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Lingue di fuoco

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Quando la parola è un atto di guerra.

Il simbolo della Pentecoste dà a La Voce delle Marche lo spunto per approfondire l’uso del linguaggio nella vita della chiesa e della società. Da lingue come di fuoco a un temibile Mezzogiorno di fuoco, qualora le parole fossero usate come proiettili. Se la discesa dello Spirito abilita gli apostoli alla predicazione e, più in generale, alla missione coraggiosa e intrepida, la domanda che oggi sottoponiamo all’attenzione dei lettori riguarda la qualità comunicativa della comunità cristiana al suo interno e all’esterno.
Papa Francesco spesso condanna le chiacchiere. Le lingue lunghe rappresentano una sorta di simbolo perverso della Pentecoste: dividono, creano sfiducia, rattristano lo Spirito Santo. Fanno male alla chiesa, in quanto la paralizzano e la rendono incapace di evangelizzare. Allo stesso tempo, ugualmente dannoso è il tacere, specie quando dovesse indicare connivenza o innalzare un muro di gomma, con il colpevole intento di insabbiare la verità.
Sono altresì note alcune vicende riguardanti fughe di notizie persino dalle stanze del Vaticano, mentre per gli ecclesiastici diventa sempre più faticoso mantenere il segreto richiesto, pena la scomunica, su questioni importanti e gravi. Il dominio delle antenne e dei satelliti, che riescono a sapere tutto di tutti, mette in difficoltà l’arte della discrezione e della diplomazia.
In questo complesso panorama, dove ogni giorno si possono cogliere bene nuovi incidenti di percorso che accrescono la tensione, emerge la necessità della chiarezza e risuona un termine tanto caro alla chiesa degli Atti degli Apostoli: la parresia, un dono che esprime la franchezza e l’autenticità, il coraggio, l’amore per la verità, il non poter rimanere in silenzio, specie quando parlare costa e mette in pericolo. Si tratta di un vero e proprio antidoto alle chiacchiere e di un marchio di qualità sull’uso della parola. Anche nella preghiera, la parresia esprime l’audacia del rivolgersi a Dio da figli e non da schiavi, la fiducia nel chiamarlo “Padre”. Questa consapevolezza restituisce il giusto modo di parlare tra fratelli, con la stessa grammatica e la stessa sintassi insegnate dal Padre, attraverso il soffio dello Spirito datore di vita e lo stile di vita del Figlio.
In questo numero sono diversi gli approcci alla tematica. Dall’arte del parlare bene, richiesta dal galateo, all’uso di parole appropriate; dalla capacità di mettere a verbale per fare un buon servizio a chi verrà dopo fino all’imperativo morale di non usare le parole come armi. L’esperienza di don Lorenzo Milani, che Raimondo Giustozzi sta raccontando a puntate da più di un mese a questa parte, ha molto da insegnare in chiave educativa sull’arte della parola restituita anche ai senza parola.
Il libro dei Salmi presenta la preghiera che chiede al buon Dio di mettere un freno alla lingua e una custodia alle labbra perché non lascino passare parole senza senso o di carattere offensivo. Il Sal 140,3, infatti, dice: “Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra”.
Allo stesso modo, la sapienza concede di poter scuotere con il dono della parola, di saper convertire i cuori facendo breccia nell’anima di tanti. Il coraggio di parlare e la sapienza di stare zitti possono convivere e avanzare insieme? Non a tutti è dato, altrimenti saremmo già molto vicini al ritorno del Signore sulla terra. Intanto però la chiesa deve impegnarsi perché, come diceva il grande pensatore Apel, scomparso di recente, la società possa diventare la comunità della comunicazione illimitata.
I luoghi della discussione siano davvero cenacoli in cui circola il soffio dello Spirito e non teatrini dove i soliti noti salgono sul palco e parlano semplicemente per ascoltarsi. •

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