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Fichi secchi e mandarini

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“Ogni fioeu ‘l so cavagnoeu” (Ogni bambino ha il suo cestello preparato), soleva ripetere spesso mamma Giuseppina al marito Domenico un modesto “paisàn” (contadino) che di figli ne avrebbe avuti dalla moglie, ben tredici, contro ogni superstizione vecchia e nuova. Correva l’anno 1913 e Luigi, quarto della nidiata, tra “bagaj” e “tusàn” (bambini e bambine) entrava nel mondo come fanno tutti i bambini della terra, piangendo e scalciando con le gambette e la faccia paffutella. Vivere era difficile ma se, come credeva Giuseppina, ogni figlio che nasceva aveva riposto nel proprio cestello tutte le cose belle che la vita gli avrebbe riservato, allora non era impossibile credere che Dio avrebbe dato senz’altro una mano per far trovare un piatto di minestra, tutti i giorni anche per lui. Luigi, circondato dall’affetto dei propri genitori, cresceva sano e forte, non disdegnando di lanciarsi assieme ai coetanei, sulle strade e stradine di Briosco a giocare al “galso” o col “cerc”. Bastava poco per divertirsi, si raccoglieva una pietra piatta e levigata, la “piola” che era gettata a turno contro il mucchietto di ghiande da una distanza ben precisa; chi faceva centro, si portava via la vittoria. Quando ci si stancava, si passava al gioco del cerchio, ne occorreva uno fatto di lamiera, guidato da una specie di manico, costruito con lo stesso materiale. Il manico, appoggiandosi sul cerchio in movimento, produceva uno sfrigolio che divertiva moltissimo e si sentiva da lontano, non essendoci altri rumori che lo sovrastavano.
Tutte le stagioni erano belle, ricche di promesse e di dolci pensieri nonostante si mangiasse polenta, tutti i giorni e la carne non comparisse mai sulla tavola. Primavera, estate, autunno, e arrivava l’inverno e con esso il Natale, la festa che tutti i bambini attendevano con ansia. Nel paese, nelle settimane che precedevano, c’era come una corrente elettrica che attraversava un po’ tutti, grandi e piccoli.

Il presepe in stalla
Anche la mamma di Luigi si dava un gran da fare per preparare la giusta atmosfera natalizia, recuperando le statuine per il presepio che sistemava nella stalla, essendo la casa occupata da tanti ragazzi, poi posto accanto alle mucche sembrava fosse davvero il suo ambiente naturale. C’era da trovare la “tepa”, il muschio da mettere alla base dello stesso e allora era un correre affannoso per i campi, lungo il greto del fiume Lambro, a prendere il muschio più bello. Alcune statuine di gesso le faceva lei, altre ne comprava direttamente nei pochi negozi del paese o in quelli dei paesi vicini, quando vi si recava per acquisti di un grosso peso. Non si sa come riuscisse a comprarle, perché con tredici figli, era ben difficile farci uscire tutto, ma si sa che le mamme di una volta pur se povere, sapevano risparmiare in altre cose, soprattutto quando si trattava di fare il presepe che era il più bello di quanti erano allestiti in paese. Giuseppina era brava, Domenico non lo era da meno. Il lavoro nei campi non era sufficiente perché, con la sola vendita del grano e di altri prodotti, si potesse mantenere una famiglia tanto numerosa. Ecco allora che Domenico, al pari di altri “paisàn” della zona, si era messo ad allevare i “cavalèe”, i voracissimi bachi da seta che dovevano essere continuamente alimentati con le foglie di gelso. I mori, così chiamati i gelsi dalle nostre parti, distribuiti in filari nelle campagne, disegnavano quasi un paesaggio opera d’arte. Un anno particolarmente buono, la vendita dei bachi da seta, fruttò a Domenico un buon guadagno, tanto che pensò bene di fermarsi all’osteria per festeggiare l’avvenimento con una bevutina di vino sincero, dandone anche al piccolo Luigi. Il risultato fu un leggero stato di euforia che pervase il ragazzo. Di ritorno a casa, la mamma rimase contenta per i soldi che Domenico le mise subito in mano, avrebbe provveduto a pagare il corredo per le figlie in età da marito, acquistare qualche abito nuovo, ma fece due occhi di fuoco all’indirizzo del marito, appena vide il suo Luigi smodatamente allegro, ancora un po’ sbronzo per il vino bevuto all’osteria. Il papà se ne sentì dire di tutti i colori, ma era Natale e il buon Domenico avrebbe dovuto fare qualcosa per riacquistare la fiducia della moglie. Si recò allora a prendere una sfilza di fichi secchi e sul volto di Giuseppina ritornò il sorriso. “Su, su c’è da preparare il pranzo di Natale, domani mattina dovrò andare alla prima messa” – diceva rimproverandosi per non aver fatto nulla e di aver fatto un po’ la sostenuta con Domenico.

I regali sul comodino
Luigi e i fratelli andarono subito a letto e se avessero fatto i capricci, sarebbe stato peggio per loro, ripetevano i genitori, perché Gesù Bambino “al porta nient” ai bambini capricciosi. Intanto Domenico e Giuseppina si davano un gran da fare per sistemare sul comodino, accanto al letto dove i figli dormivano: fichi secchi, mandarini e qualche “straccadech”, un croccante duro che si spaccava in piccoli pezzi dopo averlo fatto sciogliere in bocca. All’indomani, ritornata dalla messa, Giuseppina iniziava a preparare il cappone per il pranzo di Natale. Mai come in questa festa si mangiava così bene. Non mancava neppure la torta fatta col pane bianco, messo a bagno nel latte, amalgamato con lo zucchero, ma poco perché non ce n’era, poi perché costava. Era una variante della cosiddetta torta di pane, fatta oggi con molti altri ingredienti: pinoli, uva passa, latte, pane, cacao. Alla sera di Natale si mangiava quel che era rimasto del pranzo ma anche frutta che Domenico provava a trovare qua e là, alleggerendo del suo peso qualche albero vicino alla propria cascina. Anche Luigi partecipò una volta a questa espropriazione indebita, solo qualche pera e alcune mele ma, forse saranno stati i loro passi maldestri o forse perché era destino che andasse così, anche il cane, che era di guardia alla casa, se ne accorse, oltre al padrone. Luigi non sapeva come fare per mettere a tacere la bestiaccia, cavò di tasca una pera e la mise in bocca al cane. Il Natale era anche la festa in cui avveniva il passaggio del vestito. Il fratello maggiore indossava il vestito nuovo. Gli altri mettevano, a scalare, quelli dei più grandi. Un anno fu particolarmente bello per Luigi. Non solo mise il vestito nuovo, ma anche calzò un bel paio di scarpe nuove, che mostrò ai propri amici, al mattino nel corso della messa e il pomeriggio quando andò a dottrina. In alcuni anni, la neve ricopriva tutti i campi circostanti e gli spazi attorno alla cascina. Si andava allora vicino ai fienili per mettere le tagliole: qualche passero sarebbe rimasto sotto. La mamma l’avrebbe messo sulla polenta fumante.

Il fieno sul davanzale
“Epifania, tutte le feste porta via”, ma non prima che il papà Domenico avesse pensato a mettere del fieno sui davanzali delle finestre. Diceva che durante la notte, i cammelli dei Re Magi che venivano da lontano, si sarebbero rifocillati con il fieno. Se i bambini fossero stati buoni, i Re Magi avrebbero lasciato loro dei fichi secchi al posto del fieno. Quale stupore stampato sul volto di Luigi, quando il mattino, svegliatosi, non trovava più il fieno, ma i fichi secchi. Prima che il ragazzo si alzasse, Domenico faceva il giro della cascina e sostituiva il fieno con i fichi. Luigi credeva davvero come tutti i ragazzi della sua età che fossero passati i cammelli dei re Magi e che tutto si fosse svolto così come il papà gli aveva detto. Quella dei re Magi è una tradizione tipica milanese. Anche oggi, il giorno dell’Epifania, il corteo dei re Magi parte dalla piazza del duomo per arrivare a Sant’Eustorgio. È lontana da noi; per il resto, come si può leggere, il Natale, nella realtà contadina, era simile a latitudini diverse e sotto qualsiasi cielo. Basta attingere ai ricordi che ognuno di noi ha tra le cose a lui più care.

Tale testo l’ho pubblicato il 10 dicembre del 1994 nel settimanale “Il Cittadino di Monza e Brianza”, quando abitavo ancora a Giussano.
Mi è sembrato giusto riproporlo per la “Voce delle Marche”, riveduto in alcune sue parti. Si possono trovare analogie e differenze tra due realtà geografiche lontane ma anche vicine. Diversi sono i termini dialettali ma la vita materiale nelle nostre case coloniche e nelle cascine brianzole era la stessa. •

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