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Attentato terroristico in Bangladesh (1° luglio 2016)

Dacca, Fermo, Baghdad

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Il pensiero per le vittime e i feriti degli attentati di questi giorni.

Portare un messaggio di speranza e di consolazione, di pace e di carità: è l’impegno chiesto agli “operai” di Dio, ai “missionari”. Ed è il tema della riflessione del Papa all’Angelus, nella domenica che fa memoria dell’apostolo Tommaso, che confessò Gesù come suo Signore e lo testimoniò fino in India, secondo la tradizione. La pace è tema sempre attuale, e lo è, in modo particolare, in questo nostro tempo così confuso, tempo di esodi, di muri, di rifiuti, di respingimenti; tempo in cui in nome di Dio si arriva persino a commettere violenze e uccisioni, come la recentissima strage di Dacca, in Bangladesh, cui va il pensiero del Papa nel dopo Angelus, assieme all’attentato a Baghdad: preghiera per le vittime e richiesta al Signore di “convertire il cuore dei violenti accecati dall’odio”.
Luca, con il suo Vangelo, ci ha come inseriti nel cammino di Gesù verso la sua Pasqua, a Gerusalemme. Un brano che possiamo dividere in due momenti: l’invio dei discepoli, a due a due, e il loro ritorno “pieni di gioia”. Settantadue discepoli che Gesù invia “in ogni città e luogo dove stava per recarsi”, come leggiamo in Luca. Settantadue, o settanta nel testo ebraico della Genesi, come le nazioni pagane: come dire che Gesù manda i suoi discepoli in tutto il mondo, testimoni della sua parola. Interessante notare una sorta di pitagorismo: 70, secondo la tradizione rabbinica, sarebbero i popoli che hanno ascoltato la legge al monte Sinai; sempre 70 gli anziani scelti da Mosè e altrettanti i membri del Sinedrio a Gerusalemme, escluso il sommo sacerdote. E infine settanta, o settantadue, sarebbero coloro che hanno tradotto la Bibbia in greco, detta “dei settanta”. Ecco un ulteriore legame tra Antico e Nuovo Testamento, una continuità, dunque, che si iscrive in un cammino che non è frattura con la legge dei padri, e vive di quel “ma io vi dico” che Gesù porta nel mondo. E la missione dei discepoli è innanzitutto portare la pace e annunciare la vicinanza del Regno di Dio. Nessuno è escluso dal suo sguardo, dalla sua preoccupazione.
I missionari, dice Papa Francesco all’Angelus, non sono solo coloro che vanno lontano, ma “anche noi, missionari cristiani che diciamo una buona parola di salvezza. E questo è il dono che ci dà Gesù con lo Spirito Santo”. Quando manda i discepoli nei villaggi, “raccomanda loro, prima dite: pace a questa casa […] Guarite i malati che vi si trovano”. Questo significa, afferma ancora il Papa, che “il Regno di Dio si costruisce giorno per giorno e offre già su questa terra i suoi frutti di conversione, di purificazione, di amore e di consolazione tra gli uomini. È una cosa bella! Costruire giorno per giorno questo Regno di Dio che si va facendo. Non distruggere, costruire!”
Certo leggiamo, in Luca, che Gesù non si nasconde il fatto che gli operai sono pochi. O forse potremmo dire che non siamo lievito, sale e luce a sufficienza. Ecco perché si vive spesso come se Dio non esistesse, perché siamo presi dai nostri condizionamenti, da problemi e preoccupazioni. L’operaio del Vangelo, afferma Francesco, “anzitutto dovrà essere consapevole della realtà difficile e talvolta ostile che lo attende”. L’ostilità “è sempre all’inizio delle persecuzioni dei cristiani; perché Gesù sa che la missione è ostacolata dall’opera del maligno”. Ed è proprio per questo che il credente, il missionario “si sforzerà di essere libero da condizionamenti umani di ogni genere, non portando borsa, né sacca, né sandali, come ha raccomandato Gesù, per fare affidamento soltanto sulla potenza della Croce di Cristo. Questo significa abbandonare ogni motivo di vanto personale, di carrierismo o fame di potere, e farsi umilmente strumenti della salvezza operata dal sacrificio di Gesù”.
“Tornarono pieni di gioia”, leggiamo in Luca. Perché quella del cristiano nel mondo “è una missione stupenda, è una missione destinata a tutti, è una missione di servizio, nessuno escluso; essa richiede tanta generosità e soprattutto lo sguardo e il cuore rivolti in alto, per invocare l’aiuto del Signore”. E richiede la “forza debole” della fede. •

Fabio Zavattaro

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