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Lenze e canne da pesca aggregano i terremotati

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Forse ci vuole davvero la fotografia per descrivere con una sintesi immediata le persone di cui parliamo: perché nel loro momento migliore, allorché si rivelano in mosse spontanee nella valenza di un momento di vita, non c’è prosa che possa rappresentarle. Il fatto che Samuele Cesari e Jacopo Liaci abbiano accettato di farsi fotografare è ancora una volta una rara occasione di sincerità e al tempo stesso di documentazione.
Il lettore è spinto a inseguire la storia di una pesca fortunata quanto avventurosa, che si rifà alla memoria e alla labilità di uno sport che non ha misure rigide, ma canne da pesca per tutti, piccoli e grandi, alti bassi. Quella trota che vedete nella foto, mostrata orgogliosamente come un trofeo, porta sulla bocca un punto di domanda. Quando è nata la pesca? Pescare è un gesto antico, però meno di quanto penseremmo se misurato col metro della storia. La cattura di prede ittiche risale ad alcune decine di migliaia di anni fa, dunque non certo a ieri. Da allora la vita degli uomini si è strettamente intrecciata con quella degli animali acquatici, e la cattura del pesce, inizialmente decisiva per la sopravvivenza, si è poi arricchita di valori simbolici e rituali di particolare intensità. Perché non bisogna dimenticare che oggi la pesca è anche uno sport: da una parte della lenza c’è l’uomo che si sente padrone dell’universo, dall’altra c’è un essere inferiore che lotta per sopravvivere. Queste cose Samuele e Jacopo le sanno. Hanno cioè cognizione che se sportivamente daranno a quell’essere tutte le possibilità di riuscire a fuggire, trarranno dalla sua cattura un duplice piacere: quello della sopraffazione, che è dell’uomo delle caverne, e quello dello sportivo soddisfatto che ha rispettato le regole. A questo punto ciò che non si vede nella fotografia diventa più importante di ciò che è illustrato in bianco e nero o a colori. Dopo l’abbocco Samuele e Jacopo hanno atteso un’ora con la canna in mano, ben sapendo che se avessero tirato troppo, quel pesce di proporzioni inusitate avrebbe stuccato il filo. Poi, quando la trota si è arresa alla stanchezza, Jacopo è sceso in acqua e ha spinto la preda nel guadino, evitando che si rompesse la canna. Vedete quante cose visibili e invisibili sono nascoste in uno scatto così semplice? Un momento della vita, l’arte della pesca, la materia di un racconto, la fuga dal terremoto. Anche questa volta ci viene da pensare che dentro ogni foto ci sia come una fenditura dalla quale con un po’ di analisi e un filo di ispirazione si può accedere ad altre realtà meno tragiche. Ecco, appunto, un po’di analisi. Come in un mito o in una favola questa trota gigante, subito rinominata il “Mostro del Nera”, ha realizzato con la sua cattura un microcosmo di essenziali curiosità – lunghezza 82 cm, circonferenza 50, pancia 21, dorso 11 – e una rievocazione a futura memoria, una tradizione antica, lo sviluppo di argomenti insoliti. Un miscuglio di verità, insomma, che la foto agita e lascia in sospeso per farcelo comprendere nel vissuto e nel quotidiano: la qualità delle canne, gli ami speciali, la piombatura delle lenze, le esche naturali e artificiali, le riproduzioni di mosche, zanzare e altri piccoli insetti in mostra presso il negozio Revolution di Visso, delocalizzato nei Giardini del lago. Tanti particolari molto diversi da osservare mentre attorno è cambiato proprio tutto: il territorio, le modalità di pesca, l’epoca e anche il nostro modo di vedere e di sentire. Poi d’improvviso una canna da pesca sbuca da una modernità così imprevista e quasi improbabile che sembra non essere mai veramente esistita, o che sia solo il sogno sfocato di un progresso impossibile da descrivere perfino a noi stessi. Certi oggetti come la canna “Katame, speciale per il fiume Nera, sono infatti uno schiocco attorno a cui tutto si crea. Si riapre un sipario chiuso da decenni e di colpo ci ritroviamo in un’altra epoca, quando la canna bisognava andarla a trovare in autunno, appenderla a una trave con un peso, scegliere i vari pezzi e unirli. Per avere una lenza si intrecciavano crini di cavallo e per i finali si usavano fili tratti dalle larve dei bachi da seta macerati nell’aceto. Poi con l’avvento del nylon ecco l’arrivo delle canne giapponesi, i primi gracchianti mulinelli di metallo”Zama” che si rompevano – diceva Pietro Gattarelli – solo a guardarli, e da ultimo l’era della tecnica e le canne perfette che vediamo in mano a Samuele e a Jacopo. A tanto ci porta la foto che pubblichiamo: ci permette di superare i confini del tempo come pure quelli del terremoto e di riallacciare i legami con altre epoche meno tragiche. Dobbiamo qualche gratitudine a Samuele e a Jacopo per averci fatto capire che la pesca, come tutti gli sport, è svago, aggregazione, occupazione del tempo libero, partecipazione alla vita e ai movimenti confortanti della natura, ma anche osservazione della fauna acquatica che insidiamo con esche perfette. Un viaggio, quasi, che si estende di poco in lungo e in largo, lo spazio di un paesino, di un lago, di un torrente, quando non si riduce ai pochi metri di una roccia da cui lanciare la lenza e aspettare l’abbocco. Ma anche un itinerario infinito lungo un’altra dimensione, fuori dalle rovine e dagli schemi usuali. Mondi da scoprire, complessi ed esotici. Mondi nascosti ma più belli di una città invasa dalle pietre o di una vita incarcerata dal terremoto, che fugge senza lasciarti il tempo di vedere le cose tornare al loro posto. Intanto, però, molti abitanti delle casette sae si sono seduti intorno a un desco per gustare la trota mirabilmente cucinata da Fabio Cesari – papà di Samuele e cuoco di professione – e offerta con altre leccornie da Giuliana Mosconi, mamma dello stesso Samuele e perfetta padrona di casa.
Per dono del caso accade ai fotografi occasionali di catturare immagini che un pittore suda sette camicie per costruire. L’arte, la luce, la proporzione aurea d’accordo, però quando guardiamo una foto, qui come in altre occasioni, non stiamo contemplando un dipinto. Davanti alla fotocamera del cronista, nel fluire anonimo delle esistenze, non c’è una tela ma la vita stessa delle persone, da cui estrarre qualche pepita luccicante riconoscibile da tutti, motivo di conforto nei momenti di afflizione. E vai col mulinello. •

Valerio Franconi

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