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Morrovalle: interno della chiesa di S. Lucia

Le Rogazioni di una volta

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Funzioni propiziatorie e la festa di San Vincenzo Ferreri

La scomparsa del mondo contadino va di pari passo con la messa in soffitta delle prime feste di Primavera. Erano feste religiose le cui origini si perdevano nella notte dei tempi. Ancora negli anni cinquanta e oltre non era raro imbattersi, nei tre giorni che precedevano la solennità dell’Ascensione, con le processioni che si snodavano per le stradine polverose delle campagne. Davanti andava il sacerdote, dietro i fedeli. Erano le rogazioni, funzioni propiziatorie che traevano origine da antichissimi riti pagani: gli “Ambarvalia” e i “Robigalia”. Cantava Ovidio: “Ora è fertile il suolo, ora il bestiame procrea/ e l’uccello prepara il suo nido sui rami/ Con ragione la madre latina, per cui milizia/ e voto è il parto, onora questa stagione feconda”. La Primavera, la bella stagione, quella più invocata, dopo i rigidi mesi invernali esplodeva rigogliosa. Tutto ritornava a nuova vita. Anche Virgilio nelle Georgiche parla delle invocazioni a Cerere, la dea delle messi. Ogni anno, al 25 Aprile, il popolo si recava in pellegrinaggio al quinto miglio della via Clodia, al tempio sacro a Robigus, una divinità malvagia, che causava la ruggine nel grano o nelle biade. Qui sacrificavano un cane o un montone per propiziarsi il suo favore. Erano i “Robigalia”. Gli “Ambarvalia” consistevano invece in circumambulazioni con animali sacrificali lungo il perimetro degli “arva”, le terre coltivabili di una città, con la funzione di rendere il territorio compreso in esso, invalicabile sia dai nemici umani sia dalle potenze malefiche che provocavano malattie. Erano celebrati in onore del dio Marte affinché difendesse il territorio permettendo a divinità specifiche: i Lari del suolo, Cerere e le entità designate dalla parola Semones, personificazione della semente, di compiere un lavoro creativo e mutevole secondo le circostanze.
Al sopraggiungere del Cristianesimo queste pratiche furono cristianizzate: una processione ad esempio partiva dalla basilica di S. Lorenzo in Lucina, si snodava lungo la Flaminia e attraversato il ponte Milvio giungeva fino a S. Pietro. Durante la processione, racconta Papa Gregorio Magno, si cantavano le litanie, si facevano suppliche contro le calamità e venivano benedetti i campi ed i raccolti. La Chiesa ampliò il termine di “chiedere per ottenere” abbondanti frutti della terra, estendendole a tutte le necessità dell’uomo: liberare da ogni male, esaudire ogni desiderio di qualunque natura. Così, insieme alle litanie di tutti i santi e della Madonna, si cantava: A fame, a peste, a bello, libera nos Domine (Liberaci, Signore dalla fame, dalla peste, dalla guerra).
Il rito era pieno di fascino arcano con paramenti, baldacchini, stendardi, incensamenti con turiboli. Il sacerdote benediceva i campi con l’aspersorio, invocava il nome dei Santi ed invitava alla preghiera. I fedeli s’inginocchiavano e pregavano perché fosse allontanato il flagello della grandine che se fosse caduta avrebbe danneggiato irrimediabilmente il grano giunto a maturazione. In caso di prolungata siccità s’invocava la pioggia e si organizzavano processioni. Tutto intorno, sui cigli dei fossati e delle fratte cresceva la sparagina, usata per costruire gli archi trionfali, manifestazione di fede popolare che sa di un tempo andato.
La secolarizzazione trionfante veniva a sostituire, nel bene e nel male, tutto quello che c’era stato prima. Con il tempo, il rito delle Rogazioni veniva definitivamente accantonato. Contadini non ce n’erano più, mucche nelle stalle nemmeno, non si riteneva quindi necessario supplicare nessuno. Le polizze contro la grandine coprivano i danni causati dal flagello. Cambiavano anche le manifestazioni di fede, non più ingenua e superstiziosa ma più esigente e matura, almeno così si dice.Nei borghi rurali e nella campagna più profonda, la festa di San Vincenzo Ferreri era l’occasione per uscire e vivere una ventata d’aria nuova. Il termine “Gita fuori porta” non era stato ancora coniato. Si parlava più di merenda e scampagnata; chi si recava al Chienti per lavare i panni parlava di “Chienderonata”. Il fiume era il mare dei poveri.
Dalla metà d’Aprile a Maggio, nelle piccole chiesette di campagna non c’era Domenica che non ci fosse una festa dedicata a San Vincenzo Ferreri, patrono delle campagne. Località come Montenovo, le Cervare, Santa Lucia, S. Isidoro, Madonna del Monte si animavano. Arrivavano le bancarelle, le giostre, le catene, si proiettava il cinema all’aperto, non mancavano nemmeno i fuochi d’artificio. Avevano il potere di spezzare la monotonia di giorni sempre uguali: arare, seminare, sarchiare, potare, vendemmiare. Alcuni giovani una quindicina di anni fa, in testa il compianto Claudio Pandolfi, il presidente del Circolo ACLI di Santa Lucia, frazione di Morrovalle, hanno ripristinato dopo ventitré anni, la festa di San Vincenzo Ferreri.
A Civitanova Marche, al 25 Aprile c’è la festa di San Savino. Anche qui il comitato festeggiamenti si adopera superbamente per riproporre la festa ogni anno. Rimane l’atmosfera gioiosa del sano divertimento, delle quattro chiacchiere con gli amici, dello stare all’aria aperta, poi canti, balli, profumi di cose lontane.
Il panorama è da mozzafiato. Si ammira il mare lontano con un susseguirsi di campi coltivati a grano, barbabietole e vigne.
Certo è ben poco perché poi si ritorna alla vita frenetica di tutti i giorni, ma anche questo poco serve di tanto in tanto. •

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