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Teologia e politica per la “lex agendi”

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ITM: prolusione del card. Gualtiero Bassetti

Ringrazio dell’invito e saluto tutti i presenti, le autorità, il corpo docente, gli alunni, i lavoratori dell’Istituto teologico. Un anno che inizia è sempre un dono di grazia da accogliere con fiducia.

1.Presi «per il collo» dal Signore?
«È bello vivere in questa età perché il Signore ci sta tirando per il collo» : così scriveva don Giuseppe Dossetti nel 1962, in piena stagione conciliare ma nelle incertezze della Guerra fredda.
Quando guardiamo al nostro tempo spesso sottolineiamo l’aspetto della crisi. C’è la crisi economica con le sue conseguenze che attanagliano molte famiglie. C’è la crisi del lavoro giovanile. C’è la crisi di valori. C’è la crisi della comunità cristiana, talvolta divisa o litigiosa. C’è la crisi della civiltà… E c’è anche la crisi dell’impegno politico dei cattolici! Eppure dentro a crisi così complesse non dovremmo mai perdere la fiducia che a condurre la storia è il Signore Gesù. Non mancano le tempeste, ma la fede ci permette di riconoscere che Lui non ci abbandona. Non lo ha mai fatto e non lo sta facendo. Continua ad accompagnarci con il suo amore. Ci offre motivi per sperare. Ogni ricerca teologica che vuol condurre a un rinnovato impegno socio-politico dei cattolici non può che partire da qui. Il Signore ci sta tirando per il collo perché anche noi, come il profeta Osea o come Giona, ci giriamo dall’altra parte, facilmente ci rifugiamo nelle nostre piccole sicurezze, preferiamo la comodità delle poltrone. Siamo refrattari alle provocazioni dello Spirito Santo! Fino a quando ancora?
La domanda per la teologia allora è la seguente: cosa ci vuole suggerire lo Spirito del Signore in questa stagione? Dove ci vuole condurre? In quale direzione? Già queste sono domande teologiche, perché ci obbligano a ricercare la volontà di Dio sulla Chiesa e su di noi e a discernere i segni dei tempi.
Nel campo teologico e pastorale abbiamo forse tirato i remi in barca e ci siamo accontentati di una teologia astratta, lontana dalla vita, formalmente ineccepibile ma che non smuove l’animo e che non spinge all’impegno. Quando è così la fede diviene insipida, perde la sua anima. Diventa accademia per i salotti buoni ma si sente subito che c’è aria poco respirabile. In qualche caso, abbiamo perfino oscurato le finestre per evitare di guardare fuori e di sentire il grido dell’uomo sofferente che bussa al nostro cuore e chiede ospitalità. Dobbiamo onestamente riconoscere che ci ha pensato papa Francesco ad aprire gli occhi e a scaldarci il cuore perché la fede camminasse le strade del nostro tempo e incrociasse i volti concreti delle persone. Il messaggio di Cristo è una speranza per l’uomo, come già ci insegnava il Concilio Vaticano II nello sfolgorante inizio di Gaudium et spes:
«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1).
Potremmo riprendere qui una felice espressione di Francesco: come gli evangelizzatori devono avere l’«odore delle pecore», così la Chiesa ha bisogno di lasciarsi coinvolgere. Una Chiesa che accorcia le distanze, che non ha paura di toccare «la carne sofferente di Cristo nel popolo» (EG 24), si rende conto che il profumo di Cristo e l’odore delle pecore sono più vicini di quanto non si creda. Anche la teologia ha bisogno di un bagno di umiltà. È chiamata ad accompagnare questo processo storico che, per quanto difficile possa apparire, è sempre abitato dalla grazia di Cristo. Una corretta visione teologica non può evitare di formare coscienze e indicare presenze evangeliche. Se così non fosse meriterebbe lo stesso rimprovero che Gesù rivolge a scribi e farisei: «Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?» (Mt 16,3).

2. Dalla teologia una «lex agendi»
Vi è un antico adagio patristico secondo cui lex orandi, lex credendi: il linguaggio della preghiera dà forma al contenuto della fede. L’icona biblica del buon samaritano (Lc 10,29-37) ci permette di allargare la prospettiva. La liturgia nel prefazio Comune VIII presenta Gesù come servo e redentore, che «nella sua vita mortale passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancor oggi, come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza». La Parola di Dio offre dunque un’immagine che riassume la vicenda terrena di Cristo: egli è il buon samaritano dell’umanità. Ciò che preghiamo nella liturgia è annuncio di chi è realmente Gesù Cristo per noi e fonda l’impegno del discepolo nel mondo. Per questo vi propongo una lettura incrociata della parabola evangelica di Lc con i quattro principi che orientano la convivenza sociale, presentati da papa Francesco nel quarto capitolo di Evangelii gaudium (EG 217-237). Si comprende così come teologia ed esperienza sociale si illuminano a vicenda e trovano nella parola e nell’agire di Cristo un riferimento fondamentale.
Una prima considerazione è data dall’atteggiamento del sacerdote e del levita. Vedono l’uomo bisognoso di aiuto perché caduto nelle mani dei briganti. Eppure tirano dritto. Passano oltre. L’espressione «passare oltre» rimanda a uno sguardo non limpido, perché è più importante per loro rimanere fedeli alle proprie sicurezze piuttosto che lasciarsi interpellare da una presenza. Non così invece il samaritano che ribalta la prospettiva: vede e ha compassione. Si lascia attraversare dal grido dell’umanità ferita. Il vangelo racconta una sequenza di gesti molto concreti: si china su di lui e fascia le sue ferite versando olio e vino. Se ne fa carico, si prende cura perché sa riconoscere la carne sofferente. Il samaritano mostra così che «la realtà è più importante dell’idea». L’idea imprigiona nel ruolo, mantiene le distanze, limita l’azione, non consente di sporcarsi le mani. La realtà, invece, fa i conti con il possibile. Una teologia da camera iperbarica non incontra mai la carne della gente. Si rifugia nell’ideale astratto senza fare i conti con le possibili crescite e maturazioni della realtà. Si tratta, invece, di lasciarsi provocare dalla realtà così come si presenta, con le sue assurdità e fatiche, con le sue durezze e sofferenze. Rifletteva a ragione don Primo Mazzolari in Impegno con Cristo: «Perché abbiamo fede nella Provvidenza che dispone uomini e avvenimenti secondo un ordine che sfugge al nostro corto vedere, noi non ci crediamo dispensati dal lavorare con responsabilità nostra, né ci rifiutiamo di camminare con chiunque ha rettitudine d’intenti e di opere. È finito il tempo di fare lo spettatore, sotto il pretesto che si è onesti e cristiani. Troppi ancora hanno le mani pulite perché non hanno mai fatto niente. Un cristiano che non accetta il rischio di perdersi per mantenersi fedele a un impegno di salvezza, non è degno d’impegnarsi col Cristo» .
Un secondo elemento che emerge dalla parabola è la distanza che separa il samaritano dal povero ebreo, abbandonato mezzo morto dai briganti. Si sa dell’atavico conflitto tra giudei e samaritani sulla purezza della fede religiosa con i reciproci pregiudizi. Tuttavia, l’estraneità non diventa motivo per trascurare il bisogno del fratello. La differenza rimane, ma il cuore del samaritano è abitato dalla medesima sofferenza. Si ferma, «perde tempo» con lui, ascolta e dà una risposta concreta. Lo fa come può, con quello che ha a disposizione. Questa è la compassione: fare in modo che ciò che l’altro prova diventi parte del mio mondo. È qui descritto un altro principio del vivere sociale: «l’unità prevale sul conflitto». Ciò non significa uniformità, ma riconoscimento della stessa umanità. Chi di noi non vede oggi i conflitti sociali esistenti? Non si tratta di negarli ma neanche di cavalcarli. La politica che si abbassa a questo livello ha perso di vista la centralità della persona e la sua dignità. Occorre saper stare dentro le conflittualità lavorando per un loro superamento. È importante lasciarsi abitare dalle sofferenze e tener conto delle rispettive diversità. Tuttavia, le ragioni dell’incontro devono prevalere su quelle dello scontro. C’è da chiedersi come mai oggi assistiamo a una recrudescenza del linguaggio razzista e della violenza senza riuscire a raccontare le migliaia di esperienze positive realizzate negli ambienti delle nostre parrocchie, delle cooperative sociali, delle diocesi e della Chiesa italiana. Le narrazioni violente sembrano dilagare e fanno notizia: portano le persone a schierarsi. Il conflitto sociale, invece, va abitato con il coraggio di chi si impegna a incontrare, ad ascoltare e a dirsi le differenze. Dall’incontro dei volti nasce il «di più» dell’unità. Come suggeriva papa Francesco ai rappresentanti della società civile in Paraguay l’11 luglio 2015:
«Il conflitto esiste. Bisogna accettarlo, bisogna cercare di risolverlo fin dove si può, ma con la prospettiva di raggiungere un’unità che non è uniformità, ma unità nella diversità. Un’unità che non rompe le differenze, ma che le vive in comunione attraverso la solidarietà e la comprensione. Cercando di capire le ragioni dell’altro, cercando di ascoltare la sua esperienza, i suoi desideri, possiamo vedere che in gran parte sono aspirazioni comuni. E questa è la base dell’incontro: siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre».
Siamo disposti a fermarci e a perdere tempo con l’altro? Abbiamo sempre mille motivi per cavalcare il conflitto, ma la forza dell’impegno cristiano sta nell’accettare di condividere un tratto di strada nel comune riconoscimento. In nome della stessa umanità. Forse potrebbe trovare qui nuova luce il dibattito sull’unità politica dei cattolici che spesso viene invocato: non è possibile pur militando in diversi partiti ritrovarsi nelle questioni che riguardano il bene comune e la centralità della persona umana? La conflittualità appare più un attaccamento ideologico alle proprie posizioni che la volontà di offrire risposte alle esigenze degli ultimi! Sembra quasi che soffiare sulle braci delle divisioni serva ad affermare la propria esistenza.
La terza meditazione si ferma sul fatto che il samaritano è colui che davvero si fa prossimo. Il sacerdote e il levita passano oltre ignorando. Il samaritano si specchia nell’umanità del povero malcapitato. I primi due pensano che la loro vita sia migliore escludendo il povero, lo straniero di Samaria, invece, vede nell’esistenza dell’altro una possibilità per rendere migliore la propria vita. È la realizzazione del principio secondo cui «il tutto è superiore alla parte». Oggi le logiche perverse dell’esclusione sociale mietono vittime che chiamiamo in molti modi: esuberi nell’ambito lavorativo, clandestini nel campo delle migrazioni, scarti nel settore economico… Anche la politica tende a pensare che quelli che non portano consensi siano inutili e insignificanti. Così, il bene comune quando è valutato in termini quantitativi genera forme di esclusione: è la semplice somma di molteplici beni verso cui ciascuno reclama un diritto. Se invece è misurato in termini qualitativi tende a includere e mette al centro le persone, la cui valorizzazione costituisce concretamente la forma più vera di bene comune. Benedetto XVI in Caritas in veritate lo definisce «il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale» (CIV 7).
La quarta riflessione considera che il samaritano si preoccupa di fare in modo che l’albergatore continui la sua opera. «Abbi cura di lui» – chiede a chi può andare oltre il suo intervento momentaneo. Fa di tutto perché la sua buona azione abbia efficacia nel tempo e trovi continuità. Rende concreto il principio per il quale «il tempo è superiore allo spazio». Dà il via a un processo in favore della vita e coinvolge la competenza di altri. È questo il senso più pieno della politica che si deve pensare come progettualità e condivisione. Il suo tradimento è il voto come delega o l’illusione del leader che risolve tutto sostituendosi a tutti. In quest’ottica i cattolici possono contribuire a far sì che la politica abbracci il respiro lungo delle future generazioni e non il fiato corto delle prossime elezioni. Proprio della politica è dare il via a processi piuttosto che occupare spazi: solo così è servizio all’uomo. Ricordava sempre don Mazzolari: «Dietro al bilancio comunale non basta che ci siano degli amministratori probi, retti, superiori. (…) Ci vuole anche una visione dell’uomo. (…) Il paese non ha soltanto bisogno di fognature, di case, di strade, di acquedotti, di marciapiedi. Il paese ha bisogno anche di una maniera di sentire, di vivere, una maniera di guardarsi, una maniera di affratellarsi, una maniera anche di condannare il male» .
Senza una visione sociale del futuro, la politica finisce per impantanarsi in cifre o per alimentare il moralismo degli scontenti a prescindere.
La parabola del buon samaritano, come ho cercato di mostrare, arricchisce la comprensione circa il modo con cui Gesù Cristo redime l’umanità. La Parola del Signore illumina. Sostiene anche uno stile di impegno sociale nel mondo. La conclusione del testo infatti si concentra sulla risposta alla domanda: «Chi è il mio prossimo?». L’invito non è tanto a definirlo a tavolino, ma a farsi prossimo mostrando compassione. Come Cristo si china sull’umanità, così la teologia percorre si lascia provocare dalle periferie. Accanto alla tradizionale lex orandi, lex credendi si aggiunge una coraggiosa lex agendi.

3. Una teologia che purifica e accompagna
L’atteggiamento di Gesù Cristo verso l’umanità porta anche a purificare l’impegno del cristiano nel mondo. La ricerca teologica rappresenta una riserva critica importante.
Infatti, una seria teologia dell’incarnazione aiuta a stare dentro la storia con tutti i suoi limiti. Obbliga a non aspettare il tempo ideale e la condizione perfetta per agire e per mettersi in gioco. E neppure attende il tempo opportuno come fa lo scaltro che capitalizza a proprio favore le debolezze altrui. L’incarnazione è condivisione. È impegno ad amare questo mondo così com’è e non come vorremmo che fosse. È dedizione e servizio come Cristo che ha lavato i piedi ai discepoli. È accettazione del fatto che, sebbene non tutto si possa cambiare, è sempre possibile però fare qualcosa per migliorare e far progredire. Ciò significa anche abbandonare l’illusione che basti una dottrina sociale cristiana perfetta perché la società si muova in senso evangelico. Servono anche la profezia della testimonianza e il coraggio dei gesti e delle scelte. Una teologia del mistero pasquale, di passione, morte e resurrezione, permette, inoltre, di non confidare nella forza dei numeri o del calcolo strategico, di non pensare che saranno gli strumenti del potere e del dominio a garantire pace e sicurezza o a salvaguardare i valori che ci stanno a cuore. Un profeta come don Tonino Bello ammoniva ad abbandonare i segni del potere per abbracciare il potere dei segni. La croce è piantata in mezzo al cammino dell’umanità e della Chiesa: i fallimenti sono da mettere in conto, ma la speranza della resurrezione fa guardare avanti. Nessun insuccesso può schiacciare la vita del credente, perché la forza dello Spirito è in grado di suscitare nuove opportunità e rimettere in cammino. Il cristiano si fida dell’azione di Dio: per questo si intestardisce nel costruire insieme agli uomini di buona volontà il bene comune per tutti. Si tratta di incoraggiare la politica ad assumere un respiro progettuale, ad alzare lo sguardo per sognare una fraternità possibile tra le persone. La diffidenza e la paura sono la drammatica alternativa alla fiducia, che è tipica di chi sa che Dio mantiene le promesse. La gestione dell’esistente viene superato nel pensare a qualcosa di nuovo, con la capacità di prendere il largo nel mare della storia.
Il 18 gennaio prossimo ricorre il centenario dell’appello Agli uomini liberi e ai forti di don Luigi Sturzo. Nel contesto dell’Italia che usciva dalla prima guerra mondiale c’è stato chi ha avuto il coraggio di un nuovo impegno dei cattolici. Già nell’appello si sottolineava l’esigenza di poter tenere insieme il senso degli interessi nazionali con un «sano internazionalismo». La proposta si è caratterizzata anche per un ripensamento del potere politico al servizio delle persone. Scriveva don Sturzo: «Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private».
Dunque, nulla è perduto. Nella storia, proprio quando sembravano essere chiuse tutte le strade, il Signore non ha mancato di suscitare profeti. A noi il compito di continuare a formare le coscienze. La ricerca teologica si muova in questa direzione: approfondisca un modello antropologico che valorizzi le relazioni. Senza l’incontro con gli altri la vita umana si impoverisce e diviene sterile. Si è generativi solo nel dono di sé. Lo ha ricordato papa Francesco quando ci ha messi in guardia da una fede-laboratorio per osare una fede-cammino:
«La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci» .
La teologia può fare molto per presentare il volto di una Chiesa attenta alla concretezza storica. La proposta sociale che scaturisce dalla riflessione cristiana non può presentarsi come «dottrina» autoreferenziale. È piuttosto un insegnamento che nasce dall’ascolto delle periferie, dal confronto con la Parola di Dio e dal desiderio di trasformare la realtà. Del resto, così si è costituito quel patrimonio che noi oggi chiamiamo «dottrina sociale della Chiesa». Le problematiche sociali hanno indotto la riflessione ecclesiale ed è divenuto patrimonio condiviso, che poi nel tempo si è, di volta in volta, approfondito. Ma cosa sarebbero i principi della dottrina sociale senza la testimonianza di uomini e donne che hanno dato vita al movimento sociale cattolico? La ricerca teologica assolve al proprio compito quando approfondisce il magistero sociale e insieme quando forma coscienze di cattolici desiderosi di impegnarsi per il bene comune. Senza entrambe queste gambe, il corpo ecclesiale è destinato a zoppicare… La fragile democrazia in cui siamo oggi necessita di figure che appassionino e si appassionino al bene comune, che sappiano cucire reti di solidarietà e di cura. I laici che si impegnano in politica sentano concreto il sostegno della comunità cristiana. Perché abbiamo ancora così tanta paura e guardiamo con sospetto un loro eventuale impegno?
A questo proposito suggerisco di percorrere fino in fondo la proposta di un’ecologia integrale che esce dall’enciclica Laudato si’ di Francesco. Tutto è connesso, i problemi sociali e quelli ambientali si tengono per mano. Gli istituti teologici possono entrare in un dialogo fecondo con i territori e con la ricerca scientifica per costruire sinergie. Ogni tentativo in questa direzione è a beneficio del bene comune. •

 

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