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Dar voce ai terremotati

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Problemi fluttuanti nel tempo, considerazioni sulla situazione difficile e complessa del dopo terremoto, contatti a vari livelli per creare future opportunità di lavoro, una memoria operativa che tocchi varie iniziative in fieri o da intraprendere, il ripristino della viabilità montana.
E ancora: problemi riguardanti la creazione di un centro commerciale, programmazione per il dopo ricostruzione e l’auspicio che i tre comuni dell’alto Nera possano lavorare insieme per fini collettivi e per far ripartire l’attività degli impianti sportivi. Sono tanti e complessi i temi del nostro territorio che dovrà affrontare il sindaco Giuliano Pazzaglini appena eletto senatore. Su tutto emerge un auspicio: la speranza deve guidare il cammino, ma senza il bagno nella realtà la risposta, per tutti i territori terremotati, è l’astrattismo, non la realizzazione di un sogno. Tanto più che con la ricostruzione sempre alle porte si annunciano anni difficili e impegnativi. C’è tanto da fare e in tutti domina l’incertezza. Che faremo, dove andremo negli anni futuri? Anche se non riusciamo a chiarircelo, lo sappiamo solo noi. Oggi dobbiamo lavorare su tre fronti: anzitutto dobbiamo buttarci dentro i processi della ricostruzione con iniziative dal basso minute e quotidiane; in secondo luogo dobbiamo investire in coesione sociale, nelle frazioni di fondovalle e nei piccoli borghi montani, ricostruire processi di socializzazione al di là della soggettività particolaristica che ci ha caratterizzato finora. In terzo luogo dobbiamo uscire presto dalla palude della desertificazione che si è aggravata con il terremoto, facendo maturare nell’alto Nera e in tutto il cratere una composizione sociale più sbalzata, più dialettica, al limite più unita. Queste cose il senatore Pazzaglini le sa, le ha già dette nei luoghi di accoglienza, facendo visita agli sfollati. Ma come si realizzano i propositi? Grave domanda in un momento grave, nel quale le stesse parole, gli stessi comportamenti, le stesse persone che fino a tre mesi fa avevano un peso e un significato, oggi ne hanno un altro, o più altri. Ci si chiede che cosa accadrà e se esiste un bene comune visibile, perseguibile, o solo mali minori. Se ne possiamo uscire, e come. Quello che effettivamente si percepisce è l’insicurezza e il desiderio di discutere sui dati di fatto: vedere il buono dov’è, ma anche i difetti dove ci sono. E’ sempre più evidente ormai, come è stato rilevato anche dagli organi di stampa, che nessuno nella nostra regione ha finora indicato una traiettoria di evoluzione delle zone terremotate, nessuno sembra possedere capacità di guida, ancor meno sembra voler perseguire una logica di programmazione. Noncuranza per le condizioni in cui versano le popolazioni terremotate. Mancanza di risposte. Ritardi in tutto. Provvisorietà e difficoltà di interpretazione dei decreti post-terremoto. Richieste inevase. La sfiducia di fronte a una crisi sismica senza precedenti diffonde l’impressione che il territorio non sia governato. Chi dovrebbe farlo, a tutti i livelli regionali e nazionali, non solo non sa offrire risposte, ma spesso ignora perfino le domande. I sindaci delle zone terremotate hanno cercato di supplire a questo vuoto, hanno fatto finora la loro parte, stimolando speranze nei cittadini e domande alle quali non mancano di dare riscontri, per quanto è di loro competenza. Ma la politica deve tornare ad avere il ruolo fondamentale che le è proprio, oltre le secche dell’inerzia. Ridiventi lo strumento per pensare all’oggi e per programmare anche il domani.
Forse sono diventato vecchio e digerisco peggio e con maggior fatica le cose nuove, i cambiamenti di condotta e di costume politico. Ma se è vero che il nostro futuro si profila sempre di più come un nastro che per andare avanti ha bisogno di chi lo governi e se pochi sembrano avere la chiarezza di idee per affrontare il futuro, le parole pronunciate in televisione da Giuliano Pazzaglini fanno capire che ci sarà tutto il suo impegno per affrontare i problemi delle zone terremotate e soprattutto quelli della ricostruzione. Le dichiarazioni del neo senatore, brevi ma incisive, hanno avuto largo ascolto, segno evidente che c’è ancora un fervore, un’alacrità, una voglia di progettare l’avvenire e di cercare paratie di resistenza all’assalto di un incombente silenzio. Le sue parole sono una formula breve per far balenare un futuro e magari un presente, un segno di reazione allo sconforto, alle burocrazie, all’abbandono del territorio, al terremoto. Se quelle parole non vengono neppure prese in considerazione io ci rimango male, anzi malissimo, e mi si chiude lo stomaco, mi si velano gli occhi. Soprattutto se penso alla tragica situazione di chi ha avuto la stalla distrutta, i laboratori e i luoghi di lavoro inagibili e non ha mai trovato udienza presso il presidente della regione, né questi si muove mai di persona per rendersi conto sul posto dei gravi problemi che affliggono le popolazioni terremotate. Cosa si fa, quali sono le parole quando in una distruzione come quella che stiamo vivendo tante persone attendono un segno esemplare di rinascita dopo la grande fuga che ha desertificato le nostre montagne. A parte piangere, anche i cronisti scrivono gli articoli e intanto piangono, cosa si racconta a chi ha una casa crollata e un’attività commerciale distrutta? Bisogna dire che anche i senatori piangono: dar posto alla solidarietà e alla speranza è il primo passo. Ascoltarli, incoraggiarli, non lasciarli soli davanti a una burocrazia che rallenta tutto, meno le pene di chi soffre. Ascoltarli, e ascoltarli ancora. Poi far seguire il resto. Non so se i miei concittadini si rendono conto che la coesione in questo momento è il bene più prezioso che abbiamo. Neppure so come reagiranno a questo articolo. Se rideranno di me o se traviseranno le mie parole. Se capiranno che il mio è un invito a vedere il bene prima di fare il processo alle intenzioni, o se si infischieranno altamente di quello che dico, come è loro pieno diritto. Se sono io che sbaglio. Se sono loro che vogliono esprimere giudizi anzitempo. A mia memoria – non brevissima, purtroppo – non ricordo nella storia del nostro territorio un periodo altrettanto depresso, incerto, oserei dire infelice. Uno stato d’animo che rende più urgente, e se permettete più affettuosa, la mia richiesta di non far prevalere i rancori, di non far morire la speranza. •

Valerio Franconi

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