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Seguire il Dio crocifisso

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venerdiLa cosa più giusta la dice don Fabio Moretti, della parrocchia Ss. Caterina e Lorenzo (fraz. Luce e Cretarola), introducendo la liturgia penitenziale: “Abbiamo iniziato per scherzo, eppure se questo cammino continua a crescere e le persone tornano vuol dire che le cose serie che facciamo qui interessano davvero”.

La soddisfazione degli organizzatori (un’equipe di giovani delle quattro parrocchie di Sant’Elpidio a Mare) è tangibile, la gioia dei partecipanti (oltre 250 giovani provenienti da tutta la città e non solo, richiamati dal passaparola) è viva. Don Enzo Nicolini, parroco della parrocchia di S. Elpidio Abate ed ideatore della camminata, nel suo solito saltellare per fare le foto esclama: “250 giovani dietro una croce! Dove li abbiamo visti mai qui?”.

Questa l’aria che si respirava la mattina del Venerdì Santo durante il VI Cammino Penitenziale organizzato dall’unità pastorale di Sant’Elpidio a Mare. Il tema, in accordo con l’Anno della Fede, è stato “Il Credo”, esplorato in ogni suo articolo. Si comincia alle ore 9, nella Perinsigne Collegiata di Sant’Elpidio Abate, con la recita delle lodi. Ad introdurre la camminata è lo stesso don Fabio: «Il credere è un atto di fede personale, frutto dell’esperienza di vita. La fede non ti fa soffrire meno, ma non ti fa mai sentire solo. Senti sempre qualcuno che ti conduce per mano, anche se è difficile credere. Durante questo Cammino faremo delle tappe, in cui ascolteremo le testimonianze di qualcuno che Cristo lo ha incontrato davvero, e quando tu lo incontri veramente non puoi fare altro che raccontarlo». Si parte. Si passa attraverso il mercato settimanale, per testimoniare che c’è anche una gioventù che la mattina del Venerdì Santo, invece di rimanere a dormire o di andare a fare shopping, decide di mettersi in cammino dietro una croce – anzi, “la” Croce.

Prima tappa: Credo in Dio, Padre onnipotente. L’introduzione spetta a Gioia (parr. S. Elpidio): «Ognuno di noi ha due padri: uno in cielo, l’altro in terra. Il primo ci ha voluti, ci ha pensati, ci ha ispirati ai nostri genitori. Anche se i nostri genitori ci deludessero, noi abbiamo un Padre che non ci delude mai, che risponde sempre alle nostre richieste, quando ambiamo a cose belle ed importanti». La testimonianza spetta a Loredana e Roberto, sposati da cinque anni, che hanno deciso di adottare un bambino a prescindere dal poterlo avere naturalmente. Loredana: «Dio è morto per me, è la cosa più grande che nessuno abbia mai fatto. Nel farmi una famiglia volevo arrivare a qualcuno meno fortunato, così abbiamo intrapreso questo percorso che è difficile, puntiglioso. Qualcuno però mi aspetta dall’altra parte, non posso mollare. Non dobbiamo fossilizzarci sul nostro dolore». Roberto: «Anche se desidero ardentemente diventare padre, l’adozione è una scelta che non avevo mai contemplato. Ma il sì che ho dato non viene da me, ma da Dio, che mi ha fatto uscire dal mio io, da disegno che avevo io per la mia famiglia. Certo, c’è la crisi, ho perso il lavoro, ma il disegno di Dio non si ferma, tant’è che, nonostante i tempi difficili, sono riuscito a trovarne subito un altro».

Seconda tappa: Credo in Gesù Cristo, suo unico Figlio. Testimonianza di Paolo (parr. S. Elpidio): «A 24 anni avevo tutto, ma ero apatico, mi sembrava di non avere niente. Poi ho incontrato Cristo, che mi ha detto: “Vieni con me, sali sulla tua croce e seguimi”. Lì la mia vita è cambiata, si è riempita nuovamente. Ho un matrimonio felice, un figlio in arrivo, ho ritrovato la passione per la musica, per gli amici, per l’elettronica, tutte cose che avevo abbandonato quando mi sentivo “congelato”. I miei problemi non sono spariti, ma sicuramente li vivo meglio».

Terza tappa: Credo nello Spirito Santo. Tocca ad Anna Maria, farmacista (parr. SS. Angeli Custodi – Cascinare), una donna che vive in prima persona l’incontro tra fede e scienza: «Noi abbiamo davanti a noi due scienze: una umana, l’altra divina, dono gratuito dello Spirito Santo. Quando però queste due non camminano insieme avvengono delle storture: la scienza umana, senza quella divina, non lavora per il bene del creato, ma per manipolarlo. Nel lessico biblico la parola che indica “conoscere” ha la stessa radice di quella che indica “amare”. L’uomo di scienza quando opera deve farlo con umiltà, riconoscendo i propri limiti. Bisogna prendere coscienza che la scienza umana mai potrà darci la ragione ultima delle cose».

Quarta tappa: Credo la santa Chiesa cattolica. La parola a Simone (parr. Ss. Caterina e Lorenzo), presidente dell’Azione Cattolica parrocchiale di Monte Urano: «Nella mia vita non mi sono mai allontanato dalla Chiesa, fin dal catechismo per la prima comunione. Questo perché sono sempre stato convinto che la Chiesa siamo noi, io e voi. Quando vi vedo capisco quanto si sbaglia chi dice che la Chiesa è vecchia. Siamo noi il futuro della Chiesa: dobbiamo crederla, dobbiamo viverla, dobbiamo metterci a disposizione l’uno dell’altro».

Quinta tappa: Credo la risurrezione della carne. La testimonianza più toccante la dà Tony (parr. SS. Redentore – Casette d’Ete): «Vengo da una famiglia che mi ha educato fermamente secondo i valori dell’onore, del rispetto, della famiglia, ma non ho ricevuto un’educazione cristiana. Facendo volontariato ho incontrato mia moglie, da cui ho avuto due bambine: Benedetta e Sara. A sei anni a Benedetta è stata diagnosticata una leucemia. Per me la vita è cambiata totalmente: ho smesso di lavorare e per cinque anni ho passato con lei ogni giorno. Lì ho capito che le mie forze da sole non bastavano a sopportare questo dolore. Ho scoperto il Signore, e mi sono affidato a Lui, che mi ha sostenuto anche quando, un anno fa, Benedetta è andata in cielo».

Sesta tappa: Credo la remissione dei peccati. A parlare dal pulpito della chiesa parrocchiale di Casette d’Ete è un giovane prete, don Francesco: «Se io sono prete è perché il Signore mi ha perdonato. Quest’oggi, durante le confessioni, sperimenteremo quanto è buono il Padre. Papa Francesco ci insegna che spesso siamo noi il problema, siamo noi che non vogliamo andare verso Dio, che non vogliamo chiedere il suo perdono a causa del nostro orgoglio. Benedetto XVI ci ricorda come il cuore della penitenza non è il peccato, ma la misericordia di Dio. Non fissiamoci sui nostri peccati, guardiamo in alto, alziamo gli occhi al cielo: è difficile accettare sé stessi, con i nostri difetti, eppure il Signore risponde sempre positivamente ai nostri tradimenti. Oggi possiamo sperimentare l’amore di Dio per noi”.

Ultima tappa: la confessione, la Riconciliazione, il ristoro dopo il cammino. •

David Zallocco

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