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Codice di trasparenza a scuola

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Stop ai furbetti della cattedra; stretta su consulenze, incompatibilità e concorsi “pilotati”

Dalle concorsopoli ai doppi e tripli lavori per i professori a tempo pieno. Ci sono vecchie e nuove spine del mondo accademico che vengono affrontate nell’atto di indirizzo che la ministra uscente Valeria Fedeli ha appena inviato ai rettori delle università. Trenta pagine scritte insieme all’Anac, l’Autorità anticorruzione, che puntano a fissare paletti su temi caldi come il reclutamento di docenti e ricercatori – tornati alla ribalta con lo scandalo delle abilitazioni pilotate a Firenze dello scorso settembre – o quello di incarichi e attività extra cattedra dei professori finiti nel mirino della Corte dei conti che sta muovendo le prime contestazioni ai docenti per danno erarariale.
Per limitare fenomeni di corruzione o di maladministration l’atto di indirizzo suggerisce due mosse: adozione di codici etici e di comportamento unici con regole precise per assicurare trasparenza su tutte le attività universitarie (dalla ricerca alla didattica fino al reclutamento e alle incompatibilità sugli incarichi) e rafforzamento della figura del responsabile della prevenzione della corruzione che «laddove è possibile, è altamente consigliabile mantenere in capo a dirigenti di prima fascia». Per quanto riguarda l’abilitazione e il reclutamento dei docenti l’atto di indirizzo sollecita per il primo aspetto l’apertura di call pubbliche per selezionare chi valuta le riviste scientifiche (gli articoli sono cruciali per i punteggi di chi si vuole abilitare), mentre per il secondo aspetto spinge per l’apertura dei concorsi ai docenti esterni alle università. Oggi molti atenei continuano a privilegiare i concorsi rivolti ai candidati interni (previsti dalla riforma Gelmini) ma alla luce dell’«esigenza di ridurre al minimo pressioni indebite sulle assunzioni» Miur e Anac chiedono di favorire procedure concorsuali aperte agli esterni, aumentando le risorse per questo tipo di assunzioni e prevedendo «procedure riservate esclusivamente ai candidati esterni». Non solo: l’atto di indirizzo sottolinea che i commissari delle commissioni giudicatrici non devono avere rapporti di parentela («fino al quarto grado») tra di loro così come con i candidati.
Molto dettagliato il capitolo delle incompatibilità. Mentre i professori a tempo definito possono svolgere anche la libera professione, per quelli a tempo pieno diverse norme e per ultimo la legge Gelmini (legge 240/2010) hanno previsto il divieto in generale di attività e incarichi extra avendo il docente un rapporto di esclusiva con gli atenei (come tutti i dipendenti Pa) con alcune eccezioni (consulenze, collaborazioni scientifiche, ecc.) e in alcuni casi previa autorizzazione del rettore. L’atto di indirizzo interviene delimitando le fattispecie. Ad esempio «l’assunzione di incarichi in una società da parte del docente universitario è consentita solo laddove il docente assuma la mera qualità di socio in una società di capitali, non dunque in posizione di controllo o in una società di persone, ma senza poteri o compiti gestionali». Il docente potrà però costituire spin off e start up universitarie con responsabilità formali. Divieto assoluto invece per la libera professione a meno che si tratti di attività professionali, «purché connotate dall’occasionalità e siano state autorizzate dall’Università».
Ancora più corposa la voce dedicata alle consulenze. Qui il documento del Miur prova a definirne un identikit per evitare gli abusi. Si deve trattare innanzitutto di una prestazione «resa a titolo personale, non in forma organizzata, e a carattere non professionale, di natura occasionale e dunque non abituale ma saltuaria»: in pratica l’attività extra non deve impattare con le lezioni, le attività di ricevimento degli studenti e magari con un «utilizzo improprio» delle strutture dell’ateneo. Deve poi trattarsi di una prestazione «di un’opera di natura intellettuale, non caratterizzata dal compimento di attività tipicamente riconducibili alle figure professionali di riferimento» o come «prestazione resa in qualità di esperto della materia» o «attività che deve concludersi con un parere, una relazione o uno studio». Sotto la lente dovranno finire le partite Iva aperte dai prof (gli atenei dovranno prevedere nei regolamenti che i docenti dichiarino le attività svolte con partita Iva). Più in generale il Miur suggerisce che su tutte le attività extra i regolamenti di ateneo provvedano «a disciplinare procedure interne basate sulla comunicazione, almeno semestrale, da parte dei docenti al Rettore, al fine di consentire un adeguato monitoraggio, funzionale ad assicurare il rispetto della normativa vigente in materia di regime a tempo pieno, anche sotto il profilo della prevenzione dell’insorgere di situazioni di conflitto di interessi».

Per la ministra uscente Fedeli che ricorda il lavoro durato mesi insieme all’Anac «è stato fatto un percorso importante e di grande rilievo, che offre una linea comune di intervento al sistema accademico su un tema particolarmente sensibile come quello dell’anticorruzione, della trasparenza». L’atto di indirizzo arriva proprio nei giorni in cui le procure della Corte dei conti muovono le prime contestazioni per danno erariale in capo ai docenti a tempo pieno colti in flagrante a svolgere anche attività privata. Il danno calcolato è di 52 milioni 563mila 319 euro, mentre i professori accusati sono finora 192. Molto critico su questi interventi è l’ex senatore Giuseppe Valditara che è stato relatore della legge Gelmini del 2010. Legge che – ricorda Valditara – «autorizza le consulenze anche quelle non di carattere scientifico». Per l’ex senatore «introdurre all’attività di consulenza, genericamente ammessa, limiti non posti dal legislatore sarebbe proprio di un ordinamento che vieta tutto tranne ciò che è espressamente consentito, un sistema tipico degli Stati totalitari». Per Valditara in un sistema liberale ciò che si deve controllare sono i risultati. «Il professore fa correttamente il suo lavoro? Ottiene buoni risultati? Bene, nel tempo restante faccia ciò che vuole. Il professore non pubblica, insegna male, non è presente agli esami o non è mai disponibile con gli studenti? Lo si sanzioni, al limite lo si licenzi». •
Marzio Bartoloni
15 maggio 2018

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