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Il mio rapporto con il Vescovo Gennaro

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1997-2005 gli anni di episcopato dell’arcivescovo Mons. Gennaro Franceschetti.

Qual è stato il suo rapporto con Mons. Gennaro Franceschetti? Cosa pensava dell’Istituto Teologico e dell’Insegnamento della Religione?

Nell’aprile del 1996, compiuti i 75 anni, Mons. Cleto Bellucci dette le dimissioni. Nel giugno del 97 fu nominato arcivescovo di Fermo Mons. Benito Gennaro Franceschetti. Al momento dell’elezione era parroco di Manerbio, grosso centro della diocesi di Brescia. Nato nel 1935, era stato alunno del seminario Lombardo a Roma, studente alla Pontificia Università Gregoriana (PUG), presso cui si laureò in sociologia, poi insegnante al teologico di Brescia, direttore del centro “Paolo VI”, di famiglia ben nota nel bresciano e con qualche aggancio dalle nostre parti a causa del commercio dei fratelli con le scarpe. Per la sua elezione, come preside dell’ITM-ISSR, gli mandai un telegramma di felicitazioni e di auguri. Una delegazione diocesana col vicario mons. Trastulli andò ad ossequiarlo, andarono successivamente don Bonifazi ed altri preti. Fu consacrato il 31 agosto nella cattedrale di Brescia. Io mi trovavo al campo-scuola a Mazzin di Fassa, e non andai all’ordinazione. Entrò a Fermo il 21 settembre dopo 27 anni precisi di episcopato di Bellucci, che intanto si era ritirato nella casa parrocchiale di S. Agostino, già adattata allo scopo, a Torre di Palme, col suo segretario don Armando Muccichini.
Alla venuta di Mons. Franceschetti, avevo i soliti insegnamenti in ITM-ISSR ed ero vicepreside dei due Istituti e della SFT, direttore dell’UCD. Come da prassi scrissi all’arcivescovo rimettendo nelle sue mani i miei incarichi e lui per il momento riconfermò globalmente in diocesi ogni incarico.
Non ricordo dopo quanti giorni mi mandò a chiamare e andai in episcopio. Fatti i convenevoli e un’anamnesi del mio curricolo di studi, si parlò non solo dei miei due incarichi ma anche di altre cose. Compresi che la prospettiva era quella di arrivare presto a cambiamenti e a rinnovare i gangli direttivi della diocesi. Mi colpì il fatto che durante la conversazione prendeva appunti su un quadernone a quadretti e scriveva tutto (cosa che poi, ho visto, faceva sempre anche nelle diverse riunioni). Mi accorsi che sui preti sapeva quasi tutto o almeno molto, compresa qualche nota sui rapporti degli Istituti di teologia tra Fermo e Ancona.
Mi dette sempre del lei, come poi vidi che faceva con tutti. Ebbi l’impressione di un uomo deciso e brusco, che confermò anche col suo modo di chiudere la conversazione e di licenziarmi in forma netta: si alzò, mi diede la mano e disse: “Grazie, a rivederla”. Poi vidi che questo era il modo consueto di chiudere ogni incontro.
Prima dell’inizio dell’anno venne in ITM-ISSR per inaugurare le nuove aule che mons. Bellucci aveva fatto sistemare nel pian terreno. Mons. Cleto era presente, l’arcivescovo disse poche parole, fece il rito di benedizione, augurò un buon anno accademico. L’invitai ad incontrare il corpo docente e stabilì un pomeriggio. L’incontro fu abbastanza formale. Dopo la presentazione dei singoli professori, l’arcivescovo parlò più del seminario che degli Istituti dando l’impressione che concepiva l’ITM solo in rapporto alla formazione dei seminaristi più che al ruolo culturale in diocesi. Disse che per le discipline fondamentali voleva un professore prete e alla prof. Virgili, che aveva lasciato l’incarico statale di filosofia e storia per dedicarsi agli studi biblici e all’insegnamento in teologia e chiedeva una qualche sicurezza anche minima di lavoro, fece intendere che non c’era da illudersi con aspettative di stipendio e di stabilità nell’insegnamento. Si capì che non aveva affatto in mente che con l’aggregazione l’ITM era distinto dal seminario e che, pur essendo in stretto collegamento con esso, erano due realtà indipendenti. La delusione fu tanta da parte di tutti.
Invitai gli IRC (Insegnanti di Religione Cattolica) ad un incontro con il nuovo arcivescovo, venne un sabato pomeriggio ad anno inoltrato, parlò dell’importanza dell’insegnamento della Religione Cattolica, disse che intendeva mettere in ogni scuola, almeno in quelle più grandi, un prete che fosse riferimento per gli altri IRC laici. L’assemblea si raggelò, era una prospettiva opposta a quella che stavamo portando avanti e d’altra parte non capivo dove potesse trovare i preti per insegnare. L’incontro finì nel disappunto di tutti gli IRC.
Mi sembra che l’anno dopo, per l’inizio dell’anno pastorale 98-99, cambiò lo staff di curia. Licenziò da vicario generale don Trastulli per il quale creò un ufficio nuovo, quello di occuparsi dei preti anziani in diocesi e gli dette l’incarico della pastorale della salute; don Paolo De Angelis, parroco a S. Domenico di Fermo, da vicario per la pastorale lo mandò parroco in Amandola; nominò vicario generale don Armando Trasarti; vicario per la pastorale, don Luigino Marchionni; don Mario Lusek responsabile del FCP. Non ebbe buon esito la ricerca di un segretario personale; chiamò prima il giovane prete don Raul Stortoni, ma questi poco dopo chiese di andare in parrocchia; si portò quindi un prete da Brescia per uno-due anni e poi, essendo stato nominato questi parroco nel bresciano, si portò, sempre da Brescia, un diacono.
Non ho cercato occasioni per andare dal vescovo, sono andato quando mi ha chiamato, e mi è capitato di fare lunghe anticamere, pur avendomi precisato un orario. Una volta mi fece chiamare per dirmi che gli era stato riferito che a lezione il prof. don Petruzzi, docente di storia della Chiesa, faceva delle battute piuttosto dure o lepide nei confronti di vescovi o di congregazioni romane e mi disse con tono deciso che io avrei dovuto riprenderlo. Gli dissi che gli studenti conoscevano bene il professore e che normalmente (eccetto chi glielo aveva riferito) non le prendevano sul serio e che, dato il carattere del professore, un avvertimento avrebbe solo accentuato il modo dei suoi interventi. Il vescovo non prese bene questa mia risposta. Invero il prof. Petruzzi, essendo anche lui alunno del Lombardo, s’aspettava grandi cose dal nuovo arcivescovo, ma dopo i primi contatti aveva completamente rotto con lui.

Cambiarono i rapporti tra Fermo e Ancona?
Con l’ITM e l’ISSR di Ancona rimaneva sempre una certa tensione, anche per cose piccole come l’ordinamento dell’orario delle lezioni.
In un collegio docenti avevamo stabilito di dividere il triennio in anni separati: il terzo anno a sé per i corsi teologici fondamentali e quarto-quinto anno unificati e ciclici. Avevamo sdoppiato il corso di storia contemporanea per dare spazio al periodo postbellico e al concilio. Arrivò al vescovo qualche lamentela e, nonostante che gli avessi spiegato il vantaggio del nostro orario di cinque lezioni giornaliere di 45 minuti, che permettevano di tenere al mattino corsi opzionali e corsi di greco e latino, all’inizio dell’anno accademico mi arrivò una lettera perentoria in cui stabiliva definitivamente l’orario delle lezioni in venti ore settimanali e quattro lezioni al giorno di 50 minuti e la riunificazione dei corsi del triennio. I corsi di latino e greco si sarebbero fatti al pomeriggio come anche qualche corso opzionale.
Secondo lo statuto dell’ITM il preside diventava emerito al 70° anno di età e quindi don Bonifazi col giugno 2000 finiva il suo mandato. Presentò le dimissioni alla Pontificia Università Lateranense ad anno 2000-2001 iniziato e quindi si considerò in carica per tutto l’anno.
Lo statuto prevedeva inoltre che al cambio del preside scadesse anche il vicepreside e quindi scrissi al vescovo facendo presente che provvedesse al mio successore. In occasione del collegio docenti di fine anno invitai l’arcivescovo per trattare anche del problema della mia sostituzione. Nessuno si disse disponibile ad assumere l’incarico, anzi il collegio decise che l’arcivescovo chiedesse a Roma una deroga per il prolungamento del mio mandato fino ai miei settant’anni, cioè per tre anni. Portai a termine l’anno accademico e poi rimasi in attesa. In settembre un giorno mi fece chiamare.
Andai in episcopio e mi disse: “Sono capitato a Roma, volevo parlare col prefetto della congregazione degli studi per il tuo caso, ma era assente; l’ho esposto ad un monsignore dell’ufficio che mi ha detto di cambiare il vicepreside del nostro Istituto anche per non fare la brutta figura quasi non disponessimo di personale. Per l’inizio dell’anno accademico quindi provvederò alla tua sostituzione”. Dissi che non c’era alcun problema, anche se m’era venuta l’idea di dirgli: ma con la Congregazione queste cose si trattano per lettera! Avevo infatti avuto l’impressione che aveva già stabilito da tempo il cambiamento. L’incontro con il monsignore della Congregazione era una scappatoia. Con una lettera circolare ai professori fece sapere che aveva nominato vicepreside dell’ITM-ISSR di Fermo mons. Luigi Valentini.

Come facesti per nominare gli Insegnanti di Religione?
Fu questo un altro momento difficile: la nomina di preti per la scuola di RC. Per l’inizio anno scolastico 2003, mi fece sapere dal vicario per la pastorale che voleva che facessi la presentazione ai Dirigenti Scolastici di alcuni preti, di cui don Marchionni mi aveva fornito i nominativi. Mi lasciò perplesso il motivo per cui il vescovo voleva inserire i giovani preti: perché – diceva – Mons. Nicora, Direttore nazionale dell’Ufficio Sostentamento Clero, gli aveva fatto notare che in diocesi di Fermo erano pochi i preti che insegnavano RC e quindi l’INSC doveva versare la cosiddetta quota integrativa a molti preti (!), e perché i giovani preti facendo scuola imparavano cos’è l’impegno e l’ordine (!).
Risposi per iscritto al vicario per la pastorale don Luigino Marchionni che la cosa non era possibile perché non potevo togliere insegnanti laici e perché un orario ridotto a nove ore, come voleva l’arcivescovo, non era possibile. Era infatti ormai obbligatorio l’orario-cattedra di 18 ore.
Si sarebbe potuto fare solo quando si fossero liberate delle cattedre. Tentai di inserirne uno nella scuola media, ma non ci riuscii e feci figuracce con i Dirigenti, che mi rimandavano le lettere d’intesa di nomina. Don Marchionni mi fece inserire un diacono nella scuola elementare in cui invece c’erano dei posti.
Ad anno inoltrato mi fece chiamare e portò tra l’altro il discorso sull’insegnamento della RC ed io ribadii che non era stato possibile inserire preti, e inserirli ad orario ridotto, perché le leggi vigenti non lo permettevano. Mi rispose in maniera seccata che questo non era vero dal momento che suoi colleghi vescovi gli dicevano che loro lo facevano normalmente nelle proprie diocesi! La sera dello stesso giorno gli scrissi una lettera con cui davo le dimissioni da direttore dell’UCD perché avevo notato nelle sue parole una sfiducia verso la mia persona.
Non ebbi risposta alla lettera di dimissioni e portai avanti l’ufficio fino a termine dell’anno. A maggio scrissi di nuovo dicendo che con giugno consideravo concluso il mio incarico. In un incontro occasionale presso il monastero delle Benedettine, dove avevo tenuto una lezione per le suore dell’USMI, finito il vespro, salutò le suore, venne in sacrestia dove stavo deponendo i paramenti, mi disse della mia lettera, che aveva ricevuto tempo addietro, e mi pregò di mantenere l’incarico di direttore dell’UCD. Dato il lungo tempo trascorso dall’inizio dell’anno, avevo intuito, vero o no, che l’arcivescovo voleva cambiarmi e quindi dissi di no.
Per l’agosto 2004 nominò al mio posto don Giovanni Cognigni.

Quindi eri stato esautorato da ogni incarico?
Nel settembre 2004 però mi chiamò e mi fece una lunga premessa sui lavori di ristrutturazione fatti a Villa Nazareth, sul lavoro spirituale portato avanti da don Marziali, poi da don Colabianchi e su quello di don Sandro Salvucci. Mi chiese di fare il vice-direttore, come aiuto del direttore. La cosa mi sorprese tanto più che il giorno prima un collega mi disse: “È vero che lasci il seminario e vai a Villa Nazareth?” Parlai con don Salvucci, gli chiesi di che cosa c’era bisogno e mi disse che portava bene avanti il lavoro della casa, che c’era bisogno di un prete solo alla domenica per fare qualche incontro con i gruppi di fidanzati o di genitori e per le confessioni al pomeriggio. Mi resi conto che dietro la richiesta del vescovo non c’era un’esatta conoscenza del lavoro a Villa Nazareth o che c’era qualche spinta, non saprei da parte di chi, perché lasciassi il seminario. Allora scrissi al vescovo che accettavo di fare solo quel che don Sandro mi aveva prospettato.
Da settembre lasciai la celebrazione della S. Messa alla chiesa in contrada Ferro, dove andavo dietro richiesta dei parroci di S. Lucia, prima di don Giovanni Cognigni e poi di don Mario Lusek, e cominciai ad andare ogni domenica a Villa Nazareth: alla mattina tenevo un incontro o con i fidanzati o con i genitori dei ragazzi della prima comunione o della cresima e al pomeriggio due ore a confessare giovani, fidanzati e/o genitori.
Nel febbraio di quell’anno era morto mons. Giuseppe Trastulli in un incidente stradale. Tornava da Ancona con la macchina guidata da don Vincenzo Antinori; sulla nazionale all’altezza di Osimo-stazione la macchina ha sbandato sull’asfalto bagnato e s’è scontrata con un’altra auto; per don Giuseppe non c’è stato nulla da fare; è morto il giorno dopo. Fu un cordoglio generale.
L’ultimo incontro con l’arcivescovo l’ebbi in una sera, mi pare di settembre, durante la tre-giorni pastorale. Mons. Franceschetti s’era fermato a cena, offerta ai partecipanti; in seminario, e dopo cena mi chiamò, mi portò nella veranda del seminario, facemmo due passi, mi disse che mi apprezzava, mi ringraziò per il lavoro che facevo in diocesi con gli incontri biblici nelle parrocchie e poi mi disse: “Ora sei libero dagli impegni di vicepreside e di direttore dell’UCD, ti chiedo di prendere gli incarichi di mons. Trastulli. Mi sono consigliato e mi hanno indicato te come persona adatta per questi compiti: seguire i preti anziani e la pastorale della salute”. Rimasi un po’ sorpreso, dissi che gli avrei dato risposta. Non pensavo che ci saremmo poi incontrati sul letto di morte! Il giorno dopo gli scrissi che accettavo l’incarico escludendo da quell’impegno i preti anziani e malati ospiti del seminario perché erano seguiti già dal rettore del seminario e dal direttore della casa del clero e non volevo interferire nel loro lavoro.
Il FCP seguente già portava la mia nomina come responsabile dell’ufficio per la pastorale della salute e incaricato di seguire i preti malati in diocesi.
La morte di mons. Franceschetti ha colto di sorpresa tutti. Aveva iniziato la visita pastorale dalla zona montana, tornò una sera dei primi di gennaio 2005 febbricitante e in quei giorni girò voce che stava a letto con una broncopolmonite. Dopo un po’ di tempo andò a Brescia, ci si aspettava un ritorno in breve tempo, ma girava voce di un aggravamento. Volle tornare per morire a Fermo nella sua diocesi.
Girava voce che si trattasse di una metastasi ai polmoni da tumore alla prostata, ma nessuno dava notizie certe. Morì da gran patriarca e dandoci testimonianza di una fede grande. Volle ricevere, prima di morire, chi avesse desiderato andarlo a trovare. Fu una processione. Andai anch’ io. Aveva un fil di voce, ma sguardo vivo. Gli chiesi la benedizione. Non faceva che dirmi: “Grazie, grazie!”. Mi fece il segno della benedizione con la mano. Concelebrai anche la Messa, che il nunzio apostolico in Italia, mons. Romeo, siciliano e suo compagno, celebrò nella sua camera. Due giorni dopo, 4 febbraio 2005, mori lasciando un esempio toccante di fede e di umiltà. Il funerale fu un’espressione grande di partecipazione e di affetto. Ha voluto esser sepolto nella cripta della cattedrale.
Dopo la morte dell’arcivescovo il collegio dei consultori nominò amministratore diocesano il vicario mons. Armando Trasarti. •

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Direttore de La Voce delle Marche

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