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La statua di Sant’Antonio davanti alla chiesa di Santa Lucia (frazione di Morrovalle)

Sant’Antonio attraversa il tempo e parla all’epoca della tecnica

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L’abate protettore degli animali aveva molti devoti nel mondo rurale: la sua effigie proteggeva stalle, dispense e tutta la campagna

La festa di Sant’Antonio ieri

Disaffezione e scoraggiamento a volte prendono il sopravvento. Mi sono sempre chiesto se valga la pena raccontare oggi, in piena globalizzazione, alcuni momenti di vita contadina di tanto tempo fa. C’era una volta la festa di Sant’Antonio Abate. Cadeva e cade tuttora al diciassette di gennaio, quando le giornate si allungano e le notti si accorciano: “Per Sand’Andò, un cargio de vò/ Per Pasquetta, ‘na mezz’oretta”. Recitava così l’antico adagio popolare.
Generalmente, nei giorni più freddi del mese, il contadino rimaneva rintanato nella stalla, riscaldata dall’alito delle mucche. Aggiustava gli attrezzi agricoli che sarebbero tornati utili nel lavoro dei campi all’inizio della bella stagione: rastelli, vanghe, zappe, roncole, falcia fienaie. Intrecciava canestri di vimini usati per il trasporto del fieno nella mangiatoia. Riparava le cassette per la raccolta dell’uva. Se possedeva il capanno, si dava da fare per smontare e rimontare tutte le parti di cui era composto il trattore agricolo, un Fiat 150: motore, freni, frizione, cambio, cingoli.
Mio zio, da autodidatta, era capace di ricomporlo perfettamente dopo averlo smontato pezzo per pezzo e aver provveduto a pulire, oleare tutte le parti meccaniche. Possedeva conoscenze e risorse impensabili.
Se le giornate si allungavano e il ghiaccio non imprigionava più la campagna, si andava a potare gli alberi che crescevano sugli argini dei fossati. I tronchi e le fascine raccolte venivano riportate in seguito nello spazio coperto, attiguo al forno dove settimanalmente si cuoceva il pane per la famiglia. Quando si lavorava nei campi era superfluo sapere che ora fosse. Se era mezzogiorno, bastava che mio papà e mio zio alzassero gli occhi verso casa. Se vedevano che alla ringhiera del terrazzo era appeso un grande tovaglia bianca, voleva dire che mia mamma e mia zia avevano preparato il pranzo. Li aspettava una calda zuppa di fagioli o di ceci di cui andavano ghiotti.
E arrivava così il 17 gennaio, la festa di Sant’Antonio, il protettore degli animali. Le stalle erano piene di mucche, vitellini e manzi. Il pollaio era il regno di polli, galline, anatre, oche, tacchini. I maiali grugnivano nei loro ricoveri, con la “trocca”, il trogolo riempito continuamente di ghiande, zucche, barbabietole, il tutto mischiato ad una brodaglia calda, resti della cucina. La festa di Sant’Antonio, nella piccola frazione di campagna, veniva celebrata con una messa e con la benedizione delle panette. Erano dei piccoli pani che venivano dati in pasto agli animali in segno di devozione. Questi ultimi, fossero da stalla o da cortile, rappresentavano la ricchezza, l’unica che si conoscesse, in tempi assai grami. Ecco perché tutta l’attenzione era rivolta verso di loro.

Il falò di Sant’Antonio e la Giubiana

In occasione di questa festa, tempo addietro, si accendeva anche il falò. Era un rito di propiziazione. Con esso si voleva quasi bruciare l’anno vecchio e salutare il nuovo che si attendeva sempre migliore di quello che se ne andava. Nella Brianza contadina di tanto tempo fa il falò di Sant’Antonio si mischiava con il rogo della “Giubiana”. Cade nell’ultimo giovedì di Gennaio. C’è ancora chi ama rispolverare questa antica festa, in un periodo in cui tutto il territorio è interessato a valorizzare la cultura popolare, dai canti di filanda, a quelli degli antichi mestieri, al dialetto. La Giubiana è un fantoccio di stoffa, di proporzioni gigantesche, alto fino a cinque metri, con in mano una scopa di saggina, che avanza su un carro trainato da motori gommati, addobbati di tutto punto. Nelle ore precedenti al corteo vero e proprio, per le vie e le piazze dei paesi è un vociare continuo di ragazzi che agitano e percuotono con bastoni di legno, barattoli di latta.
Il regista Ermanno Olmi ne ha dato una piccola testimonianza in alcune scene del film L’albero degli zoccoli, quando i bambini escono dal cortile della cascina e si inoltrano con il nonno per i campi a spandere manciate di letame.
Una volta i ragazzi giravano per le strade, cantando una breve filastrocca che esaltava la Giubiana e la salsiccia: “Viva viva la Gibiana/ Un quart de luganiga/ Un quart de luganeghen/ Viva viva Giubianen”. La luganiga è il nome con cui si chiama la salsiccia. Il termine deriva da Lucania. Sembra che ad inventarla fossero stati i legionari dell’esercito romano di stanza in terra lucana. Il fantoccio di stracci, raffigurante una vecchia strega, viene bruciato in un grande falò, attorno al quale tutti fanno festa e bevono vin brûlé.

La benedizione degli animali

 

C’è chi sostiene che il rogo della Gibiana ricordi il supplizio delle streghe avvenuto secoli fa.
Ho pensato a questo piccolo contributo anche per ampliare quanto si trova scritto sui processi comminati alle streghe nel medioevo. Alle origini, la Giubiana era una figura potente ma essenzialmente benefica, una delle tante che i contadini veneravano prima dell’avvento del Cristianesimo; ad essa chiedevano la fecondità dei campi e delle donne.
Mentre il rogo bruciava, le ragazze in età da marito e non ancora promesse spose, cantavano: “El va ‘l giné del buna ventura/ Me sun né maridada né imprumetuda/ El va ‘l giné e me e resti indré”. (Se ne va gennaio della buona ventura; non sono né maritata né fidanzata; se ne va gennaio ed io resto indietro).
In seguito, la Giubiana venne ridotta ad una figura negativa, sia per la funzione cristianizzatrice della Chiesa, sia perché i contadini stessi non riconoscevano più gli antichi riti. La funzione positiva di cacciare l’inverno veniva attribuita a Sant’Antonio, il cui falò veniva bruciato come, pochi giorni prima della Giubiana, al 17 di Gennaio. Il nuovo ed il vecchio si andavano saltando o l’uno eliminava l’altro, come nel caso della Giubiana che presso il popolino assunse sempre più i contorni di una strega messa al rogo. È importante sottolineare che le accuse, i processi e le condanne verso le streghe fossero più frequenti, per quanto riguarda l’Italia, nelle zone alpine e pre alpine, perché la vicinanza dei paesi protestanti rendeva l’autorità ecclesiastica più sospettosa e severa.
Il cerimoniale prevedeva tutto un rito. Il banditore invitava il popolo a recarsi presso la piazza del paese per presenziare al rogo della Giubiana; a notte inoltrata sfilava per le vie del paese il corteo, preceduto da sbandieratori, araldi vestiti secondo i costumi medievali, consoli, magistrati del comune. Davanti al carro che recava la Giubiana, c’era l’inquisitore che avrebbe poi letto l’atto di condanna prima dell’accensione del fuoco.
È una festa riproposta ancora oggi con dovizia di risorse anche finanziarie. C’è da preparare il palco, provvedere alla illuminazione notturna con fiaccole, acquistare i vestiti d’epoca per i numerosi figuranti che attorniano il carro, aprono o chiudono il corteo. Un tempo nelle case contadine, in questo giorno, si mangiava il risotto, un piatto non quotidiano, ma della festa. L’alimentazione base era rappresentata dalla polenta. Oggi il risotto viene offerto agli spettatori dalla Pro Loco o da altre organizzazioni che ripropongono la festa, accollandosi tutto l’onere della spesa.

La strada che attraversa Santa Lucia

La festa di Sant’Antonio oggi

Faceva freddo domenica 17 gennaio 2016 (lo scorso anno). Gli amici del Circolo Acli di Santa Lucia di Morrovalle mi avevano invitato. Non potevo mancare. Prendo la macchina e vado. Da Civitanova Alta a Montecosaro, il parabrezza risultava inattivo. Niente pioggia né neve. Giunto al bivio di Montecosaro e presa la strada per Morrovalle, sulla destra, oltre le colline di Montelupone, Recanati era imbiancata di neve. A Morrovalle, scoperta la vallata del Chienti, tutta la campagna era spruzzata leggermente anch’essa dalla neve. Giungo a Santa Lucia alle 15,30. C’è la benedizione degli animali. È una festa che gli amici del Circolo Acli hanno riesumato alcuni anni fa. Non c’è nei dintorni, mi diceva Francesco, fondatore del sodalizio assieme ad altri undici volenterosi, altra frazione che festeggi Sant’Antonio. Sono tosti Francesco, Sandro, Fabrizio, Beniamino, Claudio Pandolfi, il compianto e indimenticabile presidente del Circolo, Claudio Del Savio, Pierino, Calvani ed altri di cui non ricordo il nome. Sono in dodici. Trovano qualsiasi occasione per far stare assieme la gente. Ci riescono sempre, anche questa volta. Una cinquantina le persone presenti, tra adulti e ragazzi con i loro inseparabili amici animali: gatti, conigli, cani al guinzaglio di ogni taglia, in braccio ai loro patroncini e una capretta. La statua del santo davanti alla facciata della chiesa. Niente ostentazione. Tutto fatto nella semplicità e nel buon gusto. Non mancano le panette che una volta il contadino dava alle mucche nella stalla. Scomparso il mondo contadino, chiuse le stalle, rimangono, tra gli animali, quelli che fanno compagnia. Senza di loro la vita risulta più triste e monotona. Come d’incanto, nel breve trasferimento dalla piazzetta della chiesa al capannone dove un tempo c’era il bocciodromo, una fitta nevicata era quello che ci voleva per rendere ancora più bello il tutto. Officia la breve benedizione il parroco don Luigino Marchionni. Ha poche parole. Gli animali sono i fedeli amici degli uomini. Danno gioia, aiutano a superare la solitudine. A loro si deve rispetto perché fanno parte del creato. Sono doni, come la pioggia, la neve, il sole, il vento. Dopo la benedizione, tutti al Circolo Acli per gustare fette di dolci preparati dalla gente del luogo. Un modo semplice per parlare, stare insieme, fare comunità. È questo il bello del Circolo. Si dice che nell’epoca della comunicazione, manca la comunicazione tra la gente. Sembra assurdo ma è così. Ore trascorse al telefonino, a compulsare tasti, numeri, inviare messaggi. Il locale del Circolo è ben riscaldato. Ogni venerdì c’è il tradizionale appuntamento per le gare di briscola. Il cenone di fine anno vede sempre una presenza notevole di persone che vengono anche da fuori. È stato anche un momento per riallacciare rapporti e conoscere nuovi volti. Daniela aveva solo quattro anni quando ancora abitavo a Santa Lucia. Era presente anche la mamma. Abbiamo ricordato il tempo andato, non con nostalgia, ma con l’augurio che il domani possa essere uguale se non migliore del passato. Le radici e le ali. Le radici sono quelle che uno si porta dietro fin dalla nascita. Si costruisce la propria identità. Si conoscono ambienti, situazioni, persone. Le ali rappresentano i sogni, i desideri, la realizzazione di sé, che non si raggiunge da soli ma assieme agli altri.
L’Associazione è ciò che favorisce la conoscenza dell’altro. Se è vero che “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”, è anche vero ed è sempre Italo Calvino a ricordarcelo che dobbiamo “cercare e riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (Cfr. Le città invisibili, pag. 160).
La festa di Sant’Antonio, protettore degli animali, è un mezzo per riaffermare la capacità di stare insieme e di sconfiggere la solitudine e la tristezza per gli effetti del terremoto che ha colpito più volte le nostre zone. Anche quest’anno il circolo ACLI ha festeggiato Sant’Antonio domenica 22 gennaio 2017, alle ore 15, presso il campetto esterno al circolo, causa inagibilità della chiesa di Santa Lucia. •

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