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Montecosaro custodisce un prezioso documento secondo il quale una parte di Gerusalemme appartiene all'Arcidiocesi di Fermo

La capsella e Carlo Magno

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Montecosaro Scalo possiede un documento storico unico

Camminata nel Maceratese, partendo dal Fermano, arrivando a… Gerusalemme, e tornando idealmente a Fermo. Mi spiego.
Mi sono lasciato alle spalle l’Abbazia Imperiale di Santa Croce al Chienti. Ho percorso una strada bianca per Montecosaro. Ho superato il ponte, imboccato la via che porta all’Abbazia di Santa Maria a Pie’ di Chienti.
L’Università di Camerino, insieme alla Sovrintendenza regionale, sta facendo indagini. Sembra che sotto la grande chiesa un’altra ce ne sia. Vedremo.
Quello che mi attira è un pannello con una strana storia. Me ne aveva parlato la mia amica Emma, curiosa quanto me, inviandomene una foto. Non potevo ignorarla.
Ho chiesto in giro, ho parlato con il parroco. In un posto ben custodito, don Lauro Marinelli preserva una capsella. La capsella è un contenitore di pietra saponaria: la steatite, molto piccolo, molto antico, con iscrizioni dappertutto. Una specie di contenitore da viaggio. Un contenitore? Se lo è stato, sicuramente esisteva un contenuto, e un contenuto d’un certo pregio o importanza. Quale?
E qui mi aiuta uno scritto di Emanuela Properzi, divenuto il pannello indicatomi, appeso all’esterno della chiesa. La capsella appare nel 410 d.C. quando i coniugi Melania e suo marito Piniano Anici la consegnano ai reggenti la chiesa di San Paolino a Falerone. Il primo contenuto potrebbe apparire un po’ banale alle menti contemporanee: si tratterebbe della barba del vescovo di Nola (san Paolino) consacrata a san Felice. Questione di reliquie, insomma. Ma è ben altro che colpisce. In quella capsella trasferita alle monache basiliane (?) di Santa Maria a Pie’ di Chienti, è conservato un documento importante quanto incredibile. Si tratta di un atto di donazione con il quale il Califfo di Bagdad, Harun-al-Rashid, dona all’Imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo Magno, un lembo di territorio nella città di Gerusalemme, «comprendente il luogo del Cenacolo e del Santo Sepolcro». Ed ora vedrete che la storia ci riguarda molto più da vicino. Perché Ludovico il Pio, successore di Carlo Magno, nell’834, concede il dono carolingio al Pontefice romano che, a sua volta, lo gira al vescovo di Fermo nominandolo responsabile del piccolo territorio gerosolimitano, per conto della Chiesa romana. Un pezzo di Gerusalemme nella disponibilità di Fermo!
La Properzi aggiunge che «nel 1089, il presbitero Atto, incaricato dal vescovo, partì da Fermo per Gerusalemme per ricoprire il ruolo di priore di Monte Sion». Tempo dopo, Atto dovette tornarsene a Fermo: l’imperatore Enrico V, con decisione unilaterale e violenta, s’era riappropriato del Priorato, escludendo la chiesa e il vescovo fermano. Atto rientrò portando con sé il documento e reliquie, contenuti nello scrigno di pietra.
I documenti cartacei sono importanti, ma possono essere sottratti, bruciati, fatti sparire. La capsella resta, invece, specie se può celare in altro modo il proprio contenuto, inciso, magari, e abbreviato sulla stessa pietra saponaria o dando di esso elementi minimi, mappa per una sorta di cerca del tesoro. E indicazioni ce ne stanno. E precise anche. Ma il documento cartaceo no! Distrutto? E se fosse celato o, peggio, dimenticato in qualche archivio? •

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