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Il diacono e… sua moglie

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Mons. Conti insiste sul ministero in termini di coppia

Il servizio diaconale maschile, come è noto, è stato istituito sin dai primi anni di vita della Chiesa per il servizio alla Carità. Ricordiamo tutti il brano degli “Atti di Apostoli” (At 6,1-7). I “sette” sono stati chiamati a un servizio umile, nascosto, lontano da clamori, immerso nelle zone più dimenticate, accanto a persone misere e dubbiose, dove i bisogni primari, spirituali e materiali, sono più incalzanti e urgenti. Oggi il Papa direbbe: un servizio accanto alla “carne di Cristo”, immerso “nell’odore delle pecore”, un servizio “in uscita” verso le “periferie”. Questo è il DNA originario del servizio diaconale maschile. E per il diaconato femminile? Secondo fonti storiche, è realmente esistito un diaconato femminile (diaconesse) benché sembrerebbe essere stato più un servizio ecclesiale che prettamente sacramentale.

Le disquisizioni su questi due aspetti non hanno mai chiarito la preminenza dell’uno sull’altro e il confronto, a volte intenso, è continuato fino ai nostri giorni. Le “diaconesse”, nei primi tempi della chiesa, sembrerebbe venissero adibite per aiutare nel battesimo delle donne e per fare, su alcune donne seviziate, ispezioni ai lividi e agli ematomi dovuti alle percosse del marito violento. Con l’ultima affermazione di Papa Francesco e l’istituzione, il 2 agosto scorso, di una commissione di studio, forse si è giunti a un momento cruciale per addivenire a una non facile decisione per il ripristino del ministero diaconale femminile. Ma, prima ancora, siamo sicuri che anche il diaconato permanente maschile sia ormai un dato di fatto consolidato e affermato? Vorrei esprimere delle personali riserve. Nel corso dei secoli, con il variare delle condizioni storiche, sociali, economiche, anche il servizio diaconale si è dovuto adeguare via via alle varie situazioni. Pertanto dal “servizio delle mense” si è passati al servizio liturgico, al servizio di predicare il Vangelo e di insegnare la catechesi, come anche a una vasta attività sociale concernente le opere di carità e un’attività amministrativa secondo le direttive del vescovo. Con il trascorrere del tempo la funzione diaconale man mano è andata scomparendo assorbita dalle funzioni sacerdotali; sia le “diaconesse” (nel sec. XI) che i diaconi sono “svaniti” in una sorta di Limbo senza “né arte né parte” perché non avevano più ragione di esistere. Erano diventate figure inutili! Ci è voluto il Concilio Vaticano II (Costituzione Dogmatica Lumen Gentium,  Cap. III, n. 29) che con uno stringato ma intenso paragrafo ha “riesumato” il servizio diaconale maschile lasciando però troppo spazio a interpretazioni varie e attuazioni differenziate. Già, solo maschile e perché non femminile? Naturalmente l’applicazione di questa direttiva conciliare, laddove è stata recepita, non è stata facile, figuriamoci dove è stata disattesa se non addirittura contrastata. La situazione nella nostra diocesi si può dire più che positiva sia per numero che per qualità e questo lo si deve al notevole impulso dato dal nostro Arcivescovo e all’attenzione che ha posto a questo ministero che non trova analogo riscontro altrove. Certamente non sempre le relazioni con i presbiteri sono idilliache e semplici e ciò è dovuto principalmente a motivi caratteriali dall’una e dall’altra parte piuttosto che dogmatici o teologici. Un sano equilibrio e il buon senso, nonché la consapevolezza del proprio ruolo e dei propri limiti fanno sempre superare preconcetti e incomprensioni. Il diacono permanente non è alle dipendenze del prete né è il suo “sostituto” come il prete non solo non è “il datore di lavoro del diacono”, ma nemmeno deve permettere prevaricazioni di sorta. Il diacono non è la “spia” del Vescovo, ma ne è la “sentinella” attenta e vigile che recepisce i bisogni del territorio, coglie i segni dei tempi senza interpretarli e, quale anello di congiunzione tra il “popolo di Dio” e il clero, e in un clima di fattiva collaborazione, li fa presenti al suo vescovo cui spetta il discernimento unitamente al consiglio presbiterale. In una situazione siffatta si pensa di ripristinare il diaconato femminile. Oggi le donne nell’ambito della Chiesa sono escluse dai processi decisionali e dalla predicazione nella celebrazione eucaristica, pur tuttavia sono catechiste, lettori, ministri straordinari dell’eucaristia, si dedicano ai lavori più umili quali: pulizia dei luoghi di culto, di riordino dei paramenti sacri, di addobbo floreale, di supporto nei vari riti cultuali. Nei primi tempi le donne facevano parte in gran numero dell’uditorio di Gesù e del suo seguito. Il Maestro parlava con loro pubblicamente contravvenendo alle usanze del tempo: “Chiunque discorre molto con una donna, è causa di male a se stesso, trascura lo studio della Legge e finisce nella Geenna”; gli Apostoli “si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna” (Gv 4,27). E il Siracide: “Una figlia è per il padre un’inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno … ” (Sir 42,9). Gesù, contravvenendo tradizione e morale, le rispettava, le comprendeva, le perdonava, usufruiva dei loro preziosi servizi logistici, le liberava dai demoni (“alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità” – Lc 8,1). Le donne, più che i suoi discepoli, sono rimaste sotto la Croce fino alla fine (“erano alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” – Mc 15, 40-41). Alle donne Gesù ha affidato la prima rivelazione della Risurrezione e il primo annuncio da portare ai pavidi Apostoli rinchiusi nella stanza del Cenacolo (“….. Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli” – Mt 28,7-8) e “Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore!»” – Gv  20,18). Concede a sua Madre, una creatura speciale, ma pur sempre una donna, di ammonirci, stimolare la nostra fede e spronarci alla preghiera. È evidente che oggi nella società civile insiste ancora una sotterranea emarginazione femminile (“Auguri e figli maschi”), ma è grave che questa emarginazione sia più accentuata nella Chiesa. Non si tratta di ordinare “sacerdotesse”, ma di riconoscere ufficialmente ciò che le donne hanno fatto e continuano a fare all’interno della Chiesa sin dalla sua primissima istituzione. Allora che cosa impedisce di istituire il diaconato femminile? Quale è il timore che paralizza qualsiasi decisione? Non occorre ricordare che grandi donne nella Chiesa hanno subito il martirio, mosso papi, fondato ordini religiosi, monasteri e conventi, sono state elette dottori della Chiesa, patrone d’Italia e d’Europa, hanno operato nell’ambito della carità a dimensione mondiale, sono state grandi mistiche, hanno avuto visioni confermate, locuzioni interiori. Va riconosciuto il “genio femminile”, valorizzate le potenzialità della donna. L’istinto femminile potrebbe portare un vento nuovo all’interno della Chiesa. Certo qualche rischio si potrà correre, ma con il diaconato maschile non ne abbiamo avuti? La Chiesa è un’Istituzione divina fatta di uomini e dove ci sono uomini e donne il rischio è sempre grande. I Vescovi e lo Spirito Santo avranno un compito in più da espletare. Aspetteremo fiduciosi lo studio della commissione, ma sin da adesso sono convinto che il Signore è dalla parte della coppia perché maschio e femmina li creò e per giunta a Sua immagine. Chissà forse un domani avremo anche coppie diaconali non solo di nome, ma di fatto. Lo sa il Signore! •

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