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Intervista a Lando Siliquini

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Medico ad Amandola, specialista in Igiene, Sindaco di Montefortino per tre mandati, Assessore dell’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Consigliere provinciale, Presidente dell’ATO 5 Marche delle acque, Lando Siliquini è anche studioso di antropologia e scrittore. I suoi testi sulla Sibilla Italica sono stati tradotti in inglese. Tempo fa ha riunito un gruppo di lavoro per lanciare all’UNESCO la proposta di riconoscimento della Sibilla come Patrimonio immateriale dell’Umanità. Siliquini si augura che ci sia una ricostruzione a regola d’arte e di scienza, ma accompagnata da una convinta azione di rilancio cui tutti possono e debbono dare un contributo. Allora, la spirale negativa si potrebbe addirittura invertire.

Come sta vivendo queste giornate di terremoto?

Da “autentico abitatore dei Sibillini” (come qualcuno ebbe a definirmi) avendo cromosomicamente assorbito dagli avi gli eventi persi nei secoli e avendo vissuto direttamente il terremoto del ’72, del ’79 e del ’97, ho parzialmente metabolizzato l’esistenza di questa mostruosità. La vedo come uno spirito dei monti, costantemente presente e capace di tanto in tanto di “battere colpi”. A dirla tutta, da alcuni anni ero preoccupato e costantemente in allerta, pensando che il silenzio vieppiù prolungato fosse il preludio a una proporzionale esplosione.

La sua professione di medico la mette a contatto con tantissime persone. Cosa dicono, cosa chiedono, cosa sperano?

Ad Amandola e Montefortino si sono verificati ingenti danni, ma per fortuna non ci sono state vittime. Inutile dire che è aumentata la richiesta di ansiolitici e spesso di antidepressivi. Durante il giorno avviene una sorta di esorcizzazione rituale. Famiglie, amici, conoscenti cercano di incontrarsi, magari di mangiare insieme, di scambiarsi opinioni ed esperienze. Comunque “a raccontar li sprona quel naturale istinto per cui ciascun ragiona dei rischi che passò” per dirla col Metastasio.

C’è il rischio che s’avvii un ulteriore spopolamento dei borghi?

Una previsione di Legambiente, di circa 15 anni fa – che mi colpì molto perché fatta da una associazione ambientalista quando era già in atto il Parco Nazionale dei monti Sibillini – considerava tutti i paesi delle nostre montagne – versante orientale – destinati a scomparire (con l’eccezione di Amandola). Se i contraccolpi economici (uno degli aspetti più devastanti dei terremoti) non dovessero essere immediatamente tamponati, il presagio sarebbe velocemente confermato… ma ne pagherebbe lo scotto tutta la regione.

Il terremoto ha inferto una ferita straziante alla montagna che già di ferite ne aveva tante. E’ possibile – e se è possibile, come – tramutare questa tragedia in una opportunità?

Vado contro le filosofie orientali o certo ottimismo d’occasione dicendo che secondo me una tragedia non può mai essere una opportunità. A meno che non si voglia parlare di shock economy. È vero tuttavia che, quando accadono disastri, bisogna cambiare modo di pensare, di comportarsi, di programmare; e talvolta impariamo a riconoscere le cose importanti della vita, i tesori morali e culturali che avevamo snobbato, il valore vero delle persone e… dei politici.

Può lanciare un messaggio alla pianura e ai suoi abitanti?

La montagna è un enorme valore aggiunto dell’Italia e delle Marche in particolare. Sotto tutti gli aspetti. I piccoli comuni della montagna sono una grande risorsa sociale, ambientale, storica, artistica e l’ultimo baluardo di una vita a misura d’Uomo. Nessuno pensi di poterne fare a meno. Per poter ripartire, ci si aiuti a questo punto ad attualizzare tutte le potenzialità di una terra che con la sua mediterraneità, la sua mitologia, i suoi luoghi della fede, la sua natura, la sua antropizzazione dovrebbe essere tutelata come Patrimonio dell’Umanità.

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