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Sara Giusti

Impresa, etica e umanità ai tempi del Covid

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Intervista a Sara Giusti, una delle imprenditrici dell’azienda di famiglia AGL SpA sui mercati con tenacia da tre generazioni.

Buongiorno e grazie di avermi concesso questo momento. Posso solo immaginare quanto sia piena la sua agenda in questo momento particolare. Per iniziare le chiedo di scegliere tre parole per presentarsi ai nostri lettori che non la conoscono.

Mi chiamo Sara Giusti. Sono mamma, imprenditrice e in cammino. L’ordine di queste tre parole non è casuale. Il fatto di essere madre per una donna è la cosa più importante della mia vita. Non potevo non metterlo e metterlo per primo. Essere mamma è la priorità assoluta della mia vita anche perché non è stato facile avere i figli ma Dio ci ha benedetti facendoci la grazia di avere due figli. La vita è già un miracolo ma nel mio caso credo che lo sia ancora di più. I miei figli sono davvero due miracoli.
Sono imprenditrice perché dedico anche una buona parte del mio tempo al lavoro. Noi come azienda abbiamo tanti clienti all’estero, in America soprattutto, perciò oltre a gestirmi il lavoro qua in Italia organizzo il mio tempo in base al fuso orario amaricano.
Ora poi che non possiamo viaggiare; gestisco tutto online e al telefono. Questo mi assorbe tanto ma lo sento anche come responsabilità nei confronti delle famiglie che lavorano con noi. Oggi più che mai l’azienda ha una responsabilità sociale non indifferente. Credo che la responsabilità sociale delle aziende sia oggi un aspetto da non trascurare per noi imprenditori. Perché l’azienda non più soltanto un’attività di cui trarre profitto.
È anche uno spazio dove si intrecciano varie famiglie. Quindi la vera sfida è assicurare sia un equo profitto a tutti ma soprattutto garantire un posto di lavoro a tutte quelle famiglie.
Sento la responsabilità di assicurarmi quindi che l’intera filiera sia soddisfatta di ciò che facciamo e mantenga il proprio lavoro. Qualche volta ci sembra di remare contro corrente ma sento di essere sulla via giusta. In merito a questo e alla luce di quanto sta succedendo abbiamo imparato a non fare grosse progettazioni.
Cerchiamo di vivere il nostro lavoro un passo alla volta stando attenti ai cambiamenti che avvengono nel tempo. confidando nei cambiamenti che potrebbero capitare. E lavoriamo sodo per garantire il proprio posto di lavoro a chi c’è. Ora la preoccupazione è ancora maggiore perché se si ammala uno è l’intera catena che si deve fermare. Personalmente sento forte questa responsabilità.
Dico infine che sono in cammino perché viaggio molto e mi colpiscono sempre quelle persone che mi trasmettono tanta positività. Capita raramente ma capita. “Quelle sono persone risolte” perché vedi proprio che sono serene sotto tanti punti di vista. Io invece sono ancora in cammino. Devo ancora fare tanti passi.

Siamo usciti pochi mesi fa da un momento, immagino, non facile per le aziende. Già si sta pensando a nuove misure restrittive. La sua realtà imprenditoriale come sta affrontando la situazione di emergenza? In che modo ha risentito della crisi?

Da una prima fase in cui la priorità era solo ed esclusivamente salvaguardare la salute dei nostri dipendenti (noi abbiamo preso la difficile decisione di chiudere l’azienda oltre una settimana prima che il governo ce lo imponesse), ad un lungo ed intenso periodo in cui abbiamo lavorato instancabilmente per “RICOMINCIARE”.
Non immaginavo quanto fosse complicata la ripartenza di un’azienda: “spegnere la macchina” si fa in un attimo, mentre per ripartire sono stati necessari tutto l’impegno, l’energia e il sostegno, non solo di noi della famiglia – la nostra è un’impresa familiare alla terza generazione, in cui lavoro insieme alle mie due sorelle, a mio fratello e ai miei genitori – ma anche dei dipendenti, dei clienti e dei fornitori. Mai come in questo periodo ci siamo sentiti parte di qualcosa di più grande, abbiamo percepito come fosse importante lo spirito di partnership che da sempre abbiamo cercato di costruire con i nostri interlocutori. Chiaramente operiamo in un settore di beni di consumo non necessari, tanto più in questo periodo. Quindi c’è stata una forte contrazione della domanda, che ha impattato notevolmente sui volumi degli ordinativi.

Cosa chiederebbe alle istituzioni nazionali, ma anche locali, in più rispetto a quanto si sta facendo a supporto delle aziende?

Visti i dati più recenti della seconda ondata di pandemia in arrivo e la situazione in cui ci troviamo, è triste dirlo ma non mi sento di chiedere più niente alle istituzioni. Onestamente sono delusa di come è stata gestita la pandemia negli ultimi mesi: mi sarei aspettata che tutti gli sforzi fatti dai cittadini, dai ragazzi e dagli imprenditori da marzo a maggio, con un così drastico e duraturo lockdown, fossero stati sfruttati meglio, e che avremmo potuto beneficiare del vantaggio accumulato con tanto sacrificio.

Il mondo dell’impresa ha dei ritmi molto accelerati. Siamo un po’ curiosi di sapere come fa a gestire famiglia e lavoro.

In effetti non è per niente semplice, e a volte mi chiedo se non sia un carico troppo pesante per me… poi cerco di riflettere sul fatto che se queste due grandi missioni mi sono state affidate ci sarà un motivo.
Ed è questa convinzione che mi spinge a svegliarmi ogni mattina alle cinque e mezzo, preparare tre pasti al giorno per la mia famiglia – almeno quando non sono in viaggio – rispondere al telefono anche in ore improponibili, in base al fuso orario di chi mi chiama, correggere i compiti dei miei figli, rispondere alle 150 email della giornata…per me resta poco, ma va bene così, finchè il Signore è con me a ricordarmi di non lasciare che siano le “cose” a sopraffarmi. E questo proprio non posso farlo da sola, contando unicamente sulle mie forze.
Allora mi viene in aiuto il Vangelo di Marta e Maria, le due sorelle che tenevano atteggiamenti così diversi nei confronti di Gesù durante la Sua visita nella loro casa. “Maria ha scelto la parte migliore e nessuno gliela porterà via”.

In più occasioni, come di recente in “Fratelli tutti”, Papa Francesco ha auspicato una nuova economia più attenta ai principi etici e meno a quelli della finanza in favore delle persone. Cosa pensa del suo monito?

Concordo con Papa Francesco. Il fatto di avere a che fare con clienti stranieri, anche quotate in borsa, mi ha permesso di capire che la ricerca spasmodica del risultato economico e del profitto è una pratica sempre crescente e direi quasi esasperata.
Personalmente mi ritengo fortunata perché lavoro in un’azienda a carattere familiare, in cui mio nonno prima, e i miei genitori poi, hanno fortemente improntato il loro agire quotidiano su principi quali il rispetto, la correttezza e la dignità delle persone.
Principi che ci hanno inculcato fin da bambini. Inoltre, il fatto di lavorare in un contesto locale relativamente piccolo e di conoscere uno ad uno i nostri dipendenti rafforza la nostra sensibilità nei confronti di valori come l’etica e l’umanità.

Scelga una parola per dirci cosa vede all’orizzonte alla luce di quanto sta accadendo…

Scelgo la parola opportunità perchè ritengo che sia l’unica che ci consente di vivere questa realtà senza disperare. Dobbiamo ripensare proprio al modo di vivere e affrontare questa realtà. Altrimenti ci toccherebbe scegliere la rassegnazione e la paura, chiudendoci dentro casa e non fare più nulla.
Questa crisi non finirà dall’oggi a domani. Quindi scelgo di guardare la realtà con la lente dell’opportunità in senso lato. Chiaramente nell’ambito del mio lavoro non è facile ragionare in questi termini nel lungo periodo. Con gli ultimi sviluppi della pandemia mi sembra di rivivere nuovamente le difficoltà passate con i clienti che esitano a completare i processi di acquisti. Però d’altro canto credo che questo passerà e vorrei cogliere questa crisi per puntare alle relazioni.
Personalmente sento di averne bisogno ma anche con le mie collaboratrici. Cerco di sollecitarle per curare le relazioni. Tutti abbiamo sperimentato una verità di fondo in questa pandemia: l’uomo da solo non si salva.
Ho cercato di replicare questa mia convinzione anche nell’ambito del lavoro, non tanto come un opportunismo ma proprio come possibilità di dialogo con il cliente che prima ancora di essere tale è una persona.
È uno stile che cerchiamo di mantenere un po’ con tutti i dipendenti e i collaboratori. Cerchiamo proprio di creare una comunità certo per ciò che ci è stato possibile. Abbiamo cercato di metterci in gioco per fare insieme il nostro lavoro. L’idea è di restare insieme.
Noi abbiamo la fortuna di essere un’azienda familiare. Da noi i confini tra famiglia e azienda si intrecciano. Questo ci consente ad esempio di mantenere certi valori. Certo siamo in un business ma teniamo a curare questi legami. Chiaramente ci sentiamo per lavoro ma metto sempre quella parola in più che fa sempre bene alla persona.
Ringrazio Dio per gli strumenti tecnologici perché ci hanno consentito e ci consentono di portare avanti il nostro lavoro. Però devo ammettere che lo smart working fa perdere un po’ di umanità al lavoro. Oltre alla produzione, un’azienda è uno spazio relazionale. Dovremmo essere bravi in questa crisi a non far morire la nostra umanità.

La redazione della Voce delle Marche La ringrazia per la sua disponibilità e Le formula i migliori auguri per il suo lavoro. •

Don Lambert Ayissi

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