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Dietro il rap, il trip

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La paghetta settimanale bruciata in alcol cannabis e cocaina

Il 18 maggio, la piazza del Duomo di Milano si animava con circa 6mila giovanissimi che ricevevano dall’Arcivescovo il mandato come animatori degli oratori estivi, tra canti, bans e l’invito profetico a non essere gente che “deve fare abuso di alcool, sviluppare la dipendenza dai videogiochi, essere ossessionato dal sesso, fare esperienze di droghe”. Un mese dopo, il 15 giugno, nella stessa piazza si radunavano 20mila spettatori per assistere al concerto di Radio Italia Live, il più grande concerto annuale di musica nostrana. Davanti ad un pubblico prevalentemente di giovanissimi, l’apertura della serata veniva affidata ad artisti Rap e Trap, che non hanno perso l’occasione per promuovere quelle che gli esperti definiscono “abitudini disfunzionali”, in primis l’uso di sostanze stupefacenti per scopo ricreativo. E giù applausi osannanti di giovanissimi a favore delle telecamera. E giù inviti stonati a saltare e a muoversi come nel più sperduto villaggio in riva al mare.
Per intendersi, ecco un campionario di citazioni, riferite al solo tema delle poli-dipendenze, tralasciando, soltanto per brevità, altri aspetti parimenti problematici.
Ha iniziato Tedua con alcune frasi che non lasciano spazio a dubbi: “sono il più fatto e lo colgo notando il contatto tra me e te” [la marjuana fa cambiare la percezione nella relazione io-tu passando dall’effetto rallentatore a quello di intimità, il contatto]; “Molly nel bicchiere” [per Molly, si intende l’MDMA o Ecstasy che si può consumare sciogliendo la pastiglia in una bevanda]; “lei mi chiama a interesse; vuole la mia weed special” [la mia marjuana speciale]; “anche con una SIM cinese, corri se senti le sirene” [si riferisce agli spacciatori, che acquistano delle SIM temporanee nei negozi cinesi per risultare irrintracciabili dalle forze dell’ordine].
Gli ha fatto eco Nitro con il suo “organizzo un droga party quando muore Giovanardi” [il politico italiano promotore di una legge che limita l’uso di sostanze psicotrope e stupefacenti].
Capo Plaza ha rincalzato con queste parole: “bevo il succo [il purple drank, codeina estratta dallo sciroppo per la tosse mescolata a bibite gassate e ghiaccio], fumo un pacco”; “nella Gucci sciroppo” [sempre la purple drank messa nel marsupio del noto stilista]; “fumo e vi vedo mossi” [fumando erba, si ha un leggero effetto di decadenza visiva]; “Fumo grammi [marjuana] mentre parli”. Nasce una prima serie di domande: quanti giovanissimi animatori sono andati, nella stessa piazza e sotto la stessa Madonnina il 18 maggio a fare gli inni degli oratori estivi e il 15 giugno ad applaudire convintamente il messaggio tossico di questi artisti?
Secondo un sondaggio istantaneo di Hope, c’erano e nessun adulto ha chiesto loro conto di questa esperienza. Quanti tra loro hanno gli smartphone pieni di canzoni Rap e Trap che incitano alla droga, allo spaccio, oltre che alla violenza verbale sulle donne e al loro uso come oggetto di piacere o di scambio tra gang? Quanti li condividono con i bambini che sono affidati alle loro cure negli oratori estivi? Secondo il sondaggio Hope, molti, moltissimi, troppi. Chi non ci crede, vada nei suoi oratori e chieda: io sono sempre pronto, con gioia, a ricredermi, ma temo di dover rimanere, tristemente, sulle mie oggettive posizioni.
A seguito di queste domande, ne nasce una seconda serie: per quale ragione negli oratori non si tengono in conto le amicizie mediali dei giovanissimi, le quali contribuiscono in maniera determinante alla formazione delle loro coscienze, più delle parole e dei sussidi? Perché non si propone una lettura critica dei fenomeni mediali – e di quelli musicali anzitutto – che si liquidano banalmente come qualcosa di inevitabile, ingestibile, incriticabile?
Così, mentre i sacerdoti cattolici vengono sempre più percepiti come fornitori di servizi (tipo l’assistenza estiva ai bambini perché i genitori lavorano), i sacerdoti dello sballo musicale formano le coscienze dei fruitori di questi servizi e succede l’inevitabile, come drammaticamente ci illustra una ricerca sugli stili di vita dei giovanissimi tra la fine delle medie e l’inizio delle superiori condotta da realtà pro-sociale pavesi (Semi di Melo, Fondazione Exodus, Casa del Giovane). Secondo questa ricerca, la paghetta settimanale data dai genitori ai figli maschi viene spesa per oltre il 45% in alcol, per oltre il 20% in cannabinoidi e per oltre il 10% in cocaina, eroina o altre sostanze stupefacenti, come le metanfetamine. E, intanto, sperando in improbabili sistemi di auto-educazione, accompagniamo i giovanissimi a scuola di sballo dai loro idoli musicali, lasciandoli soli nelle piazze fisiche e soprattutto in quelle digitali, a fruire di messaggi che esaltano quelle “abitudini disfunzionali” di cui poi si parla nelle ricerche e nei convegni; perché, se il mondo educante non parla con i giovanissimi anche di quello che vedono, ascoltano, vivono, amano, come crede di formare le coscienze? O, ancora più profondamente, come crede di educare chi non conosce? •

Marco Brusati

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