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“Non temete; vi annuncio una grande gioia”

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In questo Natale ai tempi del Covid risuona l’invito, che fu rivolto ai pastori, a non avere paura.

Più forte che mai, in questo Natale unico e quanto mai sui generis, deve risuonare l’invito, che fu rivolto ai pastori, a non avere paura. Anche perché motivi e anche plausibili giustificazioni per avere paura ne abbiamo veramente tanti: paura del virus, di perdere la salute, gli affetti, il lavoro; paura della vicinanza, paura del contatto, paura delle relazioni.
Per evitare di contaminarci siamo assaliti dalla paura dell’altro e di tutto ciò che è altro da noi stessi. Il primo e forse più efficace rimedio alla pandemia, il cosiddetto distanziamento fisico, è stato fin da subito confuso e denominato distanziamento sociale, amplificando in tal modo il concetto di distanza.
L’umanità peraltro non sembra appiattita su questa posizione; c’è una profonda frattura tra chi vive nella paura da una parte, e chi, dall’altra, nella più spavalda incoscienza, mostra di non aver paura di niente, neanche di morire, mettendo in atto comportamenti irresponsabili per nulla ispirati dalla ricerca del bene comune. Non vorrei che la paura, e la sfiducia che deriva dal vivere in un mondo ingiusto e socialmente disturbato, ci porti pian piano e in modo subdolo a perdere di vista anche il Signore che viene a visitarci facendosi uno di noi.
Tra le tante paure che ci stanno tormentando forse ne manca una: quella di perdere la fede!
Oltre alle tante ferite che la malattia imprime nel nostro corpo, la paura è la più triste conseguenza di una pandemia che ci ha stretto, sfinito, intristito e snaturato, lacerando il nostro animo in profondità.
È proprio in questa profondità che dobbiamo re-innestare l’annuncio di Betlemme. La venuta, e la presenza di Dio nella storia umana servono proprio a sanare le nostre ferite più profonde.
È bello e consolante, nel gran caos che ci ha travolti, immaginare ancora una volta, in questo Natale, che “neanche un capello del nostro capo perirà”. •

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