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Nasce una scuola senza cultura

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La sensazione è che ciò che si chiama scuola – e soprattutto “buona scuola” – altro non sia che un «complesso di cose e di persone» preposte all’alfabetizzazione forzata (scuola dell’obbligo) dei nostri ragazzi e che dura, come pedissequo caotico addestramento, fin quasi a vent’anni.
L’addestramento esprime la volontà delle istituzioni più forti tendente a formare individui a propria immagine e utilità, o meglio a immagine e utilità dei veri detentori del potere. E oggi che tecnologia, management, informatica, lavorismo efficientistico, movimentato, delocato, continuamente spostato (dove lavoro si riesca a trovare), iperburocrazia e disinformazione determinano la sostanza delle forme-istituzioni, si auspica una scuola come addestramento, negotium, apprendimento di abilità e di strategie di sottomissione allo sfruttamento. Si auspica, insomma, una regressione dell’Homo Sapiens a Homo Habilis, parente dell’Australopithecus.
Le istituzioni statali in verità – al di là della competenza e buona volontà dei singoli che continua a essere tanta e con infinita pazienza riesce a costruire dove tutto sembra organizzato a demolire –, prone agli ordini di burocrati e mercanti, e titolari di una visione laicista tutta orientata all’adorazione del vuoto, non potrebbero e non dovrebbero nemmeno gestire la scuola, perché essa, nella forma della scholè, otium, è elevazione genuina della mente e dello spirito, svincolata dalla supremazia dei presupposti utilitaristici (che pure deve contemplare); è l’esatto contrario dell’addestramento (che pure deve perseguire).
Essa, infatti, può realizzarsi, invece, e vivere, in essenza e scopo reale, del fervido diuturno legame tra maestro e discepolo, che siano capaci di intersecare le loro esperienze nella passione per la ricerca di Grandi Risposte a Grandi Domande.
(“…la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna” (Inf., XV, 83-85): così Dante al maestro Brunetto Latini.)
Si sviluppa, in quella scholè di cui non sono rimaste molte tracce, la cultura come sguardo allenato alla coerenza del dire, che è la traccia del percorso prudente e coraggioso tra la finitezza del ‘detto’ e l’infinità del ‘dicibile’ sul mondo. Un viaggio che ha da essere socraticamente innovativo, libero dalla burocrazia e dal conformismo dogmatico e retorico. Ma nessun viaggio può condurre (con-ducere) educando (e-ducere) da qualche parte, se non v’è una méta; ed oggi la méta, semplicemente, non c’è.
Le stesse coordinate del pensare e dell’agire, che schiere di intellettualoidi prezzolati e disonesti si sforzano di accreditare come valori-guida, in manzanza di un previsto, o anche solo vagheggiato e sognato, porto di attracco (senso dell’esistenza come sentimento e attenzione per la “cosa ulteriore”), non “e-ducano” verso niente che valga davvero la pena di essere perseguito.
Donne e uomini veramente colti, non necessariamente intellettuali, sono una risorsa per la polis, ma una minaccia per le strutture conservatrici, ottuse e censorie del potere reale. Ecco perché le istituzioni non faranno mai scuola, non promuoveranno mai la cultura come libertà ‘nel’ pensiero, semmai come libertà ‘dal’ pensiero, ligia e organica agli obiettivi di chi controlla la cosiddetta società.
E se si considera la crisi strutturale nella quale ci ha confinato l’auri sacra fames di un pugno di sconsiderati famelici che possiede quasi tutta la ricchezza mondiale prodotta da miliardi di schiavi di fatto – anche se in giacca, cravatta e tablet –, si può facilmente comprendere perché l’istruzione scolastica non potrà essere che finalizzata all’adesione mentale e pratica al progetto di mantenimento e consolidamento di tale iniqua situazione.
Un tal degrado del volere e dell’agire – sempre insito negli istinti dell’animal (ir)rationale – è stato supportato e confortato da un parallelo ‘de-grado’ del concepire noi stessi e il nostro destino.
La nebbia comincia con il secolo dei lumi. Celando il senso delle cose, cela le cose stesse. Con la pretesa di prescrivere la forma della ragione, abbiamo visto il mondo liquefarsi ed ora ci accontentiamo del nulla, ci basta l’annusamento estetizzante e cinico, edonistico e rapace. La scuola non serve alla razionalità moderna, razionalità strumentale del ‘de-finito’, perché l’anima della scholé è il kalòn kài agathòn (il bello e il buono), la razionalità dell’indefinito o dell’infinito, il secretum finis scientiae (il segreto di ciò che sta oltre il confine dello stesso conoscere, soprattutto del conoscere strettamente scientifico). •

 

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