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Le parole sono pietre

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Tutti rilevano la grande importanza che la parola riveste nell’ambito della comunicazione, ma mai come nel nostro tempo, la parola ha perso d’importanza, relegata quasi in un cantuccio, incapaci come siamo di ascoltare l’altro. Sì, perché la parola nasce dall’incontro tra chi parla e chi ascolta.
Oggi sembra che sia impossibile parlare perché nessuno ascolta nessuno e la parola vive in uno stato di perenne afasia, incapacità di parlare. Il termine parola deriva dal greco. Sta a indicare paragone. Parabola ne è la sua traduzione latina, paravola o paraola è la parola nel latino parlato. Sappiamo che Gesù di Nazareth parlava in parabole per illustrare alcune verità contenute nella predicazione del suo vangelo.
Le sue parabole – parole non venivano capite dai Farisei perché andavano diritte al problema. Erano dure perché invitavano ad un cambiamento: “Non fate come i Farisei che amano i primi posti nelle sinagoghe… Il primo tra voi sia come colui che serve… Se fai del bene non farlo pesare e non strombazzarlo ai quattro venti” ecc. Eppure c’è nei nostri ambienti chi ama mettersi in mostra, chi pesta i piedi perché non viene ricordato per le cariche che ricopre o per altro. Le omissioni, quando sono involontarie, non sono da condannare perché sono fatte non intenzionalmente. Sono quisquiglie, bazzecole e pinzillacchere, ma alcuni amano vivere di queste cose e guai a toglierle loro. Si stizziscono e fanno i permalosi oltre ogni misura. Così va il mondo. Vanitas omnia vanitatum. La vanità è la madre di tutte le vanità. Certo, siamo solo poveri strumenti imperfetti nelle mani di Cristo, ma in qualcosa dobbiamo pure cambiare. Sennò, qual è la differenza con le cose che avvengono nel mondo?
La parola parlata o scritta ha il potere di raccontare, argomentare, convincere, creare sentimento.
Le parole sono pietre. È il titolo di un famoso romanzo di Carlo Levi. La parola è al centro di tutta l’esperienza pedagogica e didattica di don Milani. Aveva messo al centro della sua scuola lo studio della lingua. E la lingua è fatta di parole. Una parola da nulla, nella sua scuola, diventava un mondo.
Spiegava da dove veniva, come la si può usare, come la si ritrova in altre lingue, come si compone con altre parole e quante altre parole ne derivano. Scriveva in una lettera ad Ettore Bernabei, direttore del Giornale del Mattino: “… la parola è la chiave fatata che apre ogni porta. Parole come personaggi. Questo è il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata. Un’utopia? No… Un medico oggi quando parla con un ingegnere o con un avvocato discute da pari a pari. Ma questo non perché ne sappia quanto loro di ingegneria o di diritto. Parla da pari a pari perché ha in comune con loro il dominio della parola. Ebbene a questa parità si può portare l’operaio e il contadino senza che la società vada a rotoli…” (Don Milani, Lettere).
La parola, oggi, quando viene usata, il più delle volte non serve per dialogare ma per insultare ed innalzare muri di diffidenza e di rotture insanabili. Il suo posto viene quasi sempre occupato dall’immagine. Eppure occorre saper trovare sempre un giusto equilibrio tra parole ed immagini. Queste ultime da sole non servono a nulla. Sono come dei sacchi vuoti che non stanno in piedi se non si mette dentro qualcosa. Hanno bisogno della parola che fa delle ipotesi, ragiona, indaga, argomenta e spiega, ascolta, crea sentimento e nostalgia. Tanti periodici, che hanno come sottotitolo “Periodico di informazione e di attualità”, in realtà non informano su un bel nulla e raramente contengono qualche articolo di attualità. Sono solo dei semplici rotocalchi. Sono pieni zeppi di foto, giustapposte le une alle altre, senza nessun progetto. Il più delle volte sono solo delle passerelle di vanità. Certuni del settore si difendono dicendo che la gente non ama leggere, ma guardare le foto. Quando va bene, ci si limita allora a riportare sotto alle fotografie delle brevi didascalie. Quando va male, non si riportano nemmeno quelle. Il fatto che la gente non legga, non è una buona ragione per imbrogliarla ulteriormente. •

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