duca Guelfo VI furono fatte costruire nei valichi di confine alcune edicole in pietra, con l’immagine della sacra icona donata da Federico Barbarossa alla comunità di Spoleto. La chiesa parzialmente distrutta, le pietre recuperate in contenitori bianchi e quelle ammucchiate direttamente sul prato, le foto, le mura sbrecciate non alimentano solo antiche storie, ma anche favole, speranze, sogni dell’oggi. Sono in qualche modo un revenant che torna, inquieta, interroga; incalza le persone che si avvicinano e afferma il desiderio di presenza e di centralità di un luogo recuperato alla memoria, secondo la lezione di Pierpaolo Serini: “Attese amare/ spalancano sui celi nude travi/ e in nuvole le arcate sulle brecce sbiancate./ Le piogge e le stelle dai tetti sprofondati/ sulle ferite gravi/ illuminano spettrali di sassi e santi/ fisso il guardare”. L’invocazione è precisa: guardate, cercate di capire davvero, venite a toccare le pietre, annusate la polvere, parlate con la gente. La chiesa della Cona non può diventare un luogo di martirio, una vittima sacrificale del sisma. L’ansia, il panico, il silenzio assoluto, il borbottare cupo del terremoto si trasformano in suoni di attesa e in manifestazioni di speranza: si confondono voci, preghiere, richiami di ciclisti che si fermano a guardare le foto. Il terremoto, l’abbandono, le rovine diventano quasi una sorta d’incidente, di atto naturale e doloroso che non cancella il legame con il passato, ma anzi lo rafforza: l’assunzione funzionale di un tempo andato, vero o ricostruito nelle foto, doloroso e mitico, viene visivamente assorbito, evocato, rielaborato per riconoscersi nel presente.
C’è nel progetto fotografico dello studio Serini un disegno nascosto che va scoperto e conosciuto lentamente, ma che nulla ha a che vedere con la bramosia di mettersi in mostra. È il dono di un senso che sopravvive e che appartiene alla tradizione di questo posto, che tenta faticosamente di conservare e tramandare una misura di dignità civile e religiosa. C’è chi porta fiori e chi porta la memoria visiva di un luogo. La memoria ha bisogno di autenticità, non di favole. Guardi le foto e capisci. Celebrazioni liturgiche sul prato, mani che si stringono, fedeli che cantano, organetto, cembalo e percussioni che suonano, mani callose che alzano al cielo stendardi e pesanti croci. Una sorta d’investimento sulla memoria. La chiesa rimasta riflette e porta dentro di sé la chiesa perduta. Il tempio nostalgico guarda il passato perché vuole un presente e un futuro autentico. La chiesa perduta viene riguadagnata in quella rimasta come chiesa della memoria. Non si perde mai una chiesa se non si vuole perderla. Non abbiamo mai una chiesa se non sappiamo riconoscerla nella nuova. La chiesa di due paesi e di una campana storica che la prima domenica di luglio chiama ancora a raccolta le persone di Castelluccio e di Castelsantangelo sul Nera.
La chiesa del sole e delle nuvole che guarda il Pian Perduto e i monti della Sibilla. La chiesa dei tornei e la chiesa del mito. La chiesa dei pascoli e degli stazzi. La chiesa da cui partivano i vergari e i mercanti di campagna per raggiungere le masserie. La chiesa a cui tornavano le greggi e i pastori dalla Campagna Romana. E le chiese svaniscono. Svaniscono le tante campane delle chiese della memoria. Ma una campana ancora suona, una chiesa ferita ancora ti accoglie. E la chiesa della Cona diventa la tua casa se diventa luogo dell’incontro di una nuova identità civile, storica e religiosa che non smarrisce la precedente. •

Valerio Franconi

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