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L’ultima crisi e/o la crisi ultima?

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numero 16Agli albori della nostra storia, un poeta e filosofo, che consideriamo antichissimo, proclamava: “Varcata la terra / vengono in dono le stelle”. Era Anicio Manlio Severino Boezio (De consolatione philosophiae, Libro IV, metro 7) che, in un mondo in dolorosa e drammatica gestazione, fra rovine presenti e costruzione ancora futura, mentre crollava il cosmo greco-romano, ed era ancora tutto da allestire il variopinto mosaico della cultura e dei mores medievali, nonostante la segregazione, ben seppe come attingere per contestare l’insidiante disfacimento (entropia) dello spirito, rinfrancare la sua energia libera e riconfermare la sua molteplice appartenenza.

Nonostante il dispiegamento di una profonda crisi, la comunità degli spiriti del tempo non aveva smarrito, ma anzi consolidato, la geometria metafisica del proprio sguardo, e con quella geometria il poeta-filosofo poteva efficacemente attingere alle sorgenti ancora copiose della greco-romanità, e alla ormai salda e dinamica visione cristiana dell’esistenza; mentre avvertiva affluente l’energia attiva dell’universo germanico.

E si rivolgeva a Dio: “O tu che governi il mondo con perpetuo razionale disegno, creatore della terra e del cielo, che comandi al tempo di procedere da sempre e rimanendo stabile e immutabile fai sí che ogni cosa si muova, tu ogni cosa derivi da un modello superno, bellissimo tu stesso che costruisci e amministri con la sapienza della tua mente un mondo bello formandolo in somigliante immagine e che disponi che le parti compiute realizzino la perfezione”; “O creatore della sfera stellata che assiso sul trono eterno fai volgere il cielo con rapido moto e costringi gli astri a sottostare alla legge”.

E all’uomo: “O felice genere umano, qualora i vostri animi regga quell’amore dal quale è retto il cielo”, con versi citati da Dante nel libro I del De monarchia, che tanto richiamano altresí la conclusione del poema sacro: “ma già volgeva il mio disio e ’l velle, / sí come rota ch’igualmente è mossa / l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par., XXXIII, vv 143-145). E così qualche secolo dopo, nel Paradiso, travolto dalla meraviglia, il suo discepolo esclama: “Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso / de l’universo; per che mia ebbrezza / intrava per l’udire e per lo viso” (Par., XXVII, vv 4-6). Da quel sorriso universale e trasparente rifulge improvviso il riverbero del segreto dell’essere, il senso colmo dell’eterno, il fine desiderato di ogni predestinazione. Il cosmo sussulta nel proprio senso, e folgora l’attimo-lampo inestinto e straripante del sole della divina essenza. L’energia attiva è al massimo, l’entropia allo zero. La terra e le sfere sono varcate, verso l’empireo, in frazioni d’attimo, con il solo impulso fornito dal volto e dagli occhi della guida che da Dio discende e verso Dio rimpatria.

Ma poi, con il trascorrere del tempo, l’occhio si è ritrovato altrove, e l’“anima sonnolenta” (Guido Gozzano, La via del rifugio, I sonetti del ritorno V, in Poesie, Giulio Einaudi Editore, Torino 1973, pag. 43) ha visto l’universo inabissato in un oceano di opacità senza misura: “Ohimé! Sul pianto pianto nella via / l’implacabilità dell’Universo / ride d’un riso che mi fa paura” (ivi). Il contrasto tra i versi dei due poeti, puntati sullo stesso oggetto, è sorprendente, ma non inatteso. Si ha l’impressione, in Dante, di uno slancio di massima potenza verso l’alto; si ha l’impressione, in Gozzano, di un cadere nell’oscurità di un abisso. Che cosa è successo? Che cosa ha reso lo spirito, non piú capace di se stesso, un sistema in disordinata impotenza? Un sistema disgregato, scisso, diabolizzato (greco dia-ballo, divido)? L’armoniosa e sapiente sintesi medievale di terra e cielo, immanenza e trascendenza, materia e spirito, scienza e teologia, filosofia e arte, concretezza e misticismo, éros e agápe, si è dispersa; l’unità di verum, pulchrum e bonum, che nella poesia di Dante si chiama ed è (la) Beatrice, e il cui sguardo riflette le infinite trascendenti perfezioni divine, si è dissolta.

Quella realtà-cosmo prima celebrata e vissuta come ornamento dell’Invisibile da congiunte intenzioni della coscienza, si è rifratta in universi instabili, àmbiti fra loro indifferenti o negativamente interferenti, precariamente giustapposti o affatto separati. Il senso di appartenenza, per il quale l’inquilinus del pianeta azzurro si è percepito per millenni partecipe e coagonista della propria vita e di quella universale, del circoscritto visibile e dell’invisibile mistero, del cosmo storico e dell’eterno ultracosmico, della dimensione tangibile e di quella spirituale dell’esistenza, è svanito. Nel momento in cui la fata morgana di un illusorio progresso gli ha fatto balenare il miraggio di una possibile o ipotetica emancipazione verso forme utopistiche di autopoiesi, l’inquilinus ha denunciato il suo stato di co-appartenente e co-agonista nei riguardi del creato, e il patto di alleanza fra natura e creatore. Da allora la sabbia del suo deserto, prima ristorata dai raggi della terra promessa, ha svelato il tratto angosciante di un’aridità senza esodo; e lo straniero, prima peregrinans, si è ritrovato un estraneo universale contro tutto e contro tutti; straniero morale e apolide di ogni relazione.

Straniero a se stesso, e di se stesso antagonista; senza éthos e senza dimora, spettatore del cháos e non piú del kósmos; vittima e attore di una cupiditas del vuoto d’essere che non trova pace in nessun argomento logico; senza vincoli di libera appartenenza, suddito di un potere conseguito con l’inganno e la forza, sempre operante nella storia, ma ora dominante senza resistenze. Il precipitare verso l’alienazione non si arresta e vorrebbe bussare alla porta del nulla come vera casa dell’uomo. È il tramonto (occasus) verso occidente di un grande stellare pensiero nato a oriente (en tê anatolê); tramonto del quale la nostra civiltà sembra essere orgogliosa, nonostante che niente in ciò vi sia di cui gioire o andar fieri, come hanno lamentato K. Popper e J. Eccles: “Riteniamo che il ridimensionamento dell’uomo sia stato spinto un po’ troppo oltre” (L’io e il suo cervello, Armando, Roma 1981, pag. 9).

Come raggiungere le stelle e varcare la terra in siffatte condizioni di atonia energetica, se per varcare la terra verso l’orbe stellifero occorre una potente spinta, che consenta di raggiungere, accelerando, la velocità di fuga? In verità, per percepire e concepire il mondo strutturato in senso antientropico (neg-entropico) c’è bisogno di non violentarlo, sebbene idealmente; ma di inchinarsi – forse inginocchiarsi – davanti alle sue ragioni profonde e alte. E piú il suo panorama appare, in superficie, vario, variabile, caotico e indeterminato, piú è insidiato dapprima dall’horror e poi dalla voluptas vacui, piú i contrassegni delle ragioni che connettono vanno ricercati in un moto ardimentoso e umile dell’animo, che, illuminando le proprie sempre piú dubitose risorse, si riconosca attratto da un punto di congruenza e di fuoco infinitamente distante, dal quale brilli ancora l’icona del reale, che è tutt’altra cosa rispetto a esso e al suo monotòno o multiforme rovescio. E questa cosa si chiama preghiera. Altrimenti, chissà, l’ultima crisi che ci ha invaso potrebbe essere davvero la crisi ultima. •

Giovanni Zamponi

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