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Alla Settimana sociale, Sergio Gatti: “A Cagliari sono cresciute le responsabilità”

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A Cagliari, “sono cresciute le quote di responsabilità” sul lavoro, e segnali in controtendenza come le “buone pratiche” potrebbero già formare una sorta di “album di intrapresa”. Sergio Gatti, vicepresidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, traccia per il Sir un bilancio della 48ª edizione, che si è appena conclusa a Cagliari, e delinea le prospettive future.

A Cagliari la Chiesa italiana ha aperto un “cantiere” sul lavoro: qual è il primo bilancio?
Il primo bilancio è la constatazione che sono cresciute le quote di responsabilità. La Comunità ecclesiale italiana “lavora per il lavoro” da molti decenni. Attraverso l’educazione formale e informale (scuole, associazioni, istituti formativi), l’impegno nei territori, la promozione di cooperative, banche mutualistiche, associazioni sindacali, corpi intermedi, le azioni contro l’economia illegale e il recupero delle fragilità. Pensiamo poi all’incisività della Rerum novarum e, in modo diverso, delle successive Encicliche sociali.
A Cagliari si è voluto condensare e far diventare intenzionale, sistematico e programmatico questo impegno. Cambiano i contesti culturali, tecnologici, produttivi. Occorre rifare il punto e ripartire con consapevolezza e visione, con competenza e visione. Lo insegnava anche Giuseppe Toniolo, fondatore delle Settimane Sociali.
A Cagliari il consolidamento, la chiamata a fare sistema e l’innovazione di metodo e di contenuti ha conosciuto una tappa rilevante.

Con i 30 passi e le sette proposte “cantierabili” la Settimana sociale ha inaugurato un “metodo” di interlocuzione con le forze politiche. Come proseguirlo?
È una delle novità metodologiche di questa 48ª edizione.
Occorre monitorare il dibattito parlamentare che accompagnerà, ad esempio, al Senato l’iter della Legge di bilancio 2018. Seguire con maggiore attenzione e costanza la produzione normativa italiana ed europea in materia di lavoro, ma anche in materia di tecnologie digitali, di fiscalità, di banche, di ambiente. E poi contribuire ad un’applicazione corretta e coerente delle norme una volta approvate. Lo schema di lavoro potrebbe essere riassunto in quattro passaggi: approccio culturale, scelta politica, elaborazione normativa, applicazione coerente e ben organizzata.
La sfida è impegnativa. Con gradualità si potrà dare il proprio contributo.

Mons. Santoro ha lanciato un forte appello affinché il mondo cattolico riprenda la sua “leadership” nel dibattito pubblico, sociale e politico. Come dovrà strutturarsi, concretamente, nelle diocesi il “gruppo di collegamento” di cattolici impegnati in politica?
Dare continuità e un minimo di strutturazione è una delle questioni sulle quali ci si dovrà misurare a breve. Ci sono tantissime competenze ed esperienze nella comunità ecclesiale italiana, le migliori e più robuste soft skills, e direi anche una certa disponibilità a metterle al servizio del “bene comune”. Un potenziale che non si può sprecare nell’interesse generale e, soprattutto, della “questione lavoro”: per chi non ce l’ha, per chi si sta preparando, per chi ce l’ha e vuole recuperare il senso, per chi lo ha avuto e da pensionato può ancora essere una risorsa.
L’alleanza tra le generazioni vuol dire anche che tra mercato del lavoro e sistema delle pensioni c’è un legame strettissimo, così come tra denatalità-longevità, da una parte, e sostenibilità del sistema di welfare, dall’altra. I problemi e le prospettive sono complessi e interdipendenti. Ma questo non deve scoraggiare. Deve solo spingere a essere precisi, pragmatici, coerenti con una visione identitaria caratteristica dei cristiani. Capace di dialogo proprio perché forte nell’identità.

Fondamentale, nel lavoro del Comitato, è stato il contributo degli esperti: quali passi, dopo Cagliari, sono auspicabili per una “conversione culturale” sul lavoro?
La “conversione culturale” deve avvenire a più livelli. Il primo è quello che riguarda e che impegna i cristiani in quanto persone e in quanto comunità, da quella familiare a quella parrocchiale, diocesana, di associazione o movimento, di luoghi di produzione culturale: dai seminari alle università.
Il secondo è quello che si potrà coerentemente e sistematicamente testimoniare negli ambiti che i cattolici abitano e frequentano: dai luoghi di lavoro alle istituzioni nelle quali prestano il proprio servizio. Il terzo potrà riguardare la conoscenza sempre più circostanziata dei temi, dello stato dell’arte e dei margini di intervento per incidere con efficacia sulle questioni. Occorre imparare a informarsi sempre meglio, studiare insomma, e imparare a comunicare nei modi più moderni e con i diversi canali oggi disponibili le tante, straordinarie cose che già si fanno e che le 400 “buone pratiche” hanno solo cominciato a far percepire.
La denuncia e la proposta, lo sdegno e il coraggio sono due facce del medesimo approccio. Ma non dimentichiamo il tantissimo che già si fa e che potrà essere fatto meglio e ispirare numeri crescenti di persone, scuole, imprese, pubbliche amministrazioni, diocesi, parrocchie, movimenti e associazioni.

Come proseguirà il censimento delle “buone pratiche”?
Con il medesimo metodo ma con una organizzazione che potrà essere potenziata. Intanto dobbiamo valorizzare quelle raccolte e selezionate e precisare le “lezioni” che da esse si traggono. Nell’ultima pagina dell’Instrumentun Laboris si indica già una strada che si basa sul metodo sperimentato con successo.
Ma aggiungo un’indicazione concreta più generale. E cioè, è importante conoscere e utilizzare a livello locale i materiali, le risorse che sono a disposizione di tutti: il sito, la app, la mostra itinerante, l’Instrumentum Laboris con le sue trenta mosse, il docufilm.
Ma anche gli interventi del premier Gentiloni, del presidente Tajani, del ministro Poletti e del senatore Sacconi come fonti informative e come documenti da interpretare.
E presto le buone pratiche che potranno formare un “Album dell’intrapresa”. •

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