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Il sogno di una Chiesa povera e rivoluzionaria

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Don Luigi Ciotti, Mario Lancisi, Padre Ernesto Balducci, cardinale Loris Capovilla, Gigi Ghirotti hanno detto di don Milani…

Don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele, così scrive nella prefazione al libro di Mario Lancisi, Don Milani, la vita: “Di certi posti aspri e selvatici si usa dire che sono abbandonati da Dio, proprio a Barbiana, Dio aveva trovato in don Milani un testimone straordinario, capace di saldare il Cielo e la Terra, il vangelo e la giustizia sociale, l’essere cristiani e l’esser cittadini in questo mondo e per questo mondo… Barbiana degli anni cinquanta si riflette nelle tante Barbiane del nostro tempo, quelle dell’Africa e dell’America Latina, delle zone di guerra e di certe spiagge del Mediterraneo, dove a volte le onde depongono i corpi delle vittime della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale, 1.582 nel solo 2006. Ma anche le Barbiane di chi dall’altra parte è approdato, senza però trovare pace e dignità: quelle delle baraccopoli e dei quartieri ghetto, delle case sovraffollate e dei rifugi di fortuna, quelle di chi cade in mano alle mafie del caporalato e della prostituzione. Don Milani è attuale anche per la radicalità, la passione, la coerenza con cui ha percorso il suo tratto di strada. Una coerenza e una radicalità che non smettono di provocarci, essere pungolo alle nostre coscienze, animate da una fede che, scrive giovanissimo in Esperienze pastorali, non è qualcosa da infilare alla prima occasione nei discorsi, ma un modo di vivere e di pensare”.
Mario Lancisi, nel libro ricordato scrive: “Don Milani è stato uno dei santi più importanti della Chiesa contemporanea, anche se proprio per questa sua autentica santità probabilmente non verrà mai canonizzato. Ma è stato anche uno dei più grandi intellettuali dell’Italia del secondo Novecento. Nonostante i numerosi libri scritti su di lui, don Milani è, infatti, ancora sottovalutato come intellettuale e straordinaria coscienza critica della società italiana. Si è trovato ad operare nell’Italia della Guerra Fredda, è stato stretto fra troppe chiese, e con nessuna di loro lui, idolatra della verità senza se e senza ma, è mai riuscito a venire a patti. Per questo ci si è affrettati a farne un ritratto stereotipato sia dal punto di vista religioso sia politico. Forse ora, finito il tempo delle opposizioni ideologiche della Guerra Fredda, è arrivato il momento propizio in cui il pensiero di don Milani, liberato dai pregiudizi che finora hanno accompagnato le sue varie interpretazioni, possa essere studiato e discusso con la serietà e il rigore scientifico che merita, considerata la rilevanza e l’attualità dei temi di fondo della sua opera”.
Padre Ernesto Balducci (Santa Fiora, 6 agosto 1922 – Cesena, 25 aprile 1992), fondatore della rivista Testimonianze, grande amico di don Milani, così scrive di lui: “Ovunque l’obbedienza lo avesse portato, don Lorenzo avrebbe fatto quel che fece a Barbiana, noncurante delle variazioni di tempo e di spazio, coerente ad ogni costo al proprio credo assoluto. Poco importa, alla fine, che sia stata o sia la via più giusta: giusta era la sua dedizione, la sua costanza, e la violenza della sua contestazione. Egli era davvero, a suo modo, un guerrigliero: molti di noi che hanno deciso di rimanere nelle strutture costituite obbligandoci forse al quotidiano compromesso nella speranza di servire la stessa causa, ci siamo astenuti dal giudicare alcune sue mosse incomprensibili, perché anche noi avevamo da chiedergli di non giudicarci. Dalla trincea dei poveri egli ci ha invece giudicato più di una volta, ma tocca a noi sopportare in silenzio il suo giudizio, così vicino al giudizio a cui ci costringe il nostro esame di coscienza. (…)
La parte dei poveri è quella giusta, non tanto in nome di un’uguaglianza economico-politica, ma in nome del futuro del mondo, il cui germe è là dove i poveri, imparano giorno dopo giorno, e forse senza saperlo, i modi e i tempi del giudizio di Dio. Nella minuscola parrocchia di Barbiana la Chiesa è riuscita a crescere nell’interno di un piccolo popolo in crescita: essa non era più, per quei ragazzi, da un’altra parte, era dentro il loro modo di diventare uomini. Immerso nel suo particolare, don Milani ha tentato una risposta universale. Per testimoniare tutto questo, don Lorenzo ha scelto la via della rottura, si è servito del gruppo dei suoi figli come di una via concreta per raggiungere la totale spoliazione di sé, per aggredire, una volta spogliatosi d’ogni egoismo, il mondo degli altri e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali e giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna che è appena la remota premessa di qualcosa di più” (Balducci, Testimonianze 1967).
In un libro Io e don Milani, in libreria per le edizioni San Paolo, padre Ernesto Balducci, di cui ricorre quest’anno il venticinquesimo anniversario della morte (Cesena, 25 aprile 1992), in una silloge di scritti inediti, tratteggia in modo impagabile il quadro storico religioso della Firenze dei suoi tempi e di don Milani.
Il capoluogo di regione, per tutti gli anni cinquanta, rappresentava un punto di riferimento per tutta la chiesa italiana. Tre figure s’imponevano all’attenzione di tutti: il cardinale Elia Della Costa, don Giulio Facibeni e il sindaco Giorgio La Pira.
“Don Milani conobbe la Chiesa in questa cornice. La sua vocazione ebbe modo di maturare in questo humus fecondo… Don Milani aveva quella purezza di sguardo che gli derivava dal non avere un retroterra di educazione cattolica. Egli aveva la possibilità del gesto schietto, immediato ed un linguaggio libero, che per noi che abbiamo passato una lunga trafila di cancelli di seminario è sempre un linguaggio difficile. Don Milani ha potuto per questo, immediatamente avvertire l’ambiguità di una Chiesa in cui tutto l’apparato si appoggiava, come gravitazione spontanea, sulla civiltà contadina moribonda. I problemi nuovi che emergevano dal mondo industriale avevano risposte arcaiche, generiche, moralistiche, non sufficientemente misurate sulla severità del problema posto dalla lotta di classe. Don Milani comprese che c’era da compiere una mediazione. Bisognava lasciare la pastorale vecchio tipo, i moduli propri della catechesi tradizionale, e bisognava portare i ragazzi, il popolo a una presa di coscienza. C’era una missione culturale da compiere attraverso la scuola. La scuola, luogo ideale dove i figli della società ambigua, industriale a contadina insieme, dovevano liberarsi dai condizionamenti di provenienza, ed acquisire coscienza precisa delle proprie responsabilità e della realtà storica che avevano davanti. La scuola, come luogo di passaggio da una condizione di passività, di subordinazione, di alienazione ad una libertà di coscienza e di giudizio…
I superiori pensarono che spostandolo a Barbiana lo avrebbero collocato su un binario morto… Barbiana invece fu il luogo ideale per la sua maturazione. Questa è l’astuzia della ragione in senso laico, in senso religioso, della Provvidenza. Là dove i superiori pensavano di arginare un uomo, essi gli crearono il piedistallo adatto. Ecco i paradossi che Dio prepara per i suoi servi migliori”.
Mons Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, così scriveva di don Milani:
«Ho fatto poco per lui, all’infuori della sollecitudine di procurargli le medicine richieste alla Farmacia Vaticana. Vittima dell’ambiente non osai recarmi a Barbiana. Me ne dispiace tuttora. A distanza di anni si capisce meglio che, in ogni caso, bisogna sempre separare il grano dal loglio. Non tutto era perfetto in lui, ma tutto proveniva dalla sua granitica fede, dalla fiducia nella Chiesa. Dall’amore per tutti i poveri, annoverandovi i più derelitti, i senza Padre celeste. A chi ha insinuato cedimenti di lui al comunismo, basta suggerire la lettura della prima lettera della raccolta Mondadori (oggi in Lettere di don Lorenzo Milani. Priore di Barbiana, San Paolo, 2007 ndr.): “A un giovane comunista di San Donato” (1950). Alcune sue esternazioni lasciavano impietriti, come le voci dei profeti i quali non conoscono sfumature di sorta. È Dio che detta a loro certe condanne? Sembra di dover rispondere affermativamente. Tuttavia non spetta a ciascuno di noi darne la sicura interpretazione. Quando don Milani in una lettera all’arcivescovo cardinale Florit accusa la curia fiorentina di “crudeltà puerili, sadiche, irreligiose, incoscienti”, rimaniamo col fiato sospeso, e ci rendiamo conto delle reazioni. Viene in mente l’asserzione di Bossuet: “La Chiesa si regge sulle due ali della dottrina e della disciplina. Conchiudo questa nota, carica di rimpianto e di speranza, con la confessione di Georges Bernanos, altro polemista che non si tirava indietro quando c’erano di mezzo la fede, la redenzione, la dignità dell’uomo; e tirava fendenti impietosi, magari col rischio di incorrere, come minimo, in un monito dell’Autorità ecclesiastica: “Non vivrei cinque minuti fuori della Chiesa, e se ne fossi cacciato, vi tornerei subito a piedi nudi, in camicia, e al corda al collo qualunque fosse la condizione che vorreste farmi. Lorenzo Milani era della stessa tempra!”» (Famiglia Cristiana, 05 marzo 2017).
Bella fu anche la testimonianza di Gigi Ghirotti raccolta nell’articolo Uno scontro, citato anche nel libro di Neera Fallaci:
«Una volta sola incontrai don Lorenzo Milani. Il ricordo di quell’incontro mi ha sempre perseguitato, e ancor oggi quando penso al priore di Barbiana e all’accoglienza che mi riservò in quell’unica occasione che ebbi di avvicinarlo, non so trattenere un moto di dispetto. Il dispetto di non averlo capito, o di non essermi fatto capire, e di avere, comunque, perduto l’opportunità di afferrare un po’ meglio il filo d’un discorso che avrebbe potuto condurci lontano, nel distacco o nell’affetto».
Don Milani non conosceva il giornalista, uno dei pochi che si distingueva per l’integrità morale e per la serietà messa nella propria professione. Nel corso della visita, Ghirotti che era salito a Barbiana con un altro giornalista, Ferranti Azzali de Il Resto del Carlino, subì un interrogatorio di terzo grado sulle bugie dette dai giornalisti, senza “la possibilità di reagire con un discorso filato e responsabile intorno ai diritti della libertà di stampa nel quadro dei diritti della proprietà privata”.
Scriveva Gigi ancora Ghirotti: «Di don Milani mi rimase un’impressione contrastante; da un lato scorgevo il suo limite in un acre e immisericordioso sentimento di protesta contro il mondo che lo aveva allontanato da sé e confinato a vivere lassù.
Dall’altro, per tanti preti che avevano insegnato e continuano a insegnare l’ipocrisia, l’obbedienza idiota a tutti e a tutto, il cristianesimo come rassegnazione bovina, il cattolicesimo come pigra ripetizione di giaculatorie e di luoghi comuni, mi sembrava che fosse degno di ammirazione un prete che scioglieva questo groviglio di compromessi con la società.
Mi parve giusto che un maestro, per tante centinaia di migliaia di maestri che salgono in cattedra a rigirare il disco delle nozioni apprese, fosse disceso in quell’angolo del Mugello a rivelare che la scuola è un’altra cosa, e tutta diversa da quella che conosciamo, riveriamo, paghiamo e pretendiamo, ancora, che sia diffusa e praticata ulteriormente. La scuola come palestra comune per la comune ricerca; il pulpito e l’altare come punti di riferimento della comunità per i suoi rendiconti, per le aspirazioni necessarie al vivere in questa terra pur proiettando la propria fatica in una dimensione più lontana e non raggiungibile allo sguardo umano. Queste mi sembrano le lezioni indimenticabili di don Milani, il suo lascito alla società ecclesiastica di cui fa parte, alla scuola italiana sulla quale innestò un’esperienza importante e degna di altissimo rispetto, alla società democratica tutta, che deve riconoscenza e attenzione a tutti coloro che ne sperimentano sul vivo la debolezza, e che la onorano di ruvida critica e di pungente rampogna…
Nella mia memoria, don Lorenzo rappresenta un morto irrequieto, che non lascia vivere in pace. Me lo porto dietro così, come un aculeo, un dubbio grave della coscienza: sono questi, dopotutto, i morti che non muoiono mai».
Mi ha fatto bene rivisitare don Milani e quello che hanno scritto o hanno detto di lui, come don Luigi Ciotti, padre Ernesto Balducci, il cardinale Loris Capovilla, Mario Lancisi e Gigi Ghirotti.
Mi hanno riportato ai sogni giovanili quando vedevo il mondo con gli occhi dell’intransigenza e degli ideali.
Ma anche oggi che quegli occhi sono diventati propri di una certa età, i sogni sono rimasti sempre quelli.
Meglio rimanere un idealista impenitente che un arrivista tra tanti. Non importa poi tanto che ci siano i detrattori di don Milani. Il bene e la verità hanno sempre il rovescio della medaglia, come la calunnia, la malafede o la cattiveria senza aggettivi.
Finalmente, dopo anni di attesa, quelli che amano il priore di Barbiana possono leggere l’opera omnia di don Lorenzo Milani per l’editore Mondadori, collana Meridiani. In due volumi sono raccolti tutti gli scritti di don Milani. Il lavoro editoriale è stato possibile grazie alla passione dello storico Alberto Melloni e di Federico Ruozzi nonché di altri storici e filologi come Anna Carfora, Sergio Tanzarella e Valentina Oldano, che hanno lavorato al progetto per ben dieci anni. •

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