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il cancello d’ingresso dell’albergo Roma e l’albergo Montebovi nei primi del ‘900

Dopo il terremoto l’hotel Elena racconta eventi

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“Cavaliere il pranzo è pronto”, diceva la cameriera dell’albergo Montebovi (oggi hotel Elena) ad Angelo Melchiorri presidente della “società sbafatologica” di Visso, che gli porgeva silenziosamente il cappello a larghe falde il 22 giugno 1895. L’orologio a pendolo dell’albergo segnava le 13. Il cavaliere, silenzioso e diffidente verso un mondo che conosceva troppo bene, era vestito di scuro. I colleghi del direttivo, Cesare Pescolloni e Oliviero Di Giuseppe, pensierosi, assenti, con la testa alla massima altezza per l’ufficialità della circostanza, erano taciturni e cortesi.
Fu il cavaliere Melchiorri a consegnare il diploma d’onore, splendida realizzazione litografica, a Giuseppe Alfani di Capovallazza di Ussita, “in premio dei suoi meriti non comuni e sperimentata gentilezza”, tra gli applausi dei commensali e abbondanti libagioni.
Il Novecento, come direbbe Catalano, arrivò puntuale cinque anni dopo il 1895 e del Novecento l’albergo non poteva non sentire gli umori, gli amori, le scosse. Così quando si manifestò il vento di rinnovamento d’inizio secolo, in un paese che amava gli antieroi e i ribelli, l’albergo fu al centro di pranzi, di balli, di arrivi, partenze e pernottamenti.
La curiosità della vita e il gusto dell’avventura si accoppiano alla istituzione del circolo Nar, alle gite in bicicletta e a cavallo, ai trionfi della banda musicale, ai concerti e ai recuperi folclorici. Cuore, anima e sentimento ballano nell’inaugurazione della luce elettrica e del servizio automobilistico Chienti-Nerina, nella formazione della filodrammatica locale e nella nascita della Società di mutuo soccorso. Le attività commerciali imparano a farsi strada con la pubblicità sul periodico “La Nera” fondato da Luigi Falabruzzi. Pubblicità che oggi ci fa sorridere: albergo Montebovi, albergo Roma, albergo Italia, prezzi modici; premiato pastificio elettrico Guido Micucci, pasta assortita e sempre fresca; latteria Di Rocco, latte di mongana ottimo, grande assortimento di liquori all’ingrosso e al minuto; macelleria Giovanni Capuzi; premiata pizzicheria fratelli Ferranti, formaggio vissano e prosciutti, specialità in salami; Luigi Maccari, drogheria e merceria; Virgilio Cippitelli, merceria e cartoleria; lanificio Rinaldi a motore elettrico, filatura della lana, tintoria, follatura e rifinitura tessuti; officina meccanica Giuseppe Faustini , specialità per biciclette e motociclette, vendita e noleggio di biciclette; Clito Di Rocco, premiata fabbrica di acque gassose; Pietro Cappa, letti in ferro, reti metalliche, sedie di Vienna, commissioni per mobili di ogni specie…
Il secolo procede con feste, inaugurazioni e banchetti. Quello dei banchetti era un sollazzo costoso, ma piaceva tanto ai vissani. Dopo ogni pubblica manifestazione si mangiava e si brindava senza badare a spese.
Memorabili rimasero i pranzi organizzati per festeggiare la nomina di Cesare Sili prima a deputato e successivamente a senatore del Regno.
Ma quanto costava allora la vita?
L’albergo Montebovi che per quei tempi era un locale costoso, se non di lusso, forniva pasti differenziati per lire tre, lire due e lire una. Nelle osterie si mangiava abbondantemente per una lira. Una camera matrimoniale all’albergo Montebovi o all’albergo Roma poteva costare una lira, ma anche meno all’albergo Italia per ragioni di concorrenza.
Dopo il 1915, per alcuni anni, l’albergo fu svuotato dalla guerra. Si rianimava ogni tanto per qualche pranzo in onore dei militari che tornavano in licenza. Allora risuonava la ribalda canzone del soldato che incontra il funerale della morosa:
“Portantino che porti quel morto / per favore fermatevi un po’. / Se da viva non l’ho mai baciata, / or ch’è morta la voglio baciar. / L’ho baciata che l’era ancora calda / la spussava de grappa e de vin”.
Durante il fascismo la libertà d’opinione e i canti dei simposi vennero definitivamente compromessi. In compenso s’intensificò la vita mondana dell’albergo, frequentato da gerarchi in orbace e da Pietro Badoglio, nei periodi in cui era ospite della famiglia Sili a Calcara di Ussita. Con questo materiale umano era più duro per i vissani frequentare il ristorante dell’albergo.
Circolavano sotto il titolo “l’albergo del fascio” alcune strofette che dimostrano la presenza e il coraggio di un impavido Pasquino vissano. Esse dicevano: “Qui dall’opposta piazza / da un sol desio adunati / a ristorarsi accorrono / gerarchi e deputati. / Ai lagni del ventricolo / non è sordo alcun partito / fascista o vergine / t’inchini all’appetito”.
Durante la seconda guerra mondiale, incurante delle tessere annonarie e del mercato nero, l’albergo ospitò molti sfollati, tra cui Carla Voltolina nel periodo in cui Sandro Pertini era a Riofreddo per coordinare la lotta partigiana.
Dopo la parentesi della guerra l’albergo riprese il suo fondamentale ruolo di ospitalità, di aggregazione e di riferimento, fedele al passato, ma aperto al futuro. Clienti affezionati, tra cui Claudia Mori, lo scelgono come luogo ideale per trascorrere le vacanze. Alle aspiranti cameriere Giovanna Montebovi seguiterà a chiedere “Sai tirare la sfoglia?”, dopo di che si parlava di assunzione.
Sono passati gli anni giusti per ritrovare l’interesse perduto e per parlare dell’hotel Elena. Quest’albergo tanto amato, tanto antico, tanto familiare, che ha accompagnato il secolo, ha regalato a benestanti e famosi l’aureola dell’importanza, ha scritto pagine di ricchi banchetti per una società un po’ esibizionista ed egoista.
Questo luogo nostalgico, storico, sulla cresta dell’onda, in fondo piccolo, che senza saperlo era un ambiente snob e un po’ dandy costruì la propria attività come un’esperienza di professionalità e di conduzione familiare. Definì la cucina come la parola più importante del dizionario, tanto che i suoi piatti valevano quanto una morale: giusta, vera, buona. E non è vero che se oggi lo vediamo ferito a morte dal terremoto storie e tradizioni siano ormai un reperto del passato.
Quel mondo è ancora tra noi, anzi galleggia sopra di noi e le ultime proprietarie, Giovanna e Vittoria Montebovi che ne furono le profetesse, sarebbero oggi le prime a dire all’attuale proprietario Giancarlo Rosi che il sisma può essere l’occasione perché l’hotel Elena, con una radicale ricostruzione, inizi a vivere il suo Rinascimento. Gli anni che ci racconta sono appena cento, eppure ampiamente bastano per costruire una storia vissana, bella, viva, dove ogni cosa succede, gli amori, i battesimi, i ritorni, gli incontri e gli scontri. Dove si ritrovano uomini che costruivano case, facevano affari, pranzavano insieme, mentre le donne riponevano lenzuola, ricamavano tovaglie, pregavano, tiravano su i figli, ma anche – è capitato – scappavano intrepide con l’arciprete giovane e se lo prendevano per marito.
Come tutte le belle storie il cronista finisce per trovarcisi dentro, osservatore non passivo dello scorrere del tempo e del passare di ogni cosa, uomini, donne, cameriere, Giovanna e Vittoria Montebovi, clienti noti e meno noti, gli aneddoti.
Torna di attualità quello del maestro Burzacconi, abituato a ordinare dopo le tagliatelle un uovo in camicia perché, diceva, gli ricordava Virginia di Castiglione che a Compiègne, per fare l’Italia, sacrificò a Napoleone III le sue ultime virtù, lasciando scritto nel suo testamento “ di essere seppellita nella camicia da notte di Compiègne”.
Burzacconi aggiungeva: “A ogni eroe la sua bandiera”.
Inevitabilmente, più ci si avvicina all’oggi, più si attenua l’aria mitica del racconto. Si trovano coinvolgenti solo le vicissitudini passate; per quelle vicine, si pensa, basta il terremoto.
Ma se riusciamo a liberarci di questo tabù ci rendiamo conto che il filo del racconto non si interrompe né si allenta quando emerge dal tempo trascorso per entrare nelle pieghe della prossima ricostruzione, che riattiverà il pendolo della hall spostandolo dal quadrante del passato a quello del futuro, dal versante della tradizione a quello della rinascita e di un avvenire migliore.
Che sia nuova o che sia vecchia storia, “è andando verso il mare – diceva Vittoria Montebovi – che il fiume rimane fedele alla sorgente”. •

Valerio Franconi

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Un commento

  1. Bellissimo articolo, ci sono cose che non conoscevo proprio. Complimenti all’autore dalle cui parole traspare tutto l’affetto che prova per il nostro meraviglia paese

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