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Emergenza educativa: problema sottovalutato

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bimbiSiamo in emergenza educativa? Per riuscire a dare risposta a questo interrogativo forse dobbiamo prima porcene un altro: che significa educare? A questa seconda domanda sicuramente molti potrebbero rispondere dicendo semplicemente che educare oggi è “missione impossibile” perché negli ultimi decenni le minacce ecologiche, l’insicurezza nel mondo economico, la precarietà del lavoro, la confusione dei riferimenti culturali, la perdita di contatto con le proprie “radici”, l’iper-consumismo (e tanto altro ancora… ) hanno lasciato soli i genitori e la scuola alle prese con l’arduo compito di educare.

Ecco allora che è una missione appunto impossibile. In fondo noi tutti oggi viviamo e cresciamo i nostri figli in una società che ha perso quei valori di riferimento che avevano guidato le generazioni precedenti. Una crisi etico-spirituale ed educativa evidente ed una altrettanto evidente paralisi della capacità di porvi rimedio. Questa società indica, spesso, a tutti noi, e ai giovani in particolare, “false” direzioni, quelle che vanno verso l’esterno, l’apparenza, l’immagine: nulla, o poco più, che vada verso l’interiorità, l’accettazione di sé e dei propri limiti.

Certo, tutti sentiamo la necessità di tracciare una rotta che consenta di recuperare i valori di una “società educante”, ma continuamo lo stesso a credere che parlare di educazione al giorno d’oggi significhi perdere tempo. Io direi innanzitutto che emergenza finanziaria ed emergenza educativa sono più collegate di quanto possa sembrare. Ma in televisione, ai telegiornali, parlano solo di debito pubblico e di come abbatterlo, mai una parola che affronti il tema del “debito educativo”. Quindi un problema c’è ed è evidente. E anche se sono figlia di una società come quella attuale, non sento questa questione come impossibile da affrontare.

Una qualche emergenza educativa esiste ed è determinante. Alla seconda domanda rispondo, invece, dicendo che educare vuol dire essere consapevoli delle cose buone che abbiamo, perché l’educazione è fatta di gesti concreti. Se non fosse così educare non solo sarebbe impossibile, ma addirittura inutile. Perché educare più propriamente significa introdurre alla realtà. Perché dovrei introdurre alla realtà se la realtà stessa è contro di me? Se non c’è un senso, un bene, un qualcosa di vero, o di bello? In altre parole, perchè devo vivere se alla fine della vita c’è la morte? Perché devo impegnarmi se alla fine tutto finisce? Il punto è tutto qui.

Se non si ha la percezione anche lontana, della presenza di Cristo dentro la nostra storia, nella nostra vita, non si può educare. Perché o c’è un senso, un valore, un bene, un vero e un bello, nascosto in ogni particolare della realtà, passata, presente e futura, oppure è impossibile educare. Nessuno potrebbe desiderare mai di educare i propri figli al falso o al male. Eppure purtroppo succede. Perché ciò che la società ci fa vivere e credere spesso non ci permette di riconoscere il Mistero negli avvenimenti della vita. Questo accecamento non ci consente di mettere a fuoco l’oggetto dell’educare, non ci fa accorgere di chi ci sta davanti ed aspetta da noi una guida, un gesto, una parola che educhi.

Allora, che cosa vuole dire educare? Significa guardare chi si ha davanti per quello che è e desiderare il suo bene, mettendogli a disposizione tutto quello che si è, che si sa e che si è vissuto. Come disse qualche anno fa il Cardinal Carlo Caffarra proprio sul problema dell’emergenza educativa, «l’educazione è la tradizione che diventa presenza dentro alla testimonianza che i padri ne fanno ai figli». Nonostante la società porti da tutt’altra parte, esiste la Chiesa.

Esiste cioè una realtà, un popolo che custodisce la memoria del fatto che può dare consistenza alla nostra fragilità mortale e sa generare una cultura, un modo di essere nel mondo e di vivere che è precisamente la modalità cristiana. Ecco svelato il senso della questione: il rapporto educativo istituisce una relazione fra due persone. Ciò che è in gioco e a rischio nell’atto educativo è proprio una persona; è qualcuno, non qualcosa. Dunque è a questo tipo di emergenza che noi cattolici impegnati dobbiamo saper rispondere. Riscoprire Cristo nella nostra vita, nei rapporti umani, così da ritrovare i punti di riferimento cardine che la nostra società sta inesorabilmente perdendo e ridare senso pieno e vero alla realtà che siamo chiamati a vivere. Solo allora né la famiglia né la scuola si sentiranno più sole nel difficile compito di educare, ma sapranno cosa trasmettere e testimoniare alle generazioni future. •

Silvia Graziani

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