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Nostalgia di un’etica lontana

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Davigo: “La corruzione tra i politici è aumentata rispetto al 1992”

Il magistrato Pier Camillo Davigo ha rilasciato giorni fa una intervista al Corriere della Sera che ha fatto esplodere un acceso dibattito, se non addirittura uno scontro duro, sui rapporti politici-magistrati, politica-magistratura.

Davigo, da 15 giorni presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ha, in sintesi, affermato che la corruzione tra i politici è aumentata rispetto al 1992 (anno di Mani pulite), con qualcosa di più pericoloso oggi: la mancanza della vergogna, chi ruba non se ne vergogna più, non  ha più remore, non si sente più trattenuto da alcunché. Le sue parole hanno fatto scalpore.
Ci sono rami della magistratura che vorrebbero farlo fuori da presidente, prospettando spaccature e divisioni nell’ANM; ci sono politici che si sono fortemente risentiti e urtati, tra questi il presidente del consiglio Matteo Renzi.
Il dibattito, anche giornalistico, ha riguardato soprattutto il ruolo della magistratura, quello della politica, le rispettive aree di autonomia, l’opportunità di certe parole.
Quasi nulla invece è stato detto della vergogna e della sua mancanza. Di quel moto dell’animo che avverte come certe cose non si debbono o non si dovrebbero fare.
Dov’è finito quel moto? Dov’è sepolto, e chi lo ha sepolto?
Pensiamo che il vero problema sia proprio questo: la mancanza di vergogna in coloro che continuano o, addirittura, aumentano  nel ladrocinio senza avvertire il benché minimo imbarazzo, disagio, rimorso, rossore. Si ruba e basta, si corrompe e ci si lascia corrompere senza provare nulla di male.
Quanti ne sfuggono? E quanti, dinanzi a questo andazzo, resisteranno?
Bene e male, sembrano concetti perduti, spersi, affossati dall’utile quotidiano e individuale. Nel 1992 i politici – ovviamente non tutti – rubavano per far funzionare i partiti.
Oggi, ovviamente non tutti, rubano per sé e per la propria “bella” vita. Ad un altro livello, anche l’efferatezza di certi fatti di sangue e la freddezza di chi li compie, lasciano trasparire una terribile inumanità.
In “Delitto e Castigo” Feodor Dostojevski descrive il giovane ex studente Raskolnikof, che sta partorendo il disegno omicida di un’usuraia (e della sorella di lei), “Col cuore affranto e le membra tormentate da un fremito nervoso…”. E gli fa dire qualche pagina oltre: “Mio Dio! come tutto questo è ributtante! Ma è possibile che io…?”.
Dinanzi alla sola idea di uccidere o di aver architettato un piano per farlo, gli scatta quel moto di ripulsa. Che potrebbe essere uno schermo protettivo.
Tutto questo, purtroppo, sembra venuto meno. Lo stesso scandalo, nel significato greco di inciampo e ostacolo: qualcosa che impedirebbe, è scomparso.
Da più parti si invoca un’etica nella politica, nella giustizia, nell’amministrazione, nel comportamento sociale in genere.
Ma per invocare qualcosa occorre che quel qualcosa esista. Oggi non esiste quasi più.
Allora per risvegliarlo occorrerà un paziente lavoro di educazione e di proposta positiva. Ma chi la farà?
Uno spunto lo si può cogliere nel film “Zona d’ombra”: la battaglia di un giovane medico nigeriano, Bennet Omalu, sbarcato negli USA, contro la Federazione footbal americana che tenta di insabbiare, per motivi economici e politici, la scoperta dell’encefalopatia traumatica cronica: la degenerazione del cervello causato dagli scontri in campo degli atleti.
Omalu aveva una ragione profonda per andare avanti nella sua lotta per la verità. E non erano i dollari. •

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