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Letteratura dell’esilio

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La parola ad Enzo Bettiza: da Spalato a Civitanova Marche e ritorno – Prima parte.

“Il mio primo esilio aldilà dell’Adriatico durò soltanto un mese. Simile a una sequenza cinematografica inattesa e irreale, si consumò velocemente in una cittadina delle Marche chiamata, se ben ricordo, Civitanova Mare. Quel duplice nome la distingueva dalla quasi anonima Civitanova Vecchia, abbarbicata come una rocca medievale sulla cima di un alto colle lontano dalla costa” (Enzo Bettiza, Esilio, pag. 281, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996). La cittadina adriatica, come precisato da Enzo Bettiza nel corso di una conferenza, è Civitanova Marche. La città vecchia è Civitanova Alta. Lo scrittore (Spalato, 7 giugno 1927 – Roma, 26 luglio 2017) venne invitato dall’amministrazione comunale di allora per la presentazione del suo romanzo autobiografico Esilio. L’incontro si tenne presso la chiesa Sant’Agostino, restaurata e trasformata in auditorium, nella primavera del 1997, presente una folta rappresentanza delle scuole cittadine.
L’esilio, il primo subito dall’autore, è quello relativo all’aprile del 1941, allo scoppio della guerra tra l’Italia e la Jugoslavia, l’altro, quello del 1945 sarà definitivo. L’invasione della Jugoslavia ad opera delle forze dell’Asse (1941) fu fulminea. La famiglia di Bettiza, temendo rappresaglie e vendette da parte degli slavi, fece rotta verso l’Adriatico Occidentale, destinazione Ancona. Enzo e Marino, il fratello, partirono da soli da Zara, imbarcati su una grande motonave dei Consulich in partenza per il capoluogo marchigiano. Il papà, la mamma e la sorella Nora, sordomuta erano partiti con un’altra motonave.
Tutta la famiglia si ricompone in Ancona assieme a tutti gli altri italiani di Spalato, Cattaro, Ragusa, Sebenico, Traù, Almissa, Macarsca e delle isole.
Nella fretta di partire, il papà aveva portato con sé poche cose. Per alcuni giorni, tutta la famiglia rimane accasermata alla meno peggio in un albergo anconetano di seconda categoria che era stato messo a disposizione dalle autorità italiane. Da Ancona il viaggio prosegue verso Civitanova Marche, dove papà, mamma, sorella e i due fratelli vengono alloggiati presso una famiglia marchigiana: “Ci accolse con calorosa cordialità nella sua dimora un negoziante di stoffe di Civitanova Mare. Un giorno quel signore generoso e premuroso, di cui ricordo il sorriso ma non più il nome, invitò mio padre nel suo negozio, lo fece entrare nel suo ufficio, aprì una piccola cassaforte piena di banconote e gli disse: Prego, prenda quel che le serve. Questa guerra con la Jugoslavia non durerà a lungo. Mi restituirà il prestito con comodo quando sarete ritornati alla vostra casa di Spalato” (E. Bettiza, Esilio, pag. 285, , Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996).
Il denaro, avuto in prestito dal commerciante di Civitanova Marche, viene immediatamente restituito dal padre una volta che la famiglia ritorna a Spalato dopo appena un mese di esilio. Durante l’assenza dalla città dalmata, tutte le maestranze che lavoravano nella ditta paterna avevano provveduto diligentemente a proteggerne i beni. Erano operai, impiegati croati, e la numerosa servitù spalatina. I Bettiza ricevono da loro una festosa accoglienza: “Ci corsero incontro numerosi e festosi, stringendoci le mani, taluni perfino riabbracciandoci, e prendendosi immediatamente cura dei nostri pochi bagagli” (Ibidem, pag. 291). Il giovane Bettiza trova il clima cambiato. Fascisti italiani, tronfi per la vittoria riportata sull’esercito iugoslavo, inscenano manifestazione nazionalistiche. Scrive: “Mi disturbò e irritò profondamente, anche se non avevo ancora quattordici anni, il modo in cui certi scalmanati e urlanti fascisti dalmati ci fecero scendere dalla nave appena arrivata da Ancona. C’intrupparono come tante pecore in processone e, con lo scopo di dimostrare alle maggioranze slave di Spalato che l’epoca slava era finita, ci obbligarono a sfilare per la città deserta, cantando minacciosi inni irredentistici (Giuriam sull’onore dalmata che fra noi non esisterà più un croato) al seguito di grandi stendardi tricolori e di una banda militare dell’esercito italiano” (Ibidem, pag. 287)
La mamma, d’origine slava, cammina in silenzio con il viso arrossato per la vergogna e l’ira repressa. Ufficiali e soldati tedeschi, “nell’ostentato atteggiamento di superiorità, trattano con la stessa arroganza tanto il nemico vinto, quanto l’alleato di secondo rango che ha partecipato alla vittoria”. Davanti alle manifestazioni nazionalistiche dei fascisti italiani non vanno tanto per il sottile. Sciolgono d’autorità un corteo di fascisti spalatini che inneggiano alla vittoria. Il padre di Bettiza schiuma rabbia per i fascisti gradassi e spacconi. Solo Marino, il fratello di Enzo, vuole partecipare alla festa inscenata da fascisti. Sale verso la mansarda della propria casa per esporre alla finestra la bandiera italiana con lo stemma sabaudo. Chiede ad Enzo di appoggiarlo nell’impresa. Il nostro a tutto pensa meno che a queste bambinate scioviniste. Interviene di corsa il padre che, richiamato da Enzo, solleva letteralmente il figlio, dandogli del cretino e vile. Tenendo sempre il dito puntato sulle case silenziose del vicinato, si lascia andare a un lungo e veemente bisbiglio: “Quella brava gente ci conosce da sempre, vi ha visto nascere, con loro abbiamo avuto sempre rapporti buoni e amichevoli. Perché offenderla, innalzando la bandiera italiana, la bandiera dell’aggressore e del vincitore… Perché umiliare i nostri operai e domestici croati, che ci hanno appena riaccolto dall’esilio come parenti, con l’esibizione inutile di un pezzo di stoffa colorata? Noi conviviamo con gli slavi da secoli” (Ibidem, pag.294).
Il padre di Enzo “Per nascita, per vicissitudini autobiografiche, formazione familiare, educazione scolastica, non poteva essere che cosmopolita e liberale. Aveva perfezionato il suo croato nelle reali di Spalato, aveva studiato il tedesco alle università di Vienna e di Graz, aveva prestato servizio come sottotenente nell’esercito austroungarico durante la prima guerra mondiale, aveva sposato una slava e i figli nati dal matrimonio erano, come lui, bilingui. Tutto, in un uomo con una simile formazione alle spalle, doveva per forza di cose opporsi intimamente alle violenze e sopraffazioni mononazionali e monoculturali, per non dire subculturali, del fascismo. Purtroppo per lui, e per tutti noi, l’Italia arrivata con le armi e con le manette in Dalmazia era l’Italia fascista” (Ibidem, pag. 297).
Se questo era il padre, il figlio non doveva essere da meno. Giunto all’età della ragione, aveva subito stabilito “un nesso fatale e losco fra la nazionalità e la bestialità. La mia fluida psicologia di confine, il mio carattere attirato dall’ubiquità, il mio stesso bilinguismo, mentale nonché orale, mi avevano fin da bambino predisposto all’assorbimento naturali di influenze diverse e contrastanti. I miei sentimenti e la mia mente dovevano maturare quindi nel disgusto per ogni genere d’amputazione semplificatrice verso il prossimo, e, in particolare verso me stesso. Segnato da iniziali influssi serbi nell’infanzia (i nonni materni, la balia montenegrina), poi italiani nella pubertà (i parenti del padre, nonni e zii), quindi croati nell’adolescenza, ai quali dovevano aggiungersi più tardi innesti germanici e russi, ho lasciato crescere poco per volta in me multiformi radici culturali europee; non ho dato mai molto spazio alla crescita di una specifica radice nazionale” (Ibidem, pag. 284).
A Spalato e nella Croazia occupata, tutto precipita dopo l’8 settembre 1943 con il tracollo dello Stato italiano. Non ci sono più istituzioni che tutelino la vita dei cittadini. Si susseguono attentati sanguinosi, faide, vendette nate dal più profondo risentimento contro gli italiani visti solo come fascisti, colpevoli di italianizzare, con la forza, realtà culturali diverse che appartenevano a sedimentazioni storiche che venivano da lontano. “Ricordo che papà esclamava infuriato: Vogliono non solo italianizzare ma fascistizzare col manganello, in ventiquattr’ore, migliaia di slavi che neppure sanno che Mussolini si chiama Benito! Non era certo questa l’Italia che noi aspettavamo!” (Ibidem, pag. 298). L’esodo definitivo da Spalato avviene nel 1945, quando il giovane Bettiza si imbarca su un “peschereccio pugliese di fortuna in rotta per Bari, pericolosamente sovraccarico di ebrei ungheresi, slovacchi, polacchi, romeni, fuggiti chi sa come dall’Est e approdati all’Adriatico” (Ibidem, pag. 466). Ma di questo si parlerà in una prossima puntata, anche per fare una recensione completa del romanzo che alcuni critici letterari hanno accostato per certi versi ai Buddenbrook di Thomas Mann. La lettura di altri romanzi dell’esilio ha l’ambizione di creare poi uno scaffale di testi che testimoniano la tragedia tutta italiana dell’esodo giuliano, istriano, dalmata. •

Fine prima parte

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