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“La vedetta della fede”

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Nozione comune vuole che i Seminari in Italia traggano la loro origine con il decreto emanato nel 1563, nelle fasi conclusive del Concilio di Trento, quando si decise la loro istituzione per garantire una maggiore preparazione culturale e una più profonda formazione spirituale ai futuri presbiteri.
I documenti di archivio segnalano l’attività didattica del Seminario di Fermo nell’anno 1568.
Sappiamo che la parola costruisce l’universo dell’uomo; le parole diventano importanti nel preciso istante in cui vogliamo comunicare qualcosa e lo sono ancora di più se vogliamo essere ascoltati, addirittura fondamentali se vogliamo essere compresi. Analogamente fondamentali sono le immagini.
Maurin artista – che nel Seminario di Fermo lavora come bibliotecario da vent’anni – ha scelto da tempo un codice diverso dai tradizionali modelli visuali per la trasmissione di idee e concetti che possano produrre una nuova conoscenza in chi interagisce con le sue opere, assemblaggi ed installazioni.
“Seminario – La vedetta della fede” ha bisogno di tempo per essere esplorata, interpretata e vissuta.
Nel processo che struttura questa azione creativa di Maurin, all’omaggio rispettoso e grato che viene reso alle molteplici funzioni esercitate nei secoli dal Seminario di Fermo si accompagna l’interrogativo sul senso della fede e della religiosità oggi, in una sfida che scruta e denuda l’animo umano quando esso si accosta alla questione dell’ipocrisia e delle identità fasulle da cui siamo circondati.
Spicca la capacità di circoscrivere temi e motivi, di mettere a fuoco i particolari, di selezionare le iconografie ed i materiali di riciclo utilizzati, pazientemente reperiti nel Seminario stesso: “Fabbrica infinita” nel vissuto quotidiano dell’artista, cantiere continuo e macchina inarrestabile dove si progetta la vita.
L’impianto è costituito da due tavole lignee, lasciate a vista nei margini irregolari e nei segni patiti nel tempo da questo materiale, protagonista della vicenda evolutiva dell’uomo per la docilità della sua lavorazione. A raccordarle è il baricentro del periscopio in ghisa, sintesi formale del corpo di Cristo sulla Croce, con il perizoma di juta insanguinato, nell’atto di allargare le braccia.
Puntuale l’annotazione della piccola corona di spine, simbolo del martirio insieme ai due chiodi antichi che bloccano i polsi stilizzati del Salvatore.
In modo equilibrato, nel comparto inferiore, riconosciamo a destra una drammatica Pietà della Vergine Maria, con l’uso di un cromatismo cinerino che risalta sinteticamente le anatomie mentre a sinistra il più variegato intervento pittorico sul materiale ferroso qualifica i volumi della radice affiorante che esplode vigorosa.
Il seminario come radice fisica e morale della fede.
L’arte combinatoria e stratificata di Maurin è un mezzo per comprendere la complessità del reale; l’indagine sulla sfera del dubbio è associata ad una stesura vaporosa, evocativa di una nebbia che tende a dilagare aldilà delle diverse porzioni di reti, limite per chi ha perduto il dono della Fede, protezione in virtù del Sacrificio estremo di Cristo.
Il punto di sperdimento della nostra vita, che sembra talvolta dannata, sta in quella zona d’ombra…
L’ombra è inquietante. Nell’ombra ci si nasconde e si trama, e si teme la morte.
Dall’ombra però la natura silente si risveglia con il verde del muschio, in attesa di un’alba più chiara.
La rete arancione che in altre installazioni raccontava il gelo nelle relazioni sociali, l’estraneità e le fobie dell’individuo contemporaneo, viene qui assunta nella valenza positiva che ci indica un processo di crescita continua… i lavori in corso.
“Vedetta della fede” attiva un dialogo con i valori trasmessi ed acquisiti negli spazi del Seminario, proponendosi come un’opera sulla riconciliazione, sulle prospettive di una umanità che, quando non ci sono più sogni né desideri, vede la speranza presentarsi nella sua forma più ancestrale e più potente. •
Simonetta Simonetti

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