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Manca il popolo italiano

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2 giugno. Festa della Repubblica. Festa dell’Unità d’Italia.
Ore 9.45. Il sagrato del Duomo di Fermo brulica di gente. Le istituzioni sono tutte presenti. Le polizie d’ogni specie: locale, municipale, penitenziaria, di stato. I Carabinieri, la Marina, l’Esercito, l’Aeronautica, la Finanza, la Guardia Forestale. Non mancano le crocerossine che fanno pensare all’Hemingway di “Addio alle armi”.
Ci sono i presidenti delle associazioni di categoria, delle scarpe soprattutto. Ci sono le bandiere delle scuole con drappelli di studenti tirati giù dal letto anche in giorno di vacanza. Ci sono i gonfaloni dei municipi del Fermano con i sindaci dalla fascia traversa tricolore. C’è un signore barbuto che impugna un tricolore con la scritta “Battaglione Batà”, redivivo garibaldino dei manifesti anno 1948.
La Prefettura fa la regia. Ci piace questo sforzo, nazionale e locale, di dare unità ad un Paese che non l’ha più.
Il Prefetto Mara Di Lullo è alla sua prima uscita pubblica ufficiale.
Qualcuno manca però. Manca Maria, Silvestro, Giovanna, Marco, Luca, Luigi, Gianna. Mancano i volti, non le categorie.
Manca il popolo. Mancano gli uomini comuni, le donne comuni che in massa, e per la prima volta, andarono ai seggi in quel lontano 1946, quando si scelse: via il Re!
Non ci sono. Perché non hanno sfilato dietro alla bandiera? Perché hanno preferito l’Oasi?
Nella Chiesa cattedrale, l’omelia dell’arcivescovo Luigi Conti è su pace, giustizia, misericordia: pace come condizione di prosperità; giustizia come convivenza; misericordia come apertura del cuore. Mons. Conti echeggia l’insistenza di papa Francesco che sferza il mondo a cambiare strada.
L’arcivescovo propone san Paolo che scrive ad un vescovo di Efeso invitandolo ad «evitare le discussioni, perché sono rovina per chi ascolta». Come nei tanti talk show, fatti di urla e parole vuote.
«Le donne – dice Conti – hanno tenuto il tessuto sociale, perché si governa con la tenerezza e non con la forza e le leggi». Le leggi servono, ma c’è qualcosa che le fonda.
Al convegno lions su “Etica e legalità” di Montegiorgio con il Procuratore della Repubblica Domenico Seccia e mons. Vinicio Albanesi, l’introduzione è stata un dipinto di Ambrogio Lorenzetti: 24 popolani (le corporazioni del Trecento) che tirano e s’appoggiano ad una stessa corda consegnata loro dalla Concordia (stesso cuore in latino) che l’ha avuta da due angeli che assistono la Giustizia che a sua volta guarda la Sapienza: il sapore delle cose.
Se Maria non c’è a Fermo, come in Ascoli, ad Ancona come a Roma, se non ci sono Giovanna e Luca e Marco, è perché quel sapore non c’è più.
A Cerreto, un gruppo di amici da anni pulisce il bosco, tiene aperta la Grotta castellana, toglie l’edera dalle mura, riapre sentieri, tiene in ordine la strada, promuove un evento con migliaia di persone.
E’ l’affezione che li muove, l’amore ad un luogo che li fa sacrificare (render sacro) al sabato e alla domenica.
A Cerreto, in una chiesa senza tetto, complici la luna e le stelle, sono risuonate le parole del francese Charette: «La nostra Patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi».
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