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Fare azienda è fare gruppo

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A tutta prima il binomio composto da “fedeltà” e “ lavoro”sembrerebbe creare un’associazione di idee legata ad altri tempi.
Con la realtà del lavoro attuale, caratterizzata da estrema mobilità e da una sopravvalutata richiesta di flessibilità, la fedeltà nel lavoro appare più un limite che una risorsa. Ad essa si associa spesso la perdita di occasioni ed il non saper cogliere le opportunità.
A dire il vero, tuttavia, in certi contesti e situazioni, notiamo una certa prosopopea nell’esaltazione di taluni personaggi che hanno svolto il loro operato senza mai “cambiare casacca”. Quasi a voler dire che la coerenza e la costanza di relazione nei confronti della “ditta” sia un valore speciale che poi viene ricambiato divenendo reciproco. Ad inficiare questo modello è proprio la limitatezza di quei contesti e situazioni accanto alla fama e alla ricchezza di quei campioni di fedeltà, contrapposte all’anonimato e all’ordinarietà dei tanti che vivono una vita da mediano.
Comunque siamo certamente di fronte ad un dilemma complicato che attraversa tutto il mondo del lavoro.
Da una parte abbiamo le istanze dei prestatori d’opera, dall’altro le esigenze dei datori d’opera.
Tra i primi, poi, c’è una certa varietà di condizioni: chi è alla ricerca di una prima occupazione, chi si deve barcamenare tra una molteplicità di lavoretti precari e temporanei, chi arriva ad avere il tanto agognato posto fisso, chi deve cambiare lavoro a metà percorso, chi lo perde e non riesce a ritrovarlo, chi sta correndo l’ultimo tratto di cui però vede spostarsi sempre più il traguardo; per non parlare poi delle situazioni particolari in cui si intrecciano una pluralità di problematiche.
Tra i secondi ci sono le esigenze di produzione che sono in continuo mutamento, la risposta al mercato che richiede una sorta di competitività compulsiva, le difficoltà poste dai sistemi burocratici, l’adattamento ad un’economia globalizzata, le problematiche relative all’accesso al credito e tanto altro ancora.
In tutto ciò la condizione fondamentale del lavoro (cioè la capacità di collaborare, ciascuno secondo le proprie mansioni , attitudini e specificità, al raggiungimento degli obiettivi comuni e condivisi per la crescita e il mantenimento del gruppo sociale) perde di valore a discapito di una sua parte, determinante ma non fondante, rappresentata dalla competizione individuale. Questa parte potremmo assimilarla ad una pista da corsa in cui ogni concorrente corre per sé, parallelamente all’altro ma con l’unico obiettivo di arrivare prima. In questo contesto la fedeltà rappresenta certamente una palla al piede che rallenta lo sprint.
Forse vale la pena di soffermarsi sulla condizione fondamentale e non tanto per vecchie nostalgie ideologiche ma per sottolineare che al di là del clamore di un’economia che esalta le Startup, tacendo poi della loro volatilità finanziaria e della loro veloce volatilizzazione al registro delle imprese, la questione “fedeltà” può essere ancora una chiave di volta per la custodia del lavoro come valore tout court.
La fedeltà sul posto di lavoro acquista un grandissimo valore quando essa attiva, a mo’ di lievito, le energie più speciali di ogni persona. Fantasia, intelligenza, forza fisica, determinazione, volontà, lungimiranza, magnanimità, solidarietà, rispetto, riconoscenza, perdono, collaborazione, aiuto reciproco.
Questo avviene solo quando ogni persona sente il luogo di lavoro come casa propria che condivide con altri che hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri pur in condizioni, mansioni e stati diversi.
Tuttavia la “fedeltà” ha come luogo di nascita la “fiducia”; dal momento che ognuno sente che una fiducia autentica è stata posta sulla sua storia, che qualcuno ha pensato per lui una prospettiva di crescita e maturazione, in quel momento si attiva la disponibilità a fare del tutto perché quella fiducia sia ben riposta. È l’esperienza che tutti facciamo nell’età giovanile quando, se qualcuno apprezza una nostra qualità, essa diviene spesso l’orientamento decisivo verso una professione.
Anche le disfatte, le delusioni , le gelosie, i tradimenti che fanno anch’essi parte dell’ordinarietà lavorativa non vanno a ledere questa fiducia se essa ha sviluppato la fedeltà a quel ruolo che vediamo significativo (anche se a volte non riconosciuto) della nostra esistenza e dell’esistenza di chi condivide quella casa comune.
Qualcuno potrà obiettare giustamente che la realtà del mondo del lavoro è ben più complessa. Tuttavia potrebbe essere conveniente, per una miglior qualità dell’esperienza lavoro, non reiterare all’infinito i tecnicismi di un pur legittimo approfondimento scientifico e intellettivo.
Qui mi viene in mente un’altra parola che proviene dalla stessa radice di fiducia e fedeltà: è la parola “fede”.
Essa acquista in ogni contesto, e certamente anche in quello lavorativo, un valore importantissimo.
Se uno non ha fede nella possibilità che il suo lavoro sia produttivo di progresso e sviluppo per tutta l’umanità, da quella universale a quella che si trova gomito a gomito, rischia di ossessionarsi con i sensi di colpa di una dannazione primordiale al lavoro che è solo fatica e travaglio.
La fede nel proprio lavoro ha la capacità di sostenerci anche quando la fedeltà è messa a dura prova dagli eventi della vita, anche quando l’attività professionale ha termine. Anzi, direi che la fede nella propria opera lavorativa ha la possibilità di farci divenire consapevoli che il suo valore è dato proprio dalla possibilità di essere trasmessa agli altri e di non lasciarla legata solo alla nostra espressione individuale.
In questo senso mi piace pensare a Dio che dopo sei giorni di duro lavoro si riposa ammirando la Creazione. Forse gli parse subito che non gli era venuta perfetta come l’aveva sognata, soprattutto dopo l’ultima creatura. Per questo deve aver affidato proprio a lui la mission impossibile di collaborare con lui per custodirla e renderla ancor più a sua immagine. •

NOTA A MARGINE

Ah! Per chi avesse dimenticato l’origine del nome: la startup è per sua definizione in economia una “neoimpresa” che si identifica nelle forme di un’organizzazione temporanea o una società di capitali in cerca di soluzioni organizzative e strategiche che siano ripetibili e possano crescere indefinitamente. In pratica è l’aggregazione di eccellenze e competenze professionali e/o finanziarie finalizzate all’ottimizzazione delle risorse disponibili. Leggendo la cosa a rovescio: quando le risorse non sono più disponibili si buttano via; quando l’obiettivo è raggiunto ognuno se ne va per la sua strada, … è un po’ come aver eliminato il costoso servizio post-vendita (cioè se compri una lavatrice o un’auto, tra qualche anno se avrai bisogno di un pezzo di ricambio, non sai a chi chiederlo perché il produttore non esiste più). Mi perdonino gli esperti e gli studiosi di economia per la banalità della definizione e dell’esempio; attendiamo da molto tempo che tanta competenza in circolo sviluppi qualche soluzione che non sia per i pochi privilegiati ma per i tanti che cercano di essere e fare del proprio meglio. F.F.

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