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Il Volontariato non basta più

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copertina-22Solo una ventina d’anni fa è iniziata la riflessione sistematica e “scientifica” sul volontariato. Esattamente quando, anche in Europa e in Italia, le risposte sociali ai “diritti” all’assistenza, all’accompagno, all’inserimento di categorie svantaggiate sono diventate “welfare”, un sistema pubblico, con forti componenti private e volontaristiche. Superata definitivamente la fase del volontariato “pietoso”, quale risposta possibile e volonterosa ai disagi, è andata sempre più emergendo la necessità di definire “il luogo” della risposta volontaria, nel quadro complessivo dei doveri dello Stato verso i cittadini in stato di bisogno.

Alla fine degli anni ’70, l’Italia è stato teatro di una lunga elaborazione di modelli teorici e pratici per definire compiti e impegni delle amministrazioni pubbliche e del volontariato. Una seconda ondata di riflessioni e di modelli concreti si è avuta alla fine degli anni ’80, quando a fianco del volontariato sono comparse forme, ora consolidate, di impegno sociale chiamate “no profit” e/o imprese sociali. Mentre la caratteristica dell’essere volontari è quella della gratuità, le organizzazioni no profit gestiscono veri e propri servizi, distinguendosi dalle imprese sociali, solamente per l’esclusione dei profitti dalla loro azione. Non è sempre facile distinguere, nel concreto, le varie forme di organizzazione, in quanto l’azione volontaria spesso si interseca nelle iniziative concrete, ma certamente c’è una specificità propria del volontariato che lo fa distinguere da altre forme di intervento.

Schematizzando molto, si possono così riassumere le forme di volontariato oggi presenti nel nostro paese. In un primo gruppo possono essere annoverati coloro che, auto-organizzandosi, contribuiscono alla gestione di risorse proprie per dare risposte: tempo libero, sport, interessi particolari etc. Un secondo gruppo di volontariato comprende quanti sono attenti alle necessità di terzi, ma lasciano intatti gli schemi della loro vita personale, economica, sociale. Costoro donano gratuitamente parte del loro tempo e delle risorse a beneficio di altri: terminato il loro impegno, che determinano nei modi e nella quantità, ritornano allo schema di vita di tutti i giorni. Il terzo gruppo di volontari costituisce di questo impegno un vero e proprio “status”. Organizzano insomma la loro vita nella modalità di essere volontari. Le abitudini, il lavoro, la stessa organizzazione familiare si articolano intorno all’impegno volontaristico che diventa prioritario e organizzatore della vita, senza alcuna confusione con impegni di lavoro e di professionalità. In quest’ultimo caso si può parlare di stile più che di contenuto volontaristico. Non mancano nemmeno forme “no profit” che, nel mondo cattolico, hanno diretta gestione ecclesiale o che si inspirano ai principi evangelici.

La caratteristica che accomuna ogni forma di volontariato è la gratuità. È la gratuità recuperata in una società dove i servizi alle persone tendono sempre più ad essere monetizzati. L’intervento volontaristico è però la calmierazione di un bisogno e di una necessità. In altre parole di una mancanza che si esprime nella vita personale e sociale di individui o categorie di persone. Non può né deve sostituire lavoro e impegno derivanti da convenzioni, accordi e servizi. È per questo motivo che il mondo del volontariato si orienta al cambiamento. Non può che sperare che le cose cambino in meglio. L’attenzione al sociale, ai fenomeni emarginanti, alle soluzioni più avanzate sono frutto di esperienza e di speranza. Una speranza che per i cristiani poggia nella fede dell’unico Padre e dell’azione salvatrice di Cristo. •

Vinicio Albanesi

Foto di Marialuisa Cortesi

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