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Devis porta l’Africa nel cuore

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La proposta di formazione di gruppi di “ragazzi missionari” è rivolta ai ragazzi che hanno partecipato o stanno partecipando al catechismo per la Prima Comunione o negli anni seguenti a quello di preparazione alla Cresima, dove la celebrazione della stessa è fissata intorno ai 14 anni.
Il Centro Missionario Diocesano (Cmd) propone la formazione di gruppi parrocchiali di ragazzi che possano fare un’esperienza missionaria: “ragazzi evangelizzando ragazzi”.
Don Mauro, direttore del Cmd, dà la sua disponibilità alle parrocchie il sabato pomeriggio dalle ore 14,30 alle 16,30 per visitare gruppi di ragazzi e catechisti che vogliano portare avanti questa esperienza con i ragazzi. Abbiamo a disposizione vari sussidi che possono aiutare nella formazione.
Sarebbe bello scoprire con i ragazzi il senso dell’essere missionari, partendo dalla propria quotidianità fino ai confini del mondo.
In questi anni tanti sono stati i ragazzi e i giovani che hanno chiesto di poter vivere un periodo di missione. In molti hanno conosciuto e toccato con mano la terra etiope e la missione nella Prefettura di Robe, immergendosi in questa cultura fino ad innamorarsene. Dall’Africa si torna con stampati nel cuore gli occhi ed i sorrisi dei bambini, della gente… che, anche nella nostra spesso fredda quotidianità continuano a scaldarci il cuore.
Significativa, a tal proposito, è la testimonianza di Devis che in Africa ci ha lasciato il cuore… in tutti i sensi.

Devis, quando sei partito avevi uno spirito missionario o sei partito semplicemente per fare un’esperienza?
Quando sono andato per la prima volta in Etiopia, erano già diversi anni che nel cuore avevo il desiderio di fare un’esperienza missionaria in qualche parte del mondo. Un giorno mi chiama un amico dicendomi che partiva per una missione… in Etiopia! Ed io… non ho potuto dire di no. Prima di partire però mi sono informato bene sul posto dove andavo, sia a livello geografico che, soprattutto, culturale… mi sono messo al servizio, umilmente, per la missione, senza pensare né di fare il supereroe né di fare chissà quali cose speciali, ma cercando di essere semplicemente me stesso.

Ci faresti un parallelo tra la povertà e la richezza spirituale che hai trovato in Etiopia da una parte, e la situazione italiana dall’altra?
La prima volta che sono andato in Etiopia ho scritto un diario personale ed in alcuni punti ho evidenziato proprio ciò che mi chiedi. Ricordo che era sotto Natale e la cosa che maggiormente mi colpì fu proprio il fatto di vivere il Natale non in maniera consumistica ma in maniera totalmente spirituale, nell’intimo della mia fede. Da noi prima di Natale si pensa alle luci da mettere fuori, all’albero di natale, ai regali da fare, ai super pranzi o super cene, al vestito più elegante da sfoggiare per la messa di Natale. In Etiopia invece, è stato tutto diverso… ricordo che la messa della notte di Natale l’abbiamo fatta a lume di candela, perché non c’era la luce in quel momento. Ricordo che abbiamo fatto dei palloncini da regalare ad alcuni bambini che erano felici di quel poco che ricevevano. Ricordo che per la messa le persone venivano da lontano, camminando per ore intere anche scalze e vivevano la celebrazione con una spiritualità che non avevo mai visto né sentito prima. Quando sono tornato a casa, l’anno seguente il Natale per me è cambiato, non è stata più la stessa cosa e… sicuramente sono riuscito a viverlo di più con il cuore.

Tu stai aspettando un figlio e tua moglie è etiope, il vostro amore è nato proprio in terra di missione… ora, quale parte vorresti prevalesse? Come vorresti fosse la sua cultura?
Io prego il Signore ogni giorno per lui e vorrei prima di tutto che lui possa essere libero: libero di conoscere e vedere il mondo, libero di amare con cuore puro e libero di poter aiutare chi vive nel bisogno… poi per il resto non importa. Spero tanto che possa vivere la sua vita come una missione, una missione da compiere.

Tu ormai puoi leggere ed interpretare due mondi diversi: cosa vorresti dire all’uno e all’altro?
Se mi fosse concesso di dire qualcosa, vorrei dire agli Stati “ricchi” che non possiamo lasciar morire il povero, serve il nostro aiuto, soprattutto fisico… non serve solo vicinanza con il pensiero, ma serve un aiuto concreto, materiale e tangibile per far vivere in maniera umana i 2/3 del mondo che vive in povertà.
Direi poi a tutti gli Stati in difficoltà di farsi aiutare, di aiutarci a farsi aiutare dando indicazioni a tutti noi. Credo che solo cosi un popolo possa maturare e crescere.

Cosa ti ha affascinato di tua moglie tanto da farti decidere di vivere con lei per sempre?
Tutti dicono che è una bellissima ragazza ed è vero, non lo posso negare. Ma quello che più mi ha colpito è stata la sua attenzione verso l’altro, la sua dolcezza e la sua tenerezza. Sicuramente veniamo da due stili di vita diversi, da due culture diverse e questo può rendere le cose un tantino più difficili… ma l’amore tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta… e noi ne stiamo facendo esperienza concreta.

Ora avrei una domanda per Chaltu, tua moglie: la tua gente come vede noi bianchi che veniamo nelle missioni? Come cosa buona che crea qualcosa di importante per la loro civiltà ? O con scetticismo?
Io credo che il  mio popolo ami molto la gente che viene da noi… in passato quando ero bambina sono cresciuta in una missione italiana e ricordo che mi piaceva molto stare con i missionari e giocare. La gente rispetta molto le persone che vengono nelle missioni ad aiutare i poveri e gli ammalati, vengono anche molti dottori italiani a dare il loro supporto. Molte persone prendono da esempio questa gente per imparare sia nel lavoro sia nello studio, la vedono come un’importante opportunità per poter cambiare stile di vita e crescere, in ogni senso. •

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