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In ascolto della novità dei giovani

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Il testo del discorso dell’Arcivescovo Rocco come piattaforma di partenza per i nuovi organismi pastorali

Cari amici,
nel giorno del Battesimo del Signore siamo convenuti in Duomo per rimotivare davanti alla Madonna del Pianto la nostra sollecitudine verso la Chiesa e riscoprire la nostra vocazione di cristiani battezzati, figli di Dio e fratelli tra noi. Siete qui, presbiteri e membri dei Consigli Pastorali Parrocchiali e Consigli per gli Affari Economici, per pregare, riflettere e celebrare l’Eucaristia; la vostra presenza conferma che il rinnovo periodico dei Consigli non è un adempimento burocratico ma un alto momento di partecipazione che nasce dall’amore che portiamo alla Chiesa. In passato, ho confidato che fin dall’inizio del mio servizio mi colpì il prezioso lavoro che gli organismi di partecipazione svolgono nelle nostre parrocchie, un’esperienza che nella mia terra d’origine è meno radicata e sentita.
Cari amici, non fate parte del Consiglio Pastorale Parrocchiale e al Consiglio per gli Affari Economici per entrare nella cerchia eletta dell’entourage che governa la parrocchia. La comunità cristiana non avrebbe bisogno di tali strutture perché si raggiungano livelli sempre più alti di efficienza e di organizzazione della pastorale. Lo Statuto, nel privilegiare l’identità rispetto alla funzione, definisce il Consiglio Pastorale Parrocchiale organismo di comunione e di corresponsabilità nella missione ecclesiale, quindi è nella misura in cui si vivono queste tre caratteristiche che possiamo dire se un Consiglio sia efficace o no. Il dato più importante è secondo me la missione ecclesiale. Il vostro coinvolgimento ha senso se annunciamo la gioia del Vangelo, l’amore di Dio per ogni uomo perché Cristo Gesù ha vinto il peccato e la morte. Il Consiglio Pastorale deve concentrarsi innanzitutto sulla missione evangelizzatrice nel territorio a noi affidato, per evitare il rischio in cui incorse Marta, cioè farsi prendere dai troppi servizi da organizzare per dare una degna accoglienza a Gesù, e paradossalmente dimenticarsi proprio di Lui, la parte migliore e di mettersi in ascolto della sua Parola per esserne testimone. La missione ecclesiale deve toglierci il sonno (senza esagerare) e invogliarci di continuo a rivedere i modelli pastorali e a cui siamo abituati per verificarli alla luce dei tempi che viviamo, tempi né migliori né peggiori dei passati e, come sempre nella storia dell’uomo, guidati dalla Provvidenza di Dio e dal suo Spirito. Il Papa da quasi sette anni ci spinge a metterci in discussione sentendoci perennemente in missione, attivando quei cambiamenti di approccio, di stile, di scelte e infine anche di iniziative che meglio corrispondono alle esigenze del nostro tempo. Voglio rileggere con voi un passaggio del suo recente discorso alla Curia Romana in occasione degli auguri natalizi: “La vita cristiana, in realtà, è un cammino, un pellegrinaggio. La storia biblica è tutta un cammino, segnato da avvii e ripartenze; come per Abramo; come per quanti, duemila anni or sono in Galilea, si misero in cammino per seguire Gesù (…). Da allora, la storia del popolo di Dio – la storia della Chiesa – è segnata sempre da partenze, spostamenti, cambiamenti. Il cammino, ovviamente, non è puramente geografico, ma anzitutto simbolico: è un invito a scoprire il moto del cuore che, paradossalmente, ha bisogno di partire per poter rimanere, di cambiare per potere essere fedele. Tutto questo ha una particolare valenza nel nostro tempo, perché quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza. Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima.
Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (Il Gattopardo).
L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento (…). Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe tutt’altro aspetto: da elemento di contorno, da contesto o da pretesto, da paesaggio esterno… diventerebbe sempre più umano, e anche più cristiano. Sarebbe sempre un cambiamento esterno, ma compiuto a partire dal centro stesso dell’uomo, cioè una conversione antropologica. (…) Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. (…) Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa. Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento «risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi»”. Questa è la prospettiva missionaria affidata alla parrocchia, in quest’ottica si collocano le quattro finalità affidate dallo Statuto ai Consigli.
La prima: “consigliare il parroco ricercando, studiando e proponendo pratiche conclusioni circa le opere pastorali”. Prima delle proposte pratiche c’è una fase di ricerca, di studio, di proposta e di verifica delle varie attività pastorali, rispetto alle quali dobbiamo sempre domandarci: Perché organizziamo questa iniziativa? È al servizio della missione ecclesiale di annuncio del Vangelo? Aiuta i membri del popolo di Dio ad essere cristiani nella vita e a testimoniare l’amore del Padre? È attenta alle esigenze dei più poveri? Questa è la funzione più importante perché ha a che fare col discernimento sul nostro tempo al quale faceva riferimento il Papa.
Le altre finalità: coordinare le varie espressioni parrocchiali della vita laicale; occuparsi della condizione economico-finanziaria della parrocchia indicando linee orientative al Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici, intervenire su avvenimenti o situazioni che a livello locale interessano l’ambito sociale, politico e sindacale, sono conseguenza della prima, più complessa, attività di ricerca, di lettura della realtà, di proposta. Il tempo che viene impiegato per questa attività non va considerato sprecato né sottratto alla programmazione. Ribadisco questo concetto perché sarà successo anche a voi che l’imminente scadenza dei tempi liturgici cd. forti, la festa del patrono, la sagra, un pellegrinaggio da tempo programmato, le cresime, le comunioni, e via dicendo spesso fagocitano le nostre energie illudendoci di aver raggiunto gli obiettivi semplicemente gestendo iniziative. Come abbiamo visto, non è così.
Il secondo dato che vi caratterizza è la corresponsabilità. La festa odierna del Battesimo di Gesù ci ricorda che in Lui siamo insigniti della dignità e della libertà di figli amati di Dio, e collocati nel mondo per essere testimoni dell’amore.
Come il battesimo fu l’inizio della vita pubblica di Gesù e della sua missione nel mondo come inviato del Padre, così dall’unica vocazione battesimale scaturisce la corresponsabilità nell’evangelizzazione di tutti, laici, ministri ordinati e consacrati, che formano insieme il corpo mistico e popolo di Dio pellegrino nella storia verso il regno. A voi fedeli laici in particolare, il Concilio ricorda in quale ambito specifico esercitare questa corresponsabilità. L’indole secolare è il vostro specifico, cioè trattare le cose del mondo da testimoni di Cristo; anche lui, del resto, ha condotto per lunghi anni un’esistenza di tipo secolare: famiglia, relazioni sociali, lavoro. Da voi, che oltre all’impegno secolare richiesto dal vostro stato di vita, mettete a disposizione del tempo prezioso per l’edificazione della comunità cristiana, ci aspettiamo che la aiutiate a fare sintesi e mediazione. Sintesi, perché soprattutto voi ogni giorno cercate di coniugare gli spazi del religioso e del profano, secondo la spiritualità dell’incarnazione; mediazione perché possiate aiutare la comunità a non confondere né rendere inconciliabili gli ambiti del mondo e della Chiesa, accomunati dall’obiettivo della realizzazione totale dell’uomo. Questa è laicità: tenere insieme santità e secolarità per appartenere a Dio e servire il mondo.
Di questa sintesi e mediazione dovete essere protagonisti, carissimi laici, all’interno dei Consigli in cui siete chiamati ad operare. Certo, non sono questi i luoghi specifici deputati alla formazione degli adulti e dei giovani, ma la loro funzione richiede di aver sempre presente l’obiettivo di far crescere la vocazione della gran parte dei battezzati che, lo ribadisco, è per il mondo. Se il grosso delle nostre attività si svolge all’interno della parrocchia è solo in vista della missione ad extra. Infatti, qualora il nostro impegno nei Consigli (magari con la benedizione del parroco) si esaurisse nella strutturazione delle attività interne alla comunità, trascurando i campo più propri della vocazione laicale, quelli cioè connessi con le realtà temporali, vivreste una sorta di “clericalismo laicale”, funzionale peraltro ad una certa cultura che relega lo spazio della libertà religiosa solo nella sfera individuale e considera la fede come esperienza privata, senza il diritto/dovere di una sua visibilità in campo sociale e civile. È encomiabile che la fioritura di ministeri laicali abbia creato nuove possibilità di collaborazione dei laici nei vari settori della vita ecclesiale (operatori pastorali, catechisti, ministri della santa Comunione), ma perché ciò non sia visto come mera manovalanza, ciò non deve lasciare scoperto l’impegno nel mondo della scuola, del lavoro, della cultura, della comunicazione, della politica. In fase di discernimento e di programmazione, tale preoccupazione deve essere anche degli organismi parrocchiali di partecipazione, con il prezioso supporto degli uffici pastorali diocesani.
Mi rivolgo in particolare ai giovani che per la prima volta entrano a far parte di Consigli. Tale nuovo impegno sarà per voi, come abbiamo visto, occasione di coinvolgimento, collaborazione, corresponsabilità. Anche favorendo questo inserimento abbiamo voluto fare casa con i giovani, come ci ha ricordato il titolo dell’Assemblea di inizio anno a Porto S. Elpidio. Chiedo a voi giovani di inquietarci con proposte nuove, ardite, che contagino del vostro entusiasmo la comunità, che mirino ad incontrare sempre altri giovani laddove vivono e soffrono, per proporre la vita buona del Vangelo. La vostra capacità di creare relazioni renda le nostre comunità cristiane accoglienti spazi di fraternità. Non lasciatevi coinvolgere in modo acritico solo perché alcune iniziative si son sempre fatte così. A voi, parroci e laici adulti, chiedo di non aver timore di lasciarci mettere in discussione dalle novità; ci ricordava il Papa poco prima: se Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia, bisogna privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove.
Da quanto detto finora penso sia chiaro che nel Consiglio non sia sufficiente assicurare una seppur attiva collaborazione, cioè lavorare insieme (sarebbe già tanto). Questa ha senso se preceduta e accompagnata da quella fattiva e leale corresponsabilità (rispondere insieme della missione della Chiesa). Per la collaborazione è sufficiente essere attivi, volenterosi e capaci; per vivere la corresponsabilità, occorre anche una matura sensibilità ecclesiale, una formazione spirituale solida, una condotta di vita in linea col credo che si professa. Con queste premesse, dovrebbe essere chiaro che le forze vive presenti in parrocchia a cui fa cenno lo Statuto e che dovrebbero essere rappresentate in Consiglio, non necessariamente sono coloro che “fanno qualcosa” ma anche chi aiuta a pensare, discernere, chi sa coniugare l’impegno tipicamente laicale con la sensibilità ecclesiale, a prescindere da un ruolo.
Infine, dopo missione e corresponsabilità, la terza parola usata dallo Statuto per indicare l’identità del Consiglio Pastorale è comunione. La comunione, come tensione a una relazione profonda con l’altro, con gli altri, fa parte della nostra struttura antropologica. Dalla tradizione personalistica, impariamo che nell’io sono racchiuse le categorie del «tu» e del «noi», da qui l’istanza insopprimibile della relazione. Su questo s’innesta il dinamismo della fede, che accresce la maturazione personale fino ad accogliere il dono della comunione. La comunione non è un affannarsi intorno a qualche tavolo, non è frutto di un estenuante incontro di verifica, è la vita donata da Gesù alla sua sposa che è la Chiesa, è una luce alta che attira, è dono dello Spirito, perciò supera le nostre continue divisioni. È stata implorata da Gesù nella sua accorata preghiera prima di salire la croce e giudica ogni nostro aggregarci, sta davanti a ogni nostro sforzo per realizzarla nel tessuto delle nostre vite.
La comunione è dono di Dio ed è spesso oscurata dalle nostre infedeltà, dalle nostre maschere, da rapporti ecclesiali più legati all’apparenza che alla sostanza, da esortazioni di facciata alla comunione stessa. Anche per questo occorre favorire quei luoghi e quei percorsi – e i Consigli lo sono – che ci aiutano e aiutano la Chiesa a ricostruire sempre la fedeltà al dono di Dio della comunione per trasformare il nostro modo di relazionarci, di collaborare, di convivere, di celebrare, di orientarci al vangelo con relazioni nuove, oltre la spontaneità, l’impressione, l’emotività, verso una relazione d’amore.
Richiamo un passaggio della lettera di Mons. Conti del 2010 Consummati in unum, al quale si riferiva anche don Giordano all’incontro assembleare di inizio anno 2017 (io non ero ancora stato nominato) che riflette sulla comunione negli organismi di partecipazione: “La vera posta in gioco è la modalità in cui una comunità mette in gioco se stessa, il proprio stile ecclesiale, la propria capacità di dialogo e di confronto nell’orizzonte di un’ecclesiologia di comunione, attuata nella partecipazione e comunicazione dei suoi membri. Il risultato reale, quello che resta, è il modo di relazionarsi all’interno della Chiesa, una nuova abitudine ad ascoltare, progettare insieme, discernere.
Un organismo di partecipazione non deve innanzitutto far funzionare gli altri, bensì gli stessi membri che lo compongono. La sua vocazione è di essere e presentarsi come icona della comunità”.
Non ho altro da aggiungere, se non che la comunione è la cartina di tornasole del nostro impegno. Favorirla riguarda tutti, soprattutto i cari presbiteri e poi i laici, i consacrati. Se non siamo uomini e donne di comunione, se non anteponiamo il bene della comunità alle nostre preferenze e, mi permetto di dire, le esigenze della comunità più ampia (unità pastorale, vicaria, diocesi) rispetto al nostro orizzonte a volte limitato dal nostro limitato territorio, insomma se non avessimo la carità nulla ci gioverebbe.
A tale proposito, un importante esercizio di comunione e di corresponsabilità è l’attivazione di sempre nuove esperienze di unità pastorali, propiziate anche dalla carenza di presbiteri ma che, delineano un modello di chiesa, una scelta strategica e decisiva per il futuro. Capisco che dovremo adattarci ad un volto nuovo della comunità ecclesiale ma se ci mettiamo in atteggiamento di conversione ne coglieremo presto anche i frutti. Parlando di comunione, mi rivolgo anche alle aggregazioni ecclesiali, forze veramente vive nella diocesi.
La vostra presenza nei Consigli Pastorali è, parafrasando il dettato della Costituzione riguardo ai parlamentari, da considerarsi senza vincolo di mandato, cioè senza vincoli rispetto al gruppo di provenienza, perché il bene della comunità supera quello della singola aggregazione o dei singoli ministeri. E in caso di “conflitto” tra esigenze dei gruppi e quelle della comunità intera, queste ultime devono prevalere. In occasione dell’Assemblea di inizio anno del 2018, parlai del discernimento sull’uso dei carismi: se favoriscono o rompono l’unità nella comunità, se sono orientati all’evangelizzazione, se si inseriscono docilmente nella dinamica ecclesiale, e chiesi alle aggregazioni ecclesiali di avere il coraggio di ripensare schemi e percorsi orientandoli nella direzione dei temi che ogni anno la comunità diocesana intende privilegiare (lo scorso anno la chiesa in uscita secondo Evangelii gaudium, quest’anno i giovani) senza per questo mortificare l’intuizione originaria che ha generato gruppi, movimenti, associazioni.
Nel Consiglio pastorale parrocchiale un’aggregazione si rende presente non per marcare un territorio, ma per cercare continuamente la sintesi tra il suo carisma e le scelte pastorali condivise da tutti. Se così non fosse, la ricchezza dei doni dello Spirito diventerebbe frammentazione perché ridurrebbe la parrocchia a un luogo anonimo in cui ognuno cerca uno spazio dove fare le sue cose ma senza frutto per la comunità.
Le riflessioni proposte finora non riguardano solo il Consiglio Pastorale Parrocchiale ma anche il Consiglio parrocchiale per gli Affari Economici; ciò che li accomuna e li collega, precisano gli Statuti, è la condivisione delle finalità ecclesiali e pastorali. Un’ultima considerazione vorrei riservarla in particolare proprio ai componenti dei CPAE.
I beni della parrocchia sono mezzi a servizio del fine che è la vita e la missione di una comunità. Non viene chiesto al parroco, primo responsabile, di essere competente in tutto, ma di essere pastore anche sotto il profilo della gestione dei beni: deve saper suscitare collaborazioni preparate, essere in grado di capire le questioni (anche se non ne conosce i dettagli tecnici), saper guidare il discernimento della comunità. Anche semplicemente sotto il profilo della competenza (ma non solo) è impossibile gestire i beni senza la collaborazione di fedeli laici competenti. Purtroppo, laddove il parroco rivendica per sé troppo spazio nella gestione economica, quasi sempre sorgono problemi.
La sfida del “fare bene il bene” è un aspetto su cui la società di oggi è particolarmente sensibile. Sarebbe bello che nell’opinione comune, le nostre parrocchie diventassero sinonimo non solo di generosità, di cordialità, di attenzione ai ceti popolari, ma anche di competenza, di precisione, di oculato utilizzo delle risorse, e di organizzazione. Con la scusa che non si mette in tasca niente e che, anzi, si fa sicuramente del bene in modo disinteressato, talvolta si diventa pressappochisti e alquanto disinvolti nella inosservanza di adempimenti, normative, obblighi, ecc. verso l’ordinamento civile (ma anche canonico) e, a volte, anche verso la comunità e i singoli fedeli. Richiamo perciò il dovere della correttezza amministrativa e della trasparenza, sia nei confronti del Vescovo, responsabile della diocesi (per es. attraverso il rispetto dei controlli canonici e l’invio di Collette e Rendiconti), sia verso il popolo di Dio, che ha diritto di conoscere come vengono impiegate le risorse, specialmente quando lo sensibilizziamo a porre la firma per l’8‰ o a fare offerte deducibili. L’immagine di Chiesa di fronte ai nostri fedeli dipende anche da una gestione dei beni più o meno corretta e trasparente.
Nella composizione del CPAE, la competenza tecnica dei collaboratori è necessaria ma non sufficiente. Anche per valenti professionisti, quali avvocati, notai, ingegneri, architetti, commercialisti, ecc. le conoscenze e le esperienze che già posseggono devono essere completate con la conoscenza delle fondamentali nozioni di diritto canonico in ambito patrimoniale e della normativa concordataria sugli enti e della legislazione civilistica e fiscale sugli enti non commerciali.
A questo proposito è necessaria una certa umiltà (non pretendere di sapere tutto e ricorrere quando necessario agli uffici amministrativi di curia) e la reale disponibilità a studiare e ad approfondire problematiche di un settore “di nicchia” e, quindi, spesso poco fornito di strumenti idonei.
Ma la competenza tecnica non basta: torno a rimarcare la necessità della sensibilità ecclesiale proprio perché – come si è detto – solo le finalità ecclesiali spiegano il senso e persino le modalità di amministrazione di beni della Chiesa. È necessario pertanto una formazione anche spirituale, di studio, di approfondimento, di confronto anche circa i valori evangelici ed ecclesiali declinati nella concretezza dei problemi amministrativi.
Avviandomi al termine, sento di ringraziarvi veramente di cuore perché avete accettato di mettervi (ri-mettervi) in gioco nell’entusiasmante avventura del Regno di Dio; per aver condiviso il percorso di revisione degli Statuti che è stato un vero esercizio di sinodalità (in particolare ringrazio il gruppo ristretto che ha coordinato il lavoro). Ringrazio di cuore don Giordano Trapasso che è il pro-motore instancabile della vita pastorale della nostra diocesi e che, spes contra spem, crede nel valore della comunione ecclesiale e della carità pastorale. Assicuriamo a tutte le comunità il supporto leale e fattivo del centro diocesi, primo fra tutti quello formativo che viene attivato attraverso la Scuola di Formazione Teologica.
In questi due anni di presenza in mezzo a voi, tra le cose che più mi hanno colpito, torno a dire, è stata la sollecitudine di voi, operatori pastorali per la vita delle vostre comunità, alle quali dedicate tempo, energie, risorse fisiche, emotive e anche economiche. Ne ho avuto diretta esperienza in occasione dei trasferimenti di parroci, di avvio di unità pastorali, di ristrutturazioni di centri di culto, di difficoltà di salute dei vostri sacerdoti…Vedendo il vostro entusiasmo, la vostra abnegazione e quanto siete numerosi questa sera, ho veramente fiducia che la nostra chiesa diocesana di Fermo, col contributo di tutti, sarà sempre di più la sposa bella del Signore. Dio ci benedica. •

+ Rocco Pennacchio
Arcivescovo

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