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Dagli archivi di don Romolo, una foto inedita del giovane don Luigi Valentini, il primo da sinistra. Appena ordinato prete, venne mandato a Porto Sant'Elpidio

Il custode alla porta

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Un ricordo di don Luigi Valentini.

Il mio ricordo di Mons. Luigi Valentini si collega principalmente all’incontro che ho avuto con lui presso l’Istituto Teologico di Fermo, in due diversi momenti della mia vita.
Come studente, ebbi modo di fare con il Prof. Valentini un seminario sulla Dottrina Sociale della Chiesa. Si trattò di una preziosa occasione per conoscere più da vicino i pronunciamenti dei Vescovi dell’America Latina e, soprattutto, per mettere mano alla stesura di un elaborato scritto, con l’applicazione delle necessarie note metodologiche.
Ricordo che lessi per intero un libro del Padre Sergio Bernal, gesuita della Gregoriana, professore di Sociologia e Dottrina Sociale della Chiesa: “La Iglesia del Brasil y el compromiso social: el paso de la Iglesia de la Cristiandad a la Iglesia de los pobres”. In quel tempo, da seminarista e studente di teologia, ero fortemente interessato all’esperienza tra chiese sorelle che vedeva la nostra Diocesi collegata alla Diocesi di Guarulhos, nella periferia di San Paolo. Conoscere il cammino delle chiese del Brasile e di tutta l’America Latina a fianco dei poveri mi permise di avere un quadro di riferimento entro cui collegare le esperienze dei preti “fidei donum” di Fermo.

Dagli archivi di don Romolo, una foto inedita del giovane don Luigi Valentini, il primo da sinistra. Appena ordinato prete, venne mandato a Porto Sant’Elpidio

Più recente, in ordine di tempo, fu il rapporto avuto con Don Luigi quale Vice-Preside dell’Istituto Teologico Merchigiano, nella sezione di Fermo. Richiamava, in tutti i modi, la puntualità dei professori. In particolare, aveva individuato in me la figura del ritardatario cronico. Di conseguenza, per mia sfortuna e rovina, iniziò a prendermi di mira. Organizzò precisi appostamenti, con sistematici controlli sui tempi dei miei arrivi a lezione.
Capitava, così, che, ogni volta che io fossi arrivato di corsa, trafelato, da Monte Urano a Fermo, in Seminario, per la lezione, egli stesse puntualmente ritto, all’ingresso dell’aula, per aspettarmi al varco. Mi fulminava con il suo sguardo di severo rimprovero, accompagnato dalle parole: “Don Andrea, io ti scrocio!”, espressione che, in dialetto, vuol dire: “ti picchio!”. La mia era sempre una reazione di stampo fantozziano. Devo dire che, negli anni, grazie a questa terapia d’urto, la mia puntualità è migliorata.
Quando, tuttavia, ancora oggi, capita di fare tardi a lezione, mi pare di vedere ancora la sagoma di Don Luigi davanti all’aula. Magari, alla fine della vita, quando sarò arrivato alla porta della casa del Padre, mi capiterà di trovare don Luigi a calcolare i tempi di ritardo e a rimandarmi, questa volta, indietro nei gironi infernali.
Lasciando da parte questi ricordi, carichi di bonario umorismo, devo dire, con sincera riconoscenza, che, su iniziativa e proposta del Vice-Preside Valentini, il Vescovo di allora, Mons. Gennaro Franceschetti, mi propose di riprendere il percorso accademico per il terzo grado, quello del Dottorato. Fu così che, dopo otto fantastici anni trascorsi come vicario parrocchiale a San Michele Arcangelo a Monte Urano, feci ritorno a Roma per completare gli studi. In sintesi, l’incrocio con don Luigi ha inciso nella mia vita e ha fatto sì che prendesse direzioni pressoché impreviste e imprevedibili. •

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