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Nella vigna del Signore

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Papa Francesco consegna al mondo la sua terza enciclica: un messaggio di fraternità.

NNel giorno in cui si chiude il Tempo del Creato voluto dal Papa e aperto il primo settembre scorso, Francesco consegna al mondo la sua terza enciclica, Fratelli tutti, sulla fraternità e l’amicizia sociale, firmata sabato presso la tomba del poverello di Assisi. Un testo che mentre propone l’icona del Buon Samaritano, ci offre l’occasione di riflettere su quelle vie percorribili da ognuno di noi per contribuire a costruire un mondo più giusto e fraterno nella vita quotidiana, nella politica, nel sociale. “I segni dei tempi mostrano chiaramente che la fraternità umana e la cura del creato formano l’unica via verso lo sviluppo integrale e la pace, già indicata dai Santi Papi Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II”.
Nella sua enciclica papa Francesco evidenzia subito le “ombre di un mondo chiuso”; un mondo che non sa guardare l’altro come un fratello, che antepone l’egoismo al bene comune, la logica di un mercato fondata sul profitto e sulla cultura dello scarto, la cultura dei muri all’accoglienza, alla condivisione e alla solidarietà.
Un messaggio che trova eco nelle letture di questa domenica: l’immagine della vigna, che in Isaia è sterile; in Matteo, invece, sono i vignaioli a impedire al padrone di coglierne i frutti. Se nel profeta è metafora di una resistenza ad accogliere la novità del Signore, nel Vangelo è il luogo del “sogno” di Dio, il progetto che Dio ha sul suo popolo. In Fratelli tutti, il Papa ci ricorda la comune appartenenza alla famiglia umana, quel riconoscerci fratelli perché figli di un unico creatore, e abitanti dello stesso luogo da custodire, perché in un mondo globalizzato e interconnesso ci si può salvare solo insieme: il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
Rileggendo in Matteo la parabola – la vigna, il padrone premuroso e i contadini avidi – ci troviamo di fronte a orgoglio, egoismo, infedeltà e rifiuto; ma anche alla volontà del padrone di non escludere nessuno, di insistere fino a mandare il proprio figlio per ottenere la “conversione” dei contadini: nell’ostinazione del padrone della vigna c’è il desiderio profondo di ottenere i frutti della sua proprietà, mentre il rifiuto del figlio – l’erede, ucciso perché così i contadini pensano di appropriarsi della vigna – è il “no” deciso, secco alla mano tesa dal padrone; come dire, il rifiuto definitivo dell’amore del padre che pur di stingere l’alleanza con l’uomo manda il proprio figlio.
Nella parabola, Gesù rilegge la propria storia, la sua missione, il suo amore per il popolo dell’alleanza. Lui è il figlio rifiutato, cacciato e poi ucciso: è la pietra che i costruttori hanno scartato e che è diventata indispensabile. L’immagine della vigna è chiara, dice all’Angelus Papa Francesco: “rappresenta il popolo che il Signore si è scelto e ha formato con tanta cura; i servi mandati dal padrone sono i profeti, inviati da Dio, mentre il figlio è figura di Gesù. E come furono rifiutati i profeti, così anche il Cristo è stato respinto e ucciso”. La domanda al termine del racconto – quando verrà il padrone della vigna, cosa farà a questi contadini? – trova, nei capi del popolo, la risposta che è anche la loro condanna: “il padrone punirà severamente quei malvagi e affiderà la vigna ad altri contadini.
Un ammonimento che vale in ogni tempo e non solo per coloro che rifiutarono Gesù. Vale anche per il nostro tempo, dice il Papa: “anche oggi Dio aspetta i frutti della sua vigna da coloro che ha inviato a lavorare in essa. Tutti noi. In ogni epoca, coloro che hanno un’autorità, qualsiasi autorità, anche nella Chiesa, nel popolo di Dio, possono essere tentati di fare i propri interessi, invece di quelli di Dio stesso”. La vera autorità è nel servire, non sfruttare gli altri. La vigna è del Signore, non nostra. L’autorità è un servizio, e come tale va esercitata.
Così afferma: “è brutto vedere quando nella Chiesa le persone che hanno autorità cercano i propri interessi”.
Ecco la grande responsabilità di chi è chiamato a lavorare nella vigna del Signore, specialmente con ruolo di autorità.
Gesù non ci lascia estranei alla sua vicenda personale, non possiamo sentirci semplici spettatori. Anche noi possiamo essere coinvolti nello stesso peccato: la durezza di cuore, il rifiuto di accogliere il figlio, l’altro. •

Fabio Zavattaro

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