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La fedeltà non è solo una virtù canina

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Fedeltà alla vita. Perché? È dura, faticosa, veloce, contraddittoria, corrotta, infetta, impietosa, indifferente, ladra, bugiarda. Eppure si vuol vivere. Forse perchè si è innamorati della vita. E quando si è innamorati, non si sente ragione. Non si ha paura di nulla. Si è disposti a tutto. Si ha l’impressione di poter abbracciare il mondo intero e pare che l’intero mondo ci abbracci.
La malattia però rende diversi. Fa provare altre emozioni. Fa elaborare altri pensieri. In compagnia del mio linfoma non-Hodgkin la realtà percepita dai sensi prende altri colori. Si vive una sorta di distacco dalla realtà. L’esistenza è appesa a un filo e diventa orribile e accettabile. Accettabile perché si comprende che vita è tutto e il contrario di tutto. È stupenda e crudele. Vita è anche morte. In nessun altro posto al mondo la contrapposizione degli opposti – bellezza e mostruosità, ricchezza e povertà – è così drammatica come quando si è attaccati ad una flebo con un farmaco chemioterapico. Ci si sente in pace. Con se stessi e con il mondo. A volte nelle veglie notturne ci si fissa su niente di specifico, ma si immagina ogni dettaglio. Si pensa alle cause della malattia. Magari alla qualità di vita condotta. All’alimentazione. Ad una natura violentata. All’ambiente in cui si è vissuti che non è stato creato per farne la pattumiera dell’umanità. Niente è di nostra proprietà. Anzi l’uomo stesso è parte della natura. Dovrebbe restare fedele alle sue origini. Anche Papa Francesco in Laudato si’ ricorda che qualcosa non funziona nel nostro modo di comportarci con la natura. Continuiamo a tagliare foreste, inquinare fiumi, seccare laghi, spopolare oceani, allevare e massacrare ogni sorta di animali perché, si dice, produce benessere, con il miraggio che il benessere porti più felicità. Si investe energie nel consumare, come se la vita fosse un eterno banchetto romano in cui si mangia e si vomita per poter rimangiare. Quel che sorprende è che si fa tutto questo con grande naturalezza. Ognuno convinto che è suo diritto. Non ci sentiamo come parte di un tutto. Ognuno si sente libero di fare ciò che più gli piace. Ma è proprio questo sentirci liberi, disgiunti dal resto del mondo a causarci un gran senso di solitudine e di tristezza.
È così difficile immaginare un mondo in cui la scienza sia al servizio dell’uomo? Una scienza che non sfrutti la natura, ma che ci aiuti a vivere in armonia con la natura? È davvero utopico immaginare una civiltà in cui le relazioni fra gli uomini siano più importanti dell’efficienza e del progresso materiale?
Il pericolo è la rinuncia alla speranza. È l’idea che i giochi sono fatti, che il mondo è già in mano ad altri e che non ci si può più far nulla.
Il malessere di cui soffre l’umanità è inafferrabile, non definibile. Tutti si sentono più o meno tristi, sfruttati, depressi. E non hanno un obiettivo contro cui riversare la propria rabbia o a cui rivolgere la propria speranza. Un tempo il potere aveva proprie sedi, simboli. La rivolta si dirigeva contro quelli. Ma oggi? Dov’è il centro di potere che immiserisce le nostre vite?
Bisogna forse accettare che quel centro è dentro di noi e che solo una grande rivoluzione interiore può cambiare le cose, visto che le rivoluzioni fatte fuori non hanno cambiato granché.
A volte raggomitolato sul letto mi soffermavo a pensare e a rintracciare le innumerevoli e indispensabili coincidenze di ogni singolo avvenimento. Certo, pesavo alle ragioni immediate del mio essere finito dentro quel vortice di pensieri causati dalla malattia. La voglia di capire meglio. La convinzione che la vita è una continua costrizione, che ci si muove costantemente entro i limiti stretti di ciò che è scontato, lecito, decente, comandato. E che in fondo al palcoscenico della società recitiamo solo delle parti, finendo per giunta col credere di essere i personaggi della commedia e non gli attori.
Anch’io ho fatto per 60 anni, da bravo, il figlio, lo studente, l’amico, il cappellano, l’assistente diocesano Unitalsi, il giornalista, l’insegnante, il parroco, il rettore. Sono stati i ruoli, le maschere con le quali, a volte, mi ero anche sentito a mio agio. Ma io? E poi, quale io? Quello giovane che arrossiva e combatteva le lacrime e le emozioni? O quello più maturo? “Uno nessuno centomila”, direbbe Pirandello. Tanti io. Nessun io. Allora cosa vuol dire essere fedeli? E poi fedeli a chi? A che cosa? All’essere in ricerca. All’andare avanti comunque continuando a cercare anche se non si sa esattamente cosa. Ma forse è proprio questo il punto. Se si sapesse cosa cercare si rimarrebbe sempre nel conosciuto e non si scoprirebbe mai niente di nuovo. Il Dio della Bibbia si incontra nell’andare: Abramo e i discepoli di Emmaus ne sono gli esempi più caratteristici. Fedeli nel cammino. •

About Nicola Del Gobbo

Direttore de La Voce delle Marche

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