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Si può ancora sperare?

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civitanovaVideo, foto, fiumi di parole per tentare di spiegare il gesto estremo compiuto dai tre cittadini di Civitanova Marche, che hanno preferito togliersi la vita piuttosto che confessare la propria povertà. Romeo Dionisi, Anna Maria e Giuseppe Sopranzi riposano da giorni nel cimitero della cittadina adriatica raggiunta finanche da una troupe televisiva della CNN per documentare al mondo la crisi economica che uccide e che porta via i suoi figli migliori, quelli più esposti alla disperazione.

Nei discorsi dei più c’è smarrimento mischiato anche a tanta rabbia. I più sensibili si sentono quasi in colpa per non aver fatto quanto era in loro potere per scongiurare il fatto. Si lavora sei mesi all’anno per pagare il mutuo di casa e gli altri sei mesi per pagare le tasse, mi diceva sconsolato questa mattina un giovane al quale ho fatto scuola e che gestisce da un anno un albergo al centro della città. Eppure è un fortunato perché ha un’attività, lasciatagli dal padre, figuriamoci invece chi vive con pochi euro al giorno e deve far fronte a tutto. “Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso. Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona anche per te” (John Donne).

È una delle tante frasi celebri che citavo più volte agli alunni nel tentativo di seminare il seme della solidarietà e della condivisione verso chi si trova nel bisogno. Eppure, guardando il tipo di società che sta avanzando in modo inarrestabile, confesso di aver perso la battaglia. Estraniamento, solitudine, ma anche tanto cinismo, egoismo individuale e di gruppo stanno delineando da tempo i contorni di una società dove è sempre più difficile trovare un proprio posto, soprattutto se non si hanno sicurezze economiche. “Ognuno sta solo sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera” (Quasimodo).

Mai questi brevi versi sono così validi come nell’occasione della disgrazia che si è abbattuta su una delle tante cosiddette isole felici e che non lo sono più da tanto tempo. La solitudine, la pena del vivere, la brevità dell’esistenza sono i temi espressi in tre versi incisivi, secondo un modello di essenzialità e di ambiguità semantica, tipici della corrente ermetica. I nuclei tematici sono: la solitudine, la pena del vivere, la morte. Non ci sono parole umane per spiegare il baratro che ci si apre davanti quando non c’è più nessuna speranza per risalire la china, combattere contro tutto e contro tutti.

Direbbe Eugenio Montale: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo ad un polveroso prato/…Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (E. Montale, Non chiederci la parola).

E ancora: “Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,/ lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo…/ Si fa a strisce il cielo e quell’alta pressione è un film di seconda visione,/ è l’urlo di sempre che dice pian piano: / Non siamo, non siamo, non siamo…” (F. Guccini, Quello che non siamo).

Eppure sperare si può e si deve, alla luce della fede e dell’umanità, pena il trionfo della barbarie. E la chiesa, intesa come assemblea dei fedeli, che si riconosce nella morte e nella resurrezione di Cristo, deve ritornare ad essere defensor humanitatis, tutrice dell’umanità. “Torniamo a sperare/ come primavera torna/ ogni anno a fiorire./ E i bimbi nascano ancora,/ profezia e segno/ che Dio non si è pentito. / Torniamo a credere/ pur se le voci dai pergami/ persuadono a fatica/ e altro vento spira/ di più raffinata barbarie./ Torniamo all’amore,/ pure se anche del familiare/ il dubbio ti morde,/ e solitudine pare invalicabile” (D. Maria Turoldo, Torniamo ai giorni del rischio).

E mi piace terminare questo mio breve intervento con altri due contributi presi sempre da David Maria Turoldo: “Ora invece la terra/ si fa sempre più orrenda:/ il tempo è malato/ i fanciulli non giocano più/ le ragazze non hanno/ più occhi/ che splendono a sera./ E anche gli amori/ non si cantano più,/ le speranze non hanno più voce,/ i morti doppiamente morti/ al freddo di queste liturgie:/ ognuno torna alla sua casa/ sempre più solo./ Tempo è di tornare poveri/ per ritrovare il sapore del pane,/ per reggere alla luce del sole/ per varcare sereni la notte/ e cantare la sete della cerva./ E la gente, l’umile gente/ abbia ancora chi l’ascolta,/ e trovino udienza le preghiere. E non chiedere nulla” (D. Maria Turoldo, E non chiedere nulla).

“Ancora e sempre mettetevi in via / andate incontro, fermate ogni povero: / forse è Lui che vi attende al varco, / amministrate con cura i suoi beni. // Pace vi segni la fine del giorno, / ognuno mieta eterni tesori, / che né tignole né ladri disperdono, / né sia deluso il cuore di alcuno. // Tenete aperta la porta di casa / e fate pace e giustizia con tutti; / vendete tutto e fate elemosina, / tanto non serve, non serve il denaro. // Così che arda la lampada sempre / tutta la notte e oltre all’ alba: / pure nel sonno col cuore in veglia, / frecce che stanno alla corda nell’ arco. // E la finestra più grande del coro / verso oriente sia sempre rivolta; / e ogni abside guardi a oriente, / gli occhi di tutta la chiesa l’ attendano! // (David M. Turoldo, La nostra preghiera).

Valga poi per tutti la semplice preghiera quotidiana: “Padre nostro che sei nei cieli…. E non lasciarci soccombere alla tentazione, ma liberaci dal male”. Di mali e di tentazioni dai quali liberarci ce ne sono tanti. •

Raimondo Giustozzi

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