Home » prima pagina » L’erba della Madonna e li focaracci

L’erba della Madonna e li focaracci

Stampa l articolo
“Oh! Mamma, dove vai?” – chiedeva Filippetto tra il divertito ed il preoccupato. Non era ancora l’alba ed il ragazzo la vedeva trafficare in casa. Era troppo presto per andare in campagna, poi era Agosto e grandi lavori agricoli non ce n’erano da fare. La terra avrebbe accolto di lì a poco, manciate di letame che i contadini spandevano per i campi per renderli più fertili, quando ancora non si conoscevano concimi chimici. Ogni casa colonica aveva le proprie mucche nelle stalle. Vicino c’era “lu grascià”, la concimaia con il proprio carico di urine e stabbio. Filippetto era dell’interno e non sapeva poverino che lungo la costa, là dove ora abitava, al posto di lu, si diceva lo: lo patrò, lo fattò, lo conte, lo marchese. In altre zone d’Italia che aveva imparato a conoscere, davanti al nome si metteva invece ul: ul duttur, ul farmacista, ul marchese, ul sciur padrun, ecc. Sempre padroni erano, ma importante era mettere l’articolo giusto davanti ai nomi. Qualcuno, che aveva sentito parlare in un’occasione, si era risentito anche perché il suo interlocutore aveva usato lu al posto di lo. Ne era nata una discussione divertentissima, degna della migliore accademia d’altri tempi.
Chissà cosa avrà da fare la mia mamma – pensava ancora il ragazzo. Tra l’altro faceva anche la misteriosa, quasi volesse nascondere qualcosa. Avrebbe capito tutto, quando di lì a poco sarebbe ritornata con un fascio d’erba sotto il braccio. Andava, come tutte le altre mamme della piccola frazioncina di campagna, a raccogliere l’erba della Madonna. Era una pianta che cresceva spontanea nei campi di erba medica, sui fossati bagnati dagli scoli d’acqua piovana. Ce n’erano di due tipi: maschio e femmina. La prima, quando era il tempo della fioritura, si distingueva facilmente per i fiori di colore celeste, la femmina invece si ornava di fiori sul bianco. Non si faceva fatica a individuarla tra le altre erbe. Importante era che fosse raccolta prima che il sole sorgesse. Il giorno consacrato alla raccolta era Ferragosto, il giorno dell’Assunzione.
Filippetto stentava ancora a capire. Che bisogno c’era di andare così presto a raccogliere un po’ d’erba! Ne vedeva tanta per i campi. Il papà la falciava con la falciatrice meccanica tirata dalle mucche; la faceva seccare, poi portava a casa il fieno. No, diceva la mamma, l’erba della Madonna era un’erba speciale. Si conservava in casa per usarla quando sarebbe stato necessario.
La preparazione dell’infuso costituiva quasi un rito, al quale Filippetto partecipava interessato.
Le piantine raccolte erano lavate e messe in un recipiente colmo d’acqua. Si aggiungevano nove foglie di olivo già benedette il giorno delle Palme, nove acini di grano, nove pezzetti di lievito fatto in casa, nove teste di fiammiferi e nove grani di sale grosso. Il tutto veniva fatto bollire per circa venti minuti. Quando l’acqua si era raffreddata, si divideva per tre volte nel catino per lavare i bambini. Dicevano che era un’acqua miracolosa. Toglieva ogni mal di testa e allontanava il malocchio. Dopo essersi lavati il viso, l’acqua raccolta nel catino, parte veniva gettata nella cenere del camino, altra nel lavandino, altra ancora dal balcone di casa.
Filippetto ricorda altre cose di quel periodo lontano: la raccolta della camomilla e i focaracci. La prima cresceva anche sui suoli aridi e scoscesi. Veniva portata in casa e messa ad essiccare in soffitta, distesa su piccole stuoie. Poi si metteva in vasetti di vetro e consumata ogni volta che se ne aveva bisogno. Si metteva a bollire l’acqua dentro i fiori di camomilla prelevati dal vasetto e l’infuso era pronto. Molte cose erano preparate in casa e non si doveva andare in paese per comprarle o in un negozio che era fornito di tutto, dal cordame, al mangime per gli animali, ai generi alimentari.
Aveva sentito raccontare che qualche contadino, di notte, quando sentiva muggire le mucche nelle stalle, si alzava, metteva a bollire la camomilla e la dava da bere alle bestie che avevano qualche problema nella digestione. Alcuni contadini si vantavano di avere i capi di bestiame più belli del circondario. Partecipavano a premi e a concorsi, riuscendo anche vincitori. Stagioni ed epoche lontane anni luce, anche se il tempo trascorso non è poi così lontano.
I focaracci invece costituivano un rito del tutto particolare. Alla sera della vigilia di Ferragosto si raccoglieva la legna ed ogni altra cosa da bruciare. Si accendeva il fuoco; dalle colline e casolari lontani erano centinaia di fuochi che ardevano nella notte. Dicevano che erano in onore della Madonna, come quelli che brillavano al dieci di Dicembre per la Madonna della Venuta. I focaracci più belli erano quelli che ardevano per più tempo, allora era un andirivieni continuo di frichi e friche che si davano da fare per ammucchiare quanta più roba possibile.
Gli adulti ridevano divertiti ma contenti che tra loro ed i più piccoli ci fosse questa continuità di riti e tradizioni. Ricordavano la propria adolescenza e il proprio passato.
Filippetto invece, ora che era diventato grande, non poteva né riusciva a vedere il se stesso giovane in quelli che aveva attorno, troppo lontani i modelli culturali. Ora nessun fuoco brillava più nella notte per le campagne, scomparsi i protagonisti di un tempo né nessuno sapeva più cosa fosse l’erba della Madonna. Rimaneva solo lui e pochi altri a tramandarne la memoria. Altri si aggiungeranno col tempo pensava e questo lo rincuorava. •

About Raimondo Giustozzi

Vedi anche

Rinasce la Confraternita

26 Maggio 2017, una nuova data d’inizio per la Ven. Archiconfraternita della S. Spina. Il …

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: