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Lasciamoci scomodare dal Sogno di Dio: l’Uomo

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Parto da una esperienza personale. Quando è arrivata la telefonata per verificare la disponibilità per il Convegno Diocesano, in automatico ho rivolto il pensiero ad un Testimone prezioso della nostra Chiesa Fermana: don Pippo Concetti.
Ho accettato l’invito perché mi sono risuonate le sue parole quando, con cura speciale e profezia autentica, pensava e organizzava i lavori del Convegno Diocesano di inizio anno. La cura nell’ accogliere le persone, la scelta attenta dei relatori, la progettazione dei gruppi di lavoro, la redazione delle sintesi e l’elaborazione dei materiali erano tutti i punti attraverso i quali esprimere il volto di una Chiesa materna.
L’ “intelligenza della Fede” sembra allora suggerire il recupero di quanto di buono la Chiesa fermana ha elaborato nel suo passato e nello stesso tempo la necessità di attivare processi generativi attraverso i quali immaginare la “via fermana” alla Chiesa in uscita. In questa prospettiva è urgente coltivare l’emisfero della creatività e la ricerca di un equilibrio tra tradizione e innovazione.
Vedere questa Assemblea per me è un esempio concreto di come “buoni lasciti”, anche a distanza di tempo, possano generare “nuovi inizi”.
La seconda eredità di Pippo è sicuramente l’idea che è possibile sperimentare nel Mondo e nella Chiesa la “libertà dei figli di Dio”. Mi piace pensare che “insieme”, attraverso il nostro convenire, stiamo facendo un’autentica esperienza di libertà.
Mi è stata chiesta una disponibilità per partecipare ai momenti di ascolto; un impegno per tentare di produrre un materiale di lavoro condiviso e restituire alcuni spunti per il percorso che verrà.
Tre sono gli ancoraggi che vorrei condividere in partenza:
1. Ci siamo messi in “ascolto” evitando le derive salottiere e gli sfogatoi. La convinzione è che “nessuno di noi basta a se stesso” e che uno sguardo strategico sulla realtà è uno sguardo che ha bisogno degli altri;
2. Abbiamo messo al centro una sfida impegnativa: apprendere dall’esperienza. Insieme abbiamo sperimentato la fatica di raccontare ciò che si fa; di ricostruire il senso; di elaborare significati condivisi. Essere una Chiesa “apprendista”, ovvero capace di apprendere mentre lavora, è la fatica da assumere per essere credibilmente una Chiesa “magistra”. Non c’è Chiesa “magistra” senza essere “apprendista”. Occorre, dunque, non finire di capire, non smettere di pensare e non ritirarsi dal fare;
3. Abbiamo sperimentato come la Chiesa non può considerarsi immune dalle grandi correnti culturali che caratterizzano la nostra contemporaneità. In questo senso non possiamo considerarci una “zona franca” rispetto alle contraddizioni della Società. E per questo ripartire dalle persone e dalle famiglie che fanno più fatica significa rimettere in gioco un’ “attenzione preferenziale” che possa riequilibrare una visione “mercantile” della vita, per cui il valore di una persona dipende dal suo “valore economico”. Occorre tornare a diventare “esperti del proprio tempo”, riconquistando il senso del tempo, la tensione e la visione di futuro, la capacità di stare presso le ansie e i desideri, le pesantezze e le contraddizioni […]. Riuscendo a non farsi avviluppare nei rancori e nelle angosce” (I. Lizzola).
In maniera parziale e in alcuni tratti addirittura confusa, proveremo a restituire quanto è emerso, organizzando la comunicazione in sei punti che speriamo possano essere di qualche utilità rispetto al percorso che la nostra Diocesi deciderà di sviluppare.
1. Incamminarsi con Fiducia: “Non temete”.
Viviamo nell’epoca della durezza e delle slegature, in cui i solventi rischiano di essere più forti dei collanti (L. Alici). Aumentano le persone sole e che si ritirano dalla vita con altri e sempre più spesso anche i credenti vivono la tentazione dell’ “uomo che si fa da solo” e che può fare a meno degli altri. Le nostre comunità sono ancora scosse dall’esperienza del Terremoto. È stata un’ esperienza “fisica”: tante famiglie ancora vivono il disagio e le pesantezze di un’ esistenza “in esodo”; tanti luoghi di culto sono ancora inagibili e diverse comunità sono “disperse”. Nello stesso tempo le scosse hanno investito le dimensioni relazionale e morale: continuano a tremare le relazioni e i valori di riferimento sembrano sollecitati fortemente.
Siamo in Esodo e in un’età senza casa. Come afferma Ivo Lizzola “nelle ‘età senza casa’ prevalgono l’incertezza e l’ansia, il cammino e la ricerca, il disorientamento e il rancore, il pluralismo e gli arcipelaghi di senso. Nelle età senza casa si vive la consumazione d’un tempo (ed anche dei sogni e dei modi del suo cambiamento) e il senso dell’aperto, il legame a una promessa. Come nell’esodo: tempo grande e fecondo, sofferto e difficile, prezioso e capace di anticipo. Nell’esodo, certo, emergono anche rancori e risentimenti, chiusure e separazioni, ma si evidenzia la resistenza delle fedi e delle speranze, delle fedeltà e delle cure reciproche, anche tra le generazioni. Cure finalmente riscoperte, come la necessità di legarci gli uni gli uni agli altri in carovana. Con concrete solidarietà che fanno stare creativamente nel viaggio; con attenzione a non perdere gli orientamenti verso una terra promessa, buona, fraterna, accogliente e giusta. Come traspare nell’anticipo concreto e intelligente di pratiche di fraternità, di giustizia, di reciprocità e di impegno intelligente (delle cose e del legame tra le persone). Anticipo che punteggia il cammino in esodo. In esodo si vive e si pratica la promessa”. In questo senso la nostra è un’ epoca di “spiazzamenti” in cui emergono cure inattese, inedite capacità di sperare, attenzioni che prendono forme nuove: “si incontrano giovani generosi che rinunciano alle ferie per stare con i più piccoli. Lo fanno con dedizione” (dai Lavori di Gruppo);
“ho incontrato famiglie che con attenzione e amore accudiscono i propri anziani per assicurare loro il calore familiare anche nelle fasi in cui diventano non-autosufficienti” (dai Lavori di Gruppo).
Per tutto questo l’ “Oggi di Dio” è comunque un tempo in cui potenzialità e rischi convivono. Possiamo allora incamminarci con Fiducia sapendo di poter contare su una promessa: «Non temere … ti ho chiamato per nome…perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-4).
2. Una Grammatica della Gioia: Soggetto, Verbi e Complementi
Ritornare ai “fondamentali” può essere una via promettente e ripartire dalla “grammatica” aiuta a riscoprire la possibilità di vivere con altri e comunicarsi (rendere comune reciprocamente) la “gioia del Vangelo”. In un contesto in cui “la tristezza individualistica” sembra avere il sopravvento. Infatti “il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene” (EG,n.2). Non esistono zone franche e soggetti immuni per cui “anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita”(EG,n.2). Tutto ciò non rientra nel “sogno di Dio” poiché “questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto”. Occorre ritornare a dirsi che in questo tempo, a tutte le donne e gli uomini, la “gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento” (EG, n.1).
Il Soggetto della Chiesa in uscita è la “Comunità dei discepoli missionari”. I verbi principali sono: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare. I complementi sono tanti e vale la pena approfondirli con una certa attenzione: la Chiesa in uscita “con chi” vuole coinvolgersi? “come” vuole accompagnare? Perchè? E per quali obiettivi? Al numero 24 di EG possiamo allora leggere: “La Chiesa ‘in uscita’ è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano”.
3. Un metodo di lavoro per abitare l’ “Oggi di Dio”: la Fiducia che Dio parla attraverso le Donne e gli Uomini del nostro tempo
In un importante documento (“Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000”) i Vescovi italiani hanno rilanciato la necessità di uno “sforzo di mettersi in ascolto della cultura del nostro mondo”. L’invito, valido ancora di più oggi è di investire tempo, competenze e passione per “comprendere” il tempo che ci è stato donato e di cui sentiamo la corresponsabilità. Non si tratta però di affidare l’analisi del nostro tempo a qualche “guru”. Occorre invece investire per costruire insieme una conoscenza radicata nei nostri contesti di vita, nei nostri “mondi vitali”, ovvero laddove le donne e gli uomini di questo tempo soffrono e gioiscono, lottano e sperano. Senza omissioni e sconti rispetto alla durezza del nostro tempo e senza correre il rischio di rendere “invisibili” tante storie di difficoltà: chi perde il lavoro e non lo ritrova; i giovani che non riescono a trovare la propria strada e quelli che finiscono nella gabbia delle dipendenze; le famiglie sfiancate da dieci anni di crisi; i tanti adulti in fortissimo disagio psicologico; i casi di solitudine non scelta che riguardano tanto i giovani quanto gli anziani; la violenza dello sfruttamento delle donne vittime di tratta; la violenza dentro le nostre famiglie; le nuove dipendenze come l’azzardo-patia che nel silenzio distrugge tante famiglie; le tante storie di donne e uomini, madri e padri, in carcere.
Infatti Dio parla attraverso tante storie di generosità, di responsabilità e di solidarietà, ma anche attraverso storie spezzate, violentate, distorte, quelle storie che Papa Francesco porta in primo piano tutte le volte che ci rilancia la nostra responsabilità rispetto agli scarti. Mutuando una bellissima immagine dall’ultima fatica di Luca Tosoni, noto nella nostra Diocesi come profondo conoscitore dei temi bioetici e cultore della storia del popolo Indiano dei Lakota, possiamo dire che siamo di fronte al “cerchio spezzato” per cui l’armonia si è infranta e una tradizione rischia di sparire” (L. Tosoni).
In questo contesto si colloca una rinnovata attenzione agli stili di comunicazione della nostra Chiesa. La prospettiva della “chiesa in uscita” richiede un nuovo bilanciamento tra la comunicazione della Chiesa-Istituzione e la comunicazione della Chiesa-Comunità; tra il linguaggio giuridico-formale (norme, incarichi…) e il linguaggio della “gioia del Vangelo” maggiormente legato alle “buone notizie” e alle “denunce delle ingiustizie” che il “vedere con gli occhi di Dio” fa emergere per interpellare la nostra responsabilità.
Convinti che la Comunicazione possa svolgere un ruolo decisivo nel far sentire le donne egli uomini del nostro tempo all’interno del sogno di Dio e della Chiesa poiché “essendo […] quest’uomo la via della Chiesa, via della quotidiana sua vita ed esperienza, della sua missione e fatica, la Chiesa del nostro tempo deve essere, in modo sempre nuovo, consapevole della di lui «situazione». Deve cioè essere consapevole delle sue possibilità, che prendono sempre nuovo orientamento e così si manifestano; la Chiesa deve, nello stesso tempo, essere consapevole delle minacce che si presentano all’uomo. Deve essere consapevole, altresì, di tutto ciò che sembra essere contrario allo sforzo perché «la vita umana divenga sempre più umana», perché tutto ciò che compone questa vita risponda alla vera dignità dell’uomo. In una parola, dev’essere consapevole di tutto ciò che è contrario a quel processo” (Redemptor Hominis, n.14).
4. La Chiesa in Uscita: uno sguardo che illumina la realtà
Assumere lo sguardo della Chiesa in uscita significa rimettere al centro la “Persona” capace di andare oltre l ’ “io” e il “mio” e di accettare la “Fragilità che è in noi” (E.Borgna) come dimensione costitutiva della persona e non come dimensione negativa. Sarà proprio il riconoscimento della propria fragilità che renderà possibili inedite “alleanze” tra fragili. In questa logica allora la Comunità diventa l’esperienza in cui è possibile sperimentare concretamente il “prendersi cura” dell’altro attraverso la cura delle relazioni. Uscire significa anche riconoscersi non solo in quanto “comunità di cura”, ma anche come “comunità di destino”. Senza queste due specificazioni la “comunità” finisce per essere una indistinta esperienza di massificazione.
Infine attraverso la prospettiva della “persona” e della “comunità” si fa spazio il ritorno alla possibilità di “costruire la città dell’uomo a misura d’uomo” (G. Lazzati). Una Chiesa in uscita ritorna profetica in quanto capace di abitare l’Oggi di Dio e di ri-costruire nuove forme di convivenza che tengono insieme la dimensione strutturale (urbs), quella relazionale (civitas) e quella politica (polis) della città (C. Danani).
5. Le principali evidenze dal percorso della Diocesi di Fermo: Consiglio presbiteriale, Consulta delle Aggregazioni Laicali, Consiglio Pastorale Diocesano
L’avvio del percorso ha voluto porre l’accento su un “metodo di lavoro” che possa ispirare un diverso stile dell’incontrarsi e dell’ascolto reciproco. La consapevolezza della necessità di aprire “cantieri di ascolto e di progettazione” a livello di comunità ha trovato una felice connessione con la possibilità di utilizzare incontri già programmati di tre diverse “istituzioni” della Chiesa Locale. Si sono incontrate più di ottanta persone (laici e presbiteri) e oltre trenta partecipanti hanno potuto prendere parola. Abbiamo individuato alcuni “fili rossi” intorno ai quali organizzare una prima e provvisoria forma di restituzione.
Un primo “filo rosso” riguarda l’idea di “sacerdozio”. Da una parte emerge una idea di sacerdozio come “mediazione tra Dio e l’Umanità” per cui è prevalente una “attenzione al culto” e di conseguenza una “Chiesa cultuale”. In questa visione il sacerdote è “dominus, figura sacrale, inavvicinabile, intoccabile e impunibile”. Dall’altra parte si guarda al sacerdote chiamato ad un impegno “per il bene delle persone e quindi del popolo” (cfr. Lettera agli Ebrei). Un’ idea di sacerdote che richiama la necessità di “puzzare di pecora”, o meglio ancora di pecora tra le pecore.
Un secondo “filo rosso” si annoda intorno alla rappresentazione di una Chiesa “in uscita”. Emerge la consapevolezza della “necessità” di uscire: “siamo sempre meno”; “ormai sono 99 le pecore fuori dal recinto”; “siamo costretti in una crosta di autoreferenzialità”. Non mancano però i “timori”: “come Chiesa ci perderemo?”; “come prete ce la farò? Sono attrezzato?”. Le certezze delle difficoltà convivono con quelle circa le possibilità: “in alcuni momenti manca il coraggio di stare di fronte ai giovani senza avere niente da proporre, per ascoltare”; “la sacrestia è il mio habitat, sono cresciuto in questi ambienti”; “è un’ occasione importante per passare da una idea del fare le cose a quella di costruire relazioni”; “è un tempo per costruire opere-segno in contesti difficili”; “si può ancora dire la bellezza del Vangelo”.
Con profonda consapevolezza si individuano alcuni “vincoli”: “se guardo la mia agenda vedo che il tempo è tutto investito “dentro”; “occupa troppo tempo la “burocrazia ecclesiale”; “anche se guardo i bilanci della mia parrocchia mi accorgo che spendo tutto dentro”. L’analisi delle parole condivise mette in primo piano anche una quota rilevante di dubbi. Sul piano delle motivazioni: “stiamo uscendo per “raccattare fedeli”, in una logica di marketing pastorale?”. Sul piano dell’azione pastorale: “perché nei nostri bilanci è piccolissima la quota dedicata ai giovani?”. E un dubbio importante emerge nelle parole di chi si chiede “riusciremo a far vedere che la nostra vita è cambiata dall’incontro con Gesù?”.
Un terzo “filo rosso” rilancia il nesso tra la Chiesa in uscita e l’orientamento al “bene del popolo”: “come orientarsi alle famiglie che non frequentano? Che non inviano i figli al catechismo?”; “che cosa facciamo per i tanti giovani allo “stato brado”?”.
Un ulteriore “filo rosso”, il quarto, collega le riflessioni intorno all’esperienza del terremoto che ha messo in luce una Chiesa che ha bisogno di “strutture” (spazio sacro, luoghi di socialità, luoghi della memoria…) e nello stesso tempo rischia di vivere la “tentazione delle strutture”, che in molti casi appesantiscono la vita della Comunità. In questa esperienza tragica alla fine “ognuno ha vissuto il terremoto come poteva e abbiamo perso l’occasione per cambiare, mettendo al centro la ricostruzione delle comunità”.
Il quinto “filo rosso” ha congiunto la Chiesa in uscita alla necessità di misurarsi con la Misericordia: “quale Amore abbiamo per le persone? Come siamo misericordiosi di fronte alle “situazioni irregolari”?”.
Una Chiesa della gioia del Vangelo ha bisogno di un “Laboratorio culturale” (sesto “filo rosso”) che per la nostra Diocesi è sicuramente rintracciabile nell’esperienza della “Teologia Fermana”. Fare memoria consente una gratitudine piena nei confronti di tante persone impegnate nello studio e nell’insegnamento. In particolare un pensiero speciale va a don Gabriele Miola, un “padre” che ha saputo generare figli nella fede e nella conoscenza. In un contesto culturale e sociale ad alta complessità diventa vitale avere preti e laici impegnati nel desiderio comune di crescere sul piano della Cultura e assumere con responsabilità e creatività la domanda cruciale “come raccontare il buon Dio alle persone di questo tempo?”.
Infine un settimo “filo rosso” conduce ad interrogarci sul rapporto tra “chiesa in uscita” e “chiesa in entrata”. Si avverte l’urgenza di “aprire le porte per fare entrare aria buona, di stare sulla soglia per accogliere con cura le persone”; di “offrire celebrazioni di qualità”; di “una formazione dei laici più adeguata alle nuove domande di senso”; di “offrire una risposta qualificata in occasione della richiesta dei Sacramenti”. La stessa “comunione tra le Chiese” diventa un fattore importante. In sintesi emergono la sfida di “qualificare il nostro “stare dentro”, per non inseguire tutta la vita “fuori” e una riflessione per cui “forse abbiamo “inciaffito” il nostro “essere dentro” perché abbiamo scelto di essere “troppo” fuori”. Nello stesso tempo altre visioni sottolineano come “esco solo se ho sperimentato che qualcuno è venuto a casa per provocarmi”.
I sette “fili rossi” non riescono a disegnare una mappa completa di quanto è emerso in occasione dei tre incontri. La speranza è che possano costruire alcune “boe” di riferimento per proseguire e alimentare un ascolto umile e competente.
6. Alcune traiettorie di impegno per una Chiesa fermana “in uscita”
La “via fermana” alla Chiesa in uscita non si presenta come un’autostrada a tre corsie, ricca di infrastrutture in grado di rendere confortevole il viaggio e con una destinazione certa. Mettersi in cammino con Fiducia chiede di assumersi il rischio di esplorare nuovi territori che possono essere nuovi perché inesplorati o apparire nuovi perché visti con occhi nuovi.
Il cammino assomiglierà ad una escursione in montagna in cui a tratti il sentiero sarà poco visibile, in altri richiederà una profonda capacità innovativa e in altri ancora l’abilità a restare su tracce lasciate da coloro che ci hanno preceduto.
La prima traiettoria riguarda proprio un deciso cambio di paradigma, che richiede di assumere il rischio di alcuni salti e la pazienza di investire continuamente anche a fronte di possibili insuccessi. Nei Lavori di Gruppo abbiamo toccato con mano la necessità e la fatica di tre “salti”: passare da una postura di “individui” ad una di “comunità di discepoli”; superare la logica dell’ “occupare spazi” per sviluppare la capacità di “attivare processi”; elaborare la “frustrazione e le depressione ecclesiali” per diventare credibili testimoni della Gioia del Vangelo. Un primo campo di sperimentazione sarà già il metodo di lavoro che la Chiesa fermana metterà in campo nel percorso di coinvolgimento delle comunità parrocchiali.
Una seconda traiettoria chiede alla nostra Chiesa locale di “desaturare per ristrutturare”. Occorre liberare tempo dalle “responsabilità” e dai “poteri” di gestione e di amministrazione della Parrocchia per avere cuore e passione per la cura delle relazioni tra “figli di Dio”.
L’attuale organizzazione della Chiesa-Istituzione rischia di “mangiare” la Chiesa-Comunità. In questa prospettiva la “struttura” in molti casi è “sovrastruttura” che non libera risorse, ma che le consuma. Non è possibile avere tante strutture e alla fine si moltiplicano i racconti di solitudine da parte dei laici e dei sacerdoti.
Una terza traiettoria segnala l’urgenza di re-imparare a “mettere la vita in comune”. La Chiesa-Comunità ha bisogno di poter sperimentare che è vitale “sentire la ferita dell’altro” (L. Bruni) e “sentire lo sguardo di ritorno” di coloro con cui condividiamo l’avventura umana. Non possono essere appaltati alla Caritas o alla Pastorale sociale e del lavoro. Occorre ri-umanizzare le nostre esperienze dando concretezza all’ “umanità della fede” (L. Manicardi).
Tutto ciò però diventa in-credibile senza la capacità di alimentare il desiderio di una “vita buona” in cui la giustizia e il dono possano ritrovare una riconciliazione capace di legittimare uno stile che trasuda della libertà dei figli e delle figlie di Dio.
Infine vorrei condividere con ciascuno di voi un senso di profonda gratitudine personale. Ho sentito una profonda Fiducia sulla mia persona, che è anche l’esito di una storia comune con tanti dei presenti e del lavoro “speciale” fatto con il “coordinamento”, a cui va il merito di aver investito tempo e intelligenza in un percorso lungo e impegnativo.
Per questo mi sento esposto come mai in altre circostanze analoghe. Un carissimo amico di fronte alle mie paure per questa sovra-esposizione ha voluto rasserenarmi. Mi ha detto: “Ci sono esposizioni per farsi vedere e ci sono esposizioni per vedere. Ricordati che solo se ti sporgi riesci a vedere meglio”. Spero dal profondo del cuore di essere stato fedele a questa seconda possibilità. Buon lavoro. •

Massimiliano Colombi, sociologo

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