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Giotto, il presepe di Greccio

Il presepe di San Francesco

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Presepe significa «dinanzi al chiuso», «dinanzi al recinto». E il recinto, anticamente, serviva a raccogliere le bestie. Valeva, dunque, per «stazzo» e, in senso più largo, per «stalla».
Dinanzi alla stalla, dov’era nato Gesù, s’accese una particolare devozione, specialmente dopo che Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino, costruì a Betlemme, sopra la grotta indicata dalla tradizione per quella della Natività, una grande Basilica.
La devozione betlemmita doveva avere quasi immediatamente riscontro a Roma. Perciò non fa meraviglia sapere come la prima grande Basilica romana dedicata alla Madonna (quella che oggi è universalmente nota col nome di Santa Maria Maggiore), venisse chiamata, fin dal VI secolo, Sancta Maria ad Praesepe, a causa d’una cappella, fatta costruire, verso il 435, dal Papa Sisto III, e dove si custodivano le assicelle della mangiatoia, dentro la quale, secondo una incerta tradizione, sarebbe stato posto Gesù.
Molto probabilmente, la vera mangiatoia doveva consistere in una specie di trogolo scavato nella roccia e non si sa su quale fondamento storico si credesse che quelle assicelle avessero appartenuto alla rustica culla di Gesù.
Due secoli dopo, al tempo di Papa Teodoro, quella cappella veniva descritta come un oratorio distinto dalla Basilica. Non si trattava dunque d’un vero e proprio Presepe, ma di un piccolo santuario, per la conservazione di reliquie portate da Betlemme.
Un altro Praesepe Sanctae Mariae sorse, più tardi, anche presso la Basilica di San Pietro. Ma anche in questo caso si doveva trattare d’una cappella con reliquie. Si sa soltanto ch’era «ricco di marmi e di mosaici» e ciò conferma nell’idea che quei Presepi avessero prevalentemente carattere architettonico.
Un altro ancora, nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, decorato con lastre d’oro e d’argento, era fatto ad similitudinem Praesepis sanctae Dei Genitricis quae appellatur maioris, cioè imitante il Presepe di Santa Maria Maggiore, che non sappiamo però come fosse e che, con molta probabilità, riproduceva, in piccolo, la Basilica costantiniana di Betlemme.
Si ritorna così al punto di prima, cioè alla supposizione che, dopo il V secolo, si chiamassero Presepi alcune chiesine, forse imitanti la Basilica di Betlemme, e conservanti reliquie, più o meno autentiche, della mangiatoia, creduta a quei tempi, di legno.
Il Presepe concepito da San Francesco fu un’altra cosa ed ebbe carattere di sacra rappresentazione.
Se derivò, come vedremo, dalla scena della Natività, descritta da San Luca e dagli apocrifi, e quindi dalle opere d’arte dove era rappresentato il miracoloso evento, ebbe però un altro spirito e un’evidenza rappresentativa più immediata.
Infatti, una cosa è il Presepe, ed un’altra cosa è la Natività. Una cosa è farsi «dinanzi alla stalla», e un’altra cosa è rievocare il grande evento della nascita di Gesù.

Fermo,L’adorazione dei pastori, Rubens

La Natività consiste in una raffigurazione artistica della scena. Il Presepe, invece, consiste nella ricostruzione ambientale della medesima scena, concepita quasi teatralmente, come sacra rappresentazione.
L’idea di questa sacra rappresentazione non poteva venire che a San Francesco, cioè al «giullare di Dio», che dinanzi al popolo del Medioevo voleva rappresentare al vivo le verità del Vangelo. Egli voleva muovere, anche prima del sentimento, la fantasia popolare, predicando, non solo con la parola, ma con l’azione. Santo e artista, aveva bisogno di render sensibili concetti e ideali, traducendo, nella maniera più efficace, la parola nei fatti.
Grande educatore cristiano e geniale maestro, sapeva che l’immagine colpiva profondamente quell’eterno fanciullo che è il popolo. Perciò «recitò» sulle piazze; rappresentò la parte dell’Alter Christus, dinanzi alle folle stupite e ammirate delle città comunali e delle campagne, che si scioglievano dai ceppi del feudalesimo.
Con questo spirito e per questo scopo, egli ideò il famoso Presepe di Greccio.
Il viaggio in Terrasanta aveva commosso ancora di più la sua fantasia. Lì era sceso l’Atteso; lì si era incarnato il Verbo; lì, in una grotta, aveva vagito il Re dell’Universo, in una notte di abbagliante mistero.
Verso il Natale del 1223, tornava a Roma, ed entrando nella valle reatina, i compagni lo videro sorridere tra sé e sé. Qualcosa di nuovo gli si muoveva nella mente.
San Francesco aveva tra gli amici molti castellani. Quei feudatari paterni e saggi, ai quali faceva capo tutta la vita del castello, non erano poi sempre tiranni malefici, come li ha dipinti la storiografia romantica. San Francesco ne conosceva dei buoni; per esempio, il conte Orlando Cattani della Verna, il conte Guido di Montauto e, a Greccio, Giovanni Velita.
San Francesco, giunto al suo eremo, lo mandò a chiamare. Giovanni Velita accorse e San Francesco gli disse: «Se tu l’hai caro, io vorrei celebrare con te quest’anno, l’imminente solennità del Signore. Affrettati dunque a preparare quanto desidero».
Per il castellano di Greccio ogni desiderio del santo era più che un ordine. Perciò Francesco seguitò: «È mio pensiero rievocare al vivo la memoria di quel Bambin celeste che è nato laggiù in Betlemme, e suscitare davanti allo sguardo del popolo e al mio cuore gli incomodi delle sue infantili necessità, vederlo proprio giacere su poca paglia, reclinato in un Presepe, riscaldato dal fiato di un bue e di un asinello…».
Tutto fu eseguito a puntino, sotto la direzione del buon messer Giovanni, e la notte di Natale del 1223, nel bosco di Greccio, si ebbe la prima rappresentazione natalizia, cioè il primo Presepe.
Un sacerdote celebrò la messa sulla mangiatoia. San Francesco, non essendo sacerdote, ma soltanto diacono, cantò il Vangelo della Nascita, e lo spiegò al popolo accorso con fiaccole accese.
Chiamava Gesù «il Bambino di Betlemme», e pronunziando queste parole, narra sempre il suo primo biografo, sembrava una pecora che belasse «talmente la sua bocca era ripiena, non tanto di voce, quanto di dolce affetto». «E nominando il Bambino di Betlemme, oppure dicendo Gesù, lambivasi colla lingua le labbra, quasi a gustare e deglutire la dolcezza di questo nome».
Forse non c’è in tutta la storia di San Francesco un episodio tanto delicato da sfiorare quasi il ridicolo. San Francesco che bela e si lecca le labbra dinanzi al primo Presepe può fare anche sorridere. Ma quel belato doveva trasformarsi nei secoli, in canti di fanciulli e in suoni di cennamelle, in versi di poesia e in sermoni infantili.
Quanto alla lingua che lambiva le labbra, non sembri un barocchismo! Si è mutata in pennelli e scalpelli per rappresentare nell’arte il Presepe. Perché tutta l’arte del glorioso Trecento dipende dal belato di San Francesco, cioè da quel dolce affetto che gli riempiva l’anima e traboccava nei gesti e nelle parole del giullare di Dio. •
Piero Bargellini

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