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Lu focaracciu luce nella notte

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C’era una volta. Ma non è una favola. È tutto vero. Quando ero bambino. Tutto il paese si raccoglieva a pregare la Madonna di Loreto davanti al falò, la sera del 9 dicembre. I più piccoli, insieme a qualche adulto, procuravano legna e rovi. Bussavano per le case o andavano per il bosco. Poi in un luogo ammassavano tutto il materiale raccolto: sedie con le gambe rotte, doghe di botti, vimini di damigiane, pneumatici da buttare che insieme a qualche fascio di rovi servivano per “lu focaracciu”.

Quando faceva notte si accendeva. Il parroco recitava il rosario e le litanie lauretane. Tutta la gente del paese, nonostante le rigide temperature, era lì, disposta in circolo, a pregare e a guardare le scintille volteggianti verso il cielo. Uno o più uomini, armati di lunghi bastoni nodosi, badavano a far ardere bene la legna, alzandola e attizzandola. Finita la preghiera si rimaneva in silenzio a guardare le fiamme e il cielo. Ci si salutava e pian piano si ritornava nella proprie abitazioni. Al mio paese, Smerillo, c’era anche l’usanza, alle tre di notte, di suonare a distesa le campane (nessuno faceva ricorso!!). Era un modo per festeggiare “il passaggio della Madonna”. Tali falò infatti, chiamati in modi diversi (lu focaracciu, lu focarò, fuochi della Venuta), servivano a ricordare “la strada che gli angeli fecero nel portare la piccola Casa di Maria da Nazareth a Loreto”. La fantasia di bambini si sbizzarriva, sospinta da un’opera d’arte in legno che rappresentava la Madonna seduta sopra una casetta ai quattro angoli della quale c’era attaccato un angelo ad ali spiegate. Fino agli anni sessanta del secolo scorso in tutte le frazioni della Diocesi di Fermo si celebrava la rievocazione del passaggio della Santa Casa di Loreto, una delle più importanti reliquie, le cui pietre, secondo un’antica tradizione, furono portate in occidente dai crociati.

L’uso di accendere fuochi, durante la notte tra il 9 e il 10 dicembre, a ricordo del trasporto della Casa di Maria, si diffuse in tutte le Marche e assunse denominazioni diverse a seconda dei dialetti. Oggi la suggestione dei falò, fascini ancestrali, è in spietata concorrenza con l’illuminazione elettrica, ed è per questo che, la possibilità di riproporre o riportare alla luce questo rito antico, oltre che un gesto di devozione, può essere anche un modo per sensibilizzare i cittadini e gli amministratori sulle azioni di risparmio energetico per una maturità umana e spirituale. Qualcuno avanza interpretazioni più ancestrali dei questi riti. Vengono fatti risalire a Isthar, Iside, Demetra, Artemide, Cibele, Core, Diana, divinità femminili, regolatrici della fertilità della terra, che venivano salutate in tante civiltà pre-cristiane. Erano quindi i fuochi pagani di saluto alla fertile terra che proprio nei primi giorni di dicembre vede le prime gelate. Il silenzioso letargo dell’inverno veniva così salutato con l’augurio del ritorno del caldo e la speranza di raccolti abbondanti espressa nel momento della preparazione finale dei terreni.

Ma non ci addentriamo su tali ipotesi. Più utile è cercare di individuare il significato del fuoco e della luce. Il fuoco, elemento sacro, è simbolo di vita. È il fuoco infatti che ha permesso all’uomo di iniziare il cammino verso la civiltà e che i Romani tenevano sempre acceso nel tempio di Vesta. Nella ricca semantica di cui il fuoco è portatore, non manca una molteplicità di significati. Così, ad esempio, nella liturgia, la presenza del fuoco è prevista in particolari momenti rituali e celebrativi allo scopo di dare simbolicamente visibilità al messaggio teologico che si vuol trasmettere. Il fuoco ha infatti valore di segno che richiama sia la trascendenza e santità di Dio – come già illustravano le teofanie dell’Antico Testamento (cf. Es 3,2ss; Es 19,18ss; Is 7,1ss; 2Re 2,11) – sia la presenza e l’azione salvifica di Dio nel mondo. Va subito detto, perciò, che la rilevanza del fuoco all’interno della liturgia cristiana è data innanzitutto dalla sua proprietà “immateriale” e “spirituale”. Ciò, infatti, assieme alla luce – di cui il fuoco è un prolungamento – lo rende più vicino alla realtà divina che, in se stessa, è appunto immateriale e spirituale. Lo stesso volgersi della fiamma verso l’alto richiama subito una dimensione verticale o celeste e immette in una prospettiva trascendente, che è quella più consona al mondo di Dio. In tal senso il simbolismo del fuoco rappresenta un vettore di particolare pregnanza per chi desidera approssimarsi al mistero di Dio e cercare di comprenderlo, così come mantiene la sua importanza in riferimento ad alcuni aspetti della fede cristiana che il credente è chiamato a tradurre e a vivere nella quotidianità. •

NDG

About Nicola Del Gobbo

Direttore de La Voce delle Marche

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