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Luci tra le casette per un Natale di speranza

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I presepi di strada a Visso, il presepe vivente a Ussita, quello meccanico a Castelsantangelo sul Nera. Una collezione di natalizi stupori, una tradizione corale e consolidata che si è interrotta con il terremoto. Tre diversi modi per disegnare la natività e per svelare gli angoli più caratteristici dell’alto Nera. Un motivo in più, oggi, per ricordare il presepe vivente che in occasione del Natale 2016 fu allestito dal gruppo presepiale di Ussita nella pineta di Porto Sant’Elpidio. Uomini e donne in movenza nel tempo, case, botteghe e animali che occuparono un grande spazio diviso in settori, personaggi e comparse che scoprirono talvolta sentimenti  che arrivavano da fatti di distruzione e talora si facevano memori di un passato profondo in cui  si mescolavano storie personali, sogni e visioni. Talvolta rivelavano la presenza di una comunità di sfollati e talaltra un’occasione importante d’incontri, un’esperienza significativa di vita nuova. Angoli agresti, pastori che preparavano il formaggio, artigiani e pescatori al lavoro: quel presepe vivente fu un grande racconto dilagato a cascata, che ci fa fare ancora oggi i conti con la nostra condizione, un carico di ricordi, di sapori, d’identità. Dietro ai suoi figuranti e ai suoi scenari – curati per le luci dai tecnici del comune di Porto Sant’Elpidio e per la parte scenografica da Sante Basilli – si affermarono diverse forme di riconoscimento, di auto rappresentazione, di incontro. Questi ricordi, silenziosi e coinvolgenti, aprono varchi imprevisti al vero significato che nel momento attuale ha per noi quel presepe: il ricordo di un Neonato che è venuto a salvare la vita e il mondo. Intorno a quella capanna e a quella mangiatoia ci sono persone provenienti da luoghi distrutti, ma anche persone che abbiamo conosciuto nei posti dove siamo stati in passato e che sono entrate a far parte della nostra vita, non meno di chi è legato a noi da vincoli di cittadinanza o di parentela. Gli amici di Ussita, Visso e Castelsantangelo sul Nera vogliono ricordarlo, mettendo intorno a quel Bambino una popolazione in fuga, ancora precaria, ma soprattutto bisognosa di  un riferimento e di una casa. Sia la strada della ricostruzione, sia quella di andar via rimangono aperte. L’impegno e la passione di tanti, la voglia di fare e di restare di molti giovani fanno ben sperare, ma giungono anche segnali inquietanti di dissoluzione, di sconforto, d’insufficiente intervento della sfera pubblica, di inefficace rifondazione dello spazio del vivere e dell’economia. La mancanza di lavoro fa temere il rischio che molti giovani cerchino vie di fuga nella speranza di trovare un’occupazione e una vita migliore altrove. La gente e gli amministratori non possono concedersi distrazioni: sono in gioco la sopravvivenza delle comunità e il destino dei luoghi. Una consapevolezza attraversa ora quel presepe. Il ritorno nella propria terra diventa un cammino faticoso se non lo si affronta con convinzione, con persuasione, con quel religioso senso dei luoghi che, nonostante tutto, ancora permane. Non è indolore quell’andare dentro le casette di legno, raminghi nella propria terra e nel proprio io. E’ tutto precario, come ci ricordano le rovine che scopriamo intorno a noi. E’ tutto gravoso, perché il “sacro” che accompagnava gli antichi riti è stato desacralizzato dal terremoto e i santi che venivano in soccorso sembrano, per il momento, scomparsi. Per dirla con le parole di un papa che sa parlare ai credenti e ai laici, di fronte alla distruzione di case e di chiese anche Dio pare diventato silenzioso. Ma il richiamo a una completezza per ora impossibile, il volto di un atteggiamento che ha anche una faccia positiva e propositiva ci giunge da don Gilberto, che dopo aver alloggiato per due anni in un container, pure in mezzo alla disperazione più nera, non si è mai rassegnato, continuando a scorgere nel buio della notte fiammelle per riscaldarsi e per cercare insieme ai suoi parrocchiani la strada della speranza e della rinascita. Il suo atteggiamento assume una valenza corale, e invece di esprimere una storia conclusa tocca nervi scoperti, alimenta consapevolezze e sensi di speranza, mitiga delusioni, stimola nuovi sogni. E’ lui a dirci oggi che ogni presepe, solitario e avvolgente, apre varchi imprevisti alle parole del messaggio evangelico: <<Sia gioia nel cielo e sulla terra perché tu scendi dal cielo e vieni in mezzo a noi illuminato da una stella>>. Ci fa capire che intorno a quel presepe c’è sì il terremoto, ma ci sono anche tutte le nostre speranze. Oppure che al fondo di tutto, si è capaci di rintracciare la chiamata di Dio, il punto di svolta che ti fa consapevole dei percorsi da compiere, dei traguardi possibili e, oltre tutto questo, prospetta l’ulteriore chiamata di un futuro. Ci fa sentire le età dell’uomo, il dono dell’esserci, la sua fatica, il suo eterno e uguale tornare. Incoraggiamenti e pensieri, certo, ma anche foresta di simboli e segnali per il popolo delle casette. Per tutti quelli che avvertono fortemente il disagio di una vita mutata all’improvviso senza aver avuto il tempo di guardarla in faccia. Con la parola e con l’esempio don Gilberto vuole dirci che ogni cosa tornerà lentamente al suo posto, anche se il terremoto ha tolto a ciascuno qualcosa: gli arredi, la casa, i ricordi di una vita, un pezzo di storia e di città che non sono pagine di un libro che si rincollano. Nello stesso tempo ci invita a cercare i semi dell’esistenza proprio là dove ora ciascuno rischia di smarrirsi, di ritrovarsi senza punti di riferimento. Ha pensato di suggerirci come ogni distruzione comporti una ricostruzione, come ogni perdita, pure drammatica e dolorosa, preluda a una nuova presenza. Ma oltre a ciò ci fa tornare indietro di alcuni anni, quando di questi tempi ci domandavamo se aveva ancora un senso la tradizione religiosa del presepe, di sapore laico e naturalistico, con il venditore di caldarroste, il fabbroferraio, il pastore con l’agnello, la lavandaia che risciacqua i panni nel laghetto fatto con lo specchio e se è più triste venire al mondo in una mangiatoia piuttosto che in una provetta. Ma oltre al ricordo della vita quotidiana, qualcosa in quel presepio è rimasto immutato: il bisogno di bontà, d’innocenza, la speranza che qualcuno porti doni reali, che si avveri il messaggio, un desiderio inappagato di stupori e di candore, cori di cherubini che accompagnano promesse che vengono mantenute. I musicanti della banda “Città di Visso” hanno suonato tra le casette dei villaggi Sae, per coinvolgere tutti in una corale rigenerazione dell’anima. Una bella iniziativa, destinata a ripetersi, che ci conduce nel nuovo anno, insieme ai bambini che sono usciti dalle casette per comporre gli addobbi natalizi insieme ai propri genitori. Sono loro che raccontano la speranza che accompagna le giornate che precedono la fine di un altro anno e fugano il timore di quello che ci aspetta nei giorni che stanno per arrivare. Molto di più ci raccontano i Vigili del Fuoco che, salendo sul tetto, hanno messo le luminarie intorno alla sede della Compagnia Maestri Artigiani di Visso, quella voluta da Pierluigi Loro Piana e da altri investitori per accogliere cinque attività commerciali interrotte dal terremoto. Un esempio, che dando senso compiuto alla parola solidarietà, ci spinge a guardarci intorno, a ricordarci che il messaggio di Gesù non conosce l’anonimato e vuole venire in soccorso ai figli di un Padre, per il quale tutti hanno un nome, un cognome, una storia. Molto meno ci racconta lo stato di scoramento e il senso di solitudine che torna ad affliggere tutto il popolo delle casette e che si acuisce quando la comunità si stringe intorno all’alberello di Natale, quasi per rinsaldare l’unione familiare. Ecco, si è fatto silenzio nella stanzetta dove scrivo. Le candele del piccolo abete di vetro che mia moglie accende ogni anno per il Natale, si consumano con fiamme immobili di vario colore, e a me sembra di vedere il viso gioioso di una bambina povera, che nel Concorso presepi del lontano 1967 vinse il primo premio, facendo una rappresentazione con cortecce d’albero e ingenui personaggi plasmati con la cera. La capanna era vuota e le statuine principali – Giuseppe, Maria, il Bambino e l’asino – erano seminascoste sotto una ramo di abete, spostate in fondo, sulle montagne di cartone verde chiaro “perché – diceva la piccina – se arrivano i guerrieri di Erode voglio che ci sia un asino che porti in salvo una mamma e un bambino”. Pare che le antiche storie respirino i tempi in cui gli uomini erano ancora capaci di sorridere quando la voce della festa toccava i loro cuori e Salvatore Di Giacomo poteva dire ai potenti: “E me state mettenno ‘n croce/ comme o povero Gesù…/Ma io non so’ fatto e impastato/ co sta pasta, mo nce vo’:/Isso, sempre sia lodato, / Isso nasce ogni anno: io no!”. Mentre davanti al nuovo anno si addensano le certezze e l’entusiasmo delle ore cristiane, tornano a germogliare anche le erbe del dubbio e dell’angoscia. Grano e zizzania, come sta scritto nel libero campo della vita. Nella vecchia domanda di Gesù, “volete andarvene anche voi” si ha lo specchio della fede, dei dubbi e delle speranze della gente delle casette. Si ha l’eco della premessa da cui siamo partiti e che continua a rimbalzare nella speranza di un miracolo: quello di una novità legislativa vera in favore delle zone terremotate. Con una voce ora arcana, ora mite le figure del presepe raccontano scene, mestieri e personaggi scomparsi. Accompagnandosi agli effluvi delle candele propongono un itinerario di conoscenze. Aggiungo, di fraterna coscienza della comune sorte. Mentre gira, speriamo, la boa della crisi, mentre ci aspettano, auguriamocelo, giorni migliori, una stagione di luce, la primavera della speranza, auguri a tutti.

Valerio Franconi

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