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Scuola: culla o tomba della cultura?

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copertina-19È un dato di fatto riconosciuto che le società borghesi sono sorte anche per l’azione dell’educazione universale. L’educazione uguale per tutti e per tutti strutturata allo stesso modo ha creato la classe sociale fondante dell’Occidente contemporaneo, quella che lo ha reso ricco, democratico, stabile. Questa parabola storica da qualche anno sembra giunta a compimento, o per lo meno sembra in cerca di nuova linfa, di una spinta di rilancio. Tale spinta non può che sprigionarsi dal luogo in cui si fabbrica il futuro: la scuola.

Un’istruzione comune e omogenea ha svolto un compito storico fondamentale in tante parti del mondo, in particolare in Italia. L’unità del Paese, il superamento delle divisioni sociali, culturali e politiche è stato possibile principalmente attraverso una scuola omogenea che ha creato un retroterra culturale comune e valori condivisi. Dopo le tante esperienze di lacerazione dell’Italia, attraverso l’istruzione è stato possibile trovare un senso comune in cui riconoscersi come cittadini di una nazione unita. Stiamo però parlando di Preistoria.

Oggi il problema, prodotto da cambiamenti mai attuati all’interno del sistema scolastico, sembra essere l’eccessiva omogeneizzazione dell’istruzione. Non si fa altro che parlare della pluralità dei corsi di laurea, della diversità delle scuole superiori, però è chiaramente constatabile la crescente tendenza a rendere i vari indirizzi sempre più uguali tra loro. All’interno dell’orizzonte di un’eguaglianza senza limiti si è persa di vista la ferita mortale inferta alla diversità dei singoli, ai loro talenti individuali, alla loro capacità di scegliere il proprio percorso formativo.

Senza voler entrare in analisi troppo specifiche, mi sembra che la crisi che stiamo vivendo sia una crisi della classe media, del suo modo congregazionale di intendere la vita, dell’idea che sullo sfondo c’è sempre uno Stato all’interno del quale collocarsi che può risolvere i problemi. Non è più così. Lo Stato non può più garantirci. Sebbene questa cosa possa da un lato spaventare, dall’altro fa tirare un sospiro di sollievo, fa credere che ci possa essere ancora speranza per gli individui di prendere in mano la propria vita. Per fare questo, però, c’è bisogno di una scuola nuova che dia alle singole persone gli strumenti per camminare nel mondo e prendersi cura di sé.

Come dice la prima canzone dell’ultimo album di Bruce Springsteen: We take care of our own. Dovrebbe diventare un grido comune. Ciclicamente si effettuano riforme della scuola insignificanti e inutili. Spesso si rivelano addirittura peggiorative, quindi ce n’è bisogno di un’altra ancora. Ogni nuovo governo si propone con la sua idea pedagogica. La tragedia è che la scuola invece di essere la culla della diversità si trasforma nella sua tomba, e nell’esaltazione dell’omogeneo, dell’identico. Precipita i giovani uomini in una indistinzione sempre più logorante.

Tutti dicono di rendersi conto dell’inadeguatezza della scuola così come è, ma se si prova a parlare di una sua radicale riforma tornano a galla vecchi riflessi pavloviani (vedi Gramsci e le sue casematte del potere) e mostruose tendenze corporative che non fanno altro che replicare e difendere se stesse e la propria inefficienza. La crescente complessità del mondo richiede strumenti sempre più specifici per essere interpretata, compresa, per agire al suo interno in modo efficace. Questo non vale soltanto per le professioni a più alto coefficiente di istruzione ma anche e soprattutto per quei lavori pratici di cui si perde completamente traccia nel cieco inseguimento di una formazione superiore che altro poi non fa se non dimostrare la miseria e l’inadeguatezza di una preparazione superficiale e completamente priva di soddisfazioni personali.

Ciò che è più importante nella vita di ciascuno non è tanto il cosa ma il come. Imparare a fare bene una professione, un determinato mestiere, vedere un prodotto finito, qualcosa di realizzato grazie alla propria competenza sono soddisfazioni difficilmente comparabili ad altre. Tuttavia, a causa della solita ossessione per l’istruzione di stato, un’espressione che fa pensare alle logiche dei regimi socialisti, creare un nuovo modo di intendere la scuola, divisa secondo percorsi radicalmente diversi, che riconosca l’indipendenza degli individui e le loro capacità, è considerato come qualcosa di ignobile da evitare come la peste. L’istruzione deve essere identica per tutti! Uscire al di fuori di questo orizzonte restando all’interno dell’istruzione di stato è impossibile. Un’istruzione nuova, riorganizzata, depurata dalle ingerenze della politica che continua a vedere la scuola come una casamatta del potere non può che collocarsi al di fuori dell’orizzonte statale.

La funzione del governo dovrebbe essere, eventualmente, soltanto quella di finanziatore parziale del sistema scolastico. Questo sarebbe l’unico modo per garantire efficienza e indipendenza. Non è certo attraverso un articolo che si può tracciare il percorso per una riforma della scuola. Penso che la scuola dovrebbe arrivare ad essere ciò per cui ha ragione di esistere oggi: un mezzo per imparare a capire e ad agire in un mondo sempre più complesso. Chiudo portando l’attenzione su due osservatori che in anni e contesti completamente differenti hanno riflettuto sul sistema scolastico dei loro paesi ed entrambi hanno concluso che andava radicalmente rivisto: Luigi Einaudi e David Friedman.

In un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera del 18 Maggio 1913, Einaudi si mostrava profondamente scettico sul metodo di insegnamento, identico a quello contemporaneo, dei grandi programmi delle scuole che affastellavano tantissime materie differenti per garantire una pluralità forzosa degli insegnamenti, mutandosi però in caos infecondo. “Come è possibile – scriveva Einaudi – che la scuola dia qualche frutto quando per 5-6 talvolta 7 ore al giorno gli studenti si vedono passare dinnanzi agli occhi, uno dopo l’altro, tre o quattro o forse più professori diversi, ognuno dei quali frettolosamente vende una fetta di scienza, che non ha nulla a che fare con la fetta che fu distribuita l’ora precedente, che forse contraddice a ciò che fu detto prima?”. E conclude l’articolo dicendo “I padri di famiglia italiani saranno ben lieti di pagare le tasse cresciute [sulla scuola nda], quando si darà loro affidamento che la scuola si avvia ad essere, non più luogo di mortificazione e di corsa al diploma.”

David Friedman, figlio di Milton, e autore del visionario The Machinery of Freedom in cui propone la sua via all anarco-capitalismo, affronta in più punti il problema della scuola. Nel capitolo Sell the schools sostiene che, per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria, i governi dovrebbero semplicemente sovvenzionare l’istruzione e non le scuole attraverso un sistema di voucher, che costituiscono il fisso dato dal governo per l’istruzione, da ognuno spendibile a proprio piacimento nella scuola ritenuta più idonea. All’interno di questo sistema, gli istituti sarebbero liberi di offrire servizi basati sulla domanda generata dal tipo di insegnamento che vuole essere seguito dai ragazzi e richiesto dal mercato. Se la retta della scuola scelta (pubblica, privata, religiosa) è a livello del voucher allora questo basterà a coprire per intero le spese, altrimenti saranno i genitori o le fondazioni che istituiscono borse di studio, oppure i movimenti religiosi, a pagare la differenza.

Tale meccanismo permetterebbe il rispetto della diversità necessaria per valorizzare i talenti individuali ed una maggiore offerta di possibilità di studio e specializzazione. Sarebbe il mercato stesso a creare le scuole di cui si ha bisogno e a garantirne l’esistenza insieme ad un più adeguato compenso per gli insegnanti. Sia per Einaudi che per Friedman il discorso sarebbe molto più complesso ed articolato. Quanto detto, però, è sufficiente a far capire che proposte di riforma della scuola che favoriscano la diversità e lo sviluppo degli individui rispetto all’ingessato e super-omogeneizzante sistema attuale siano molte e colgano nel segno.

L’idea di dover pagare l’istruzione si espone a facili risposte demagogiche. Chi se ne gioverebbe di più, tuttavia, sarebbero proprio i ragazzi che ricercano un modo per seguire i propri talenti e vogliono magari imparare un mestiere che dia loro soddisfazione. Ma vogliono farlo in modo serio, non all’interno dei nostri istituti tecnici che spesso altro non sono che un parcheggio mortifero. Un libero mercato della scuola sarebbe in grado di auto-generare la domanda per gli insegnamenti più vari e più richiesti. E magari, ma questa è solo una vaga speranza, il ciarpame tipico del nostro Paese, con i suoi schemi da sepolcri imbiancati, subirebbe un duro colpo. E ciò non mi sembra un elemento da trascurare. •

Michele Silenzi

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